«B-317 non è un numero casuale», disse Elena.
Eravamo stati trasferiti in una stanza riservata del tribunale. Tommaso sedeva accanto a me, mentre Elena aveva disposto sul tavolo soltanto ciò che potevamo esaminare senza compromettere le prove ufficiali: la fotografia del foglio di nostro nonno, una copia dei dati della scheda e le informazioni preliminari sull’intrusione nel mio appartamento.
«Potrebbe essere una cassetta di sicurezza», continuò.
«O un archivio», dissi.
Tommaso scosse la testa.
«Il nonno usava lettere e numeri per i depositi.»
Lo guardai.
«Quali depositi?»
«Una volta mi portò con sé. Disse che certe cose importanti non si tengono in casa.»
Elena si sporse in avanti.
«Dove?»
Tommaso chiuse gli occhi, cercando di ricordare.
«Non era una banca normale. C’erano corridoi sotterranei e porte di metallo. Ricordo una targhetta blu con una B.»
«Quanti anni avevi?»
«Undici.»
Elena prese il telefono.
«Posso verificare quali strutture private utilizzasse vostro nonno.»
La fermai.
«Attraverso chi?»
Lei capì immediatamente.
Il foglio diceva di non fidarsi di nessuno che avesse accesso al fondo. Non sapevamo ancora quanto fosse grande quella rete.
Elena rimise lentamente il telefono sul tavolo.
«Giusto.»
Tommaso mi guardò.
«Se hanno la chiave, possono aprirla?»
«Non necessariamente.»
Era una speranza, non una certezza.
Pochi minuti dopo ricevetti un aggiornamento dalla sicurezza militare. Le credenziali utilizzate per accedere al mio fascicolo erano state copiate mesi prima durante una procedura amministrativa esterna alla mia unità. Nessuno era entrato nei sistemi operativi classificati.
Ma qualcuno aveva avuto abbastanza accesso per trovare il mio indirizzo.
E aveva saputo esattamente quando usarlo.
«Mesi?» domandai.
«Sette», rispose il comandante.
Sette mesi prima non esisteva alcuna causa per l’affidamento.
Almeno non ufficialmente.
«Quindi qualcuno si preparava da tempo.»
«È anche la nostra conclusione.»
Guardai Tommaso.
«Quando hanno iniziato a costringerti a firmare i documenti?»
Le sue dita si chiusero sul bordo della sedia.
«Circa sette mesi fa.»
Il silenzio nella stanza diventò pesante.
Non era una reazione improvvisata alle prove.
Era un piano.
Elena ottenne l’autorizzazione a interrogare Tommaso alla presenza del curatore. Questa volta rimasi fuori dalla stanza. Non perché volessi, ma perché la sua testimonianza doveva restare incontaminata.
Aspettai nel corridoio.
Dopo quasi quaranta minuti, Elena uscì con un’espressione che non avevo ancora visto sul suo volto.
Rabbia.
«Cosa ha detto?»
«Tuo padre gli faceva firmare pagine separate. Tua madre gli impediva di leggere il resto dei documenti.»
«Lo sappiamo dal video.»
«Non questo.»
Mi porse una copia di una pagina che Tommaso aveva fotografato di nascosto.
Lessi la prima riga.
Poi la seconda.
Il documento non autorizzava semplicemente i nostri genitori ad amministrare temporaneamente alcune spese.
Trasferiva poteri molto più ampi sul patrimonio.
«Non poteva essere valido», dissi. «Ha quattordici anni.»
«Da solo, no.»
Elena indicò una sezione in fondo.
C’era uno spazio destinato alla convalida di un fiduciario indipendente.
Vuoto nella fotografia.
«Stavano aspettando qualcuno», dissi.
«Oppure qualcuno aveva già accettato.»
Pensai immediatamente a Riccardo.
Poi ad Alberto Henderson.
Poi al quarto nome.
Cesare Bellini.
Ma Bellini era morto.
«Dobbiamo trovare B-317.»
Elena annuì.
Questa volta utilizzò un circuito ufficiale separato dall’indagine finanziaria originaria. Dopo quasi un’ora arrivò la risposta.
B-317 apparteneva a un deposito privato utilizzato da nostro nonno.
La struttura si trovava a meno di trenta minuti dal tribunale.
La chiave era soltanto uno dei due requisiti necessari per accedere.
Il secondo era l’identificazione biometrica di una delle persone autorizzate.
Chiesi il nome.
Elena lesse la risposta due volte.
Poi mi guardò.
«Tommaso Sterling.»
Mio fratello sollevò la testa.
«Io?»
«Tuo nonno ti ha registrato come beneficiario autorizzato tre anni fa.»
Per la prima volta da ore vidi qualcosa cambiare nel suo volto.
Non paura.
Comprensione.
Nostro nonno aveva previsto che qualcuno avrebbe cercato di prendere ciò che apparteneva a Tommaso.
La chiave da sola non bastava.
Ecco perché l’intruso aveva lasciato quella fotografia.
Non era soltanto una minaccia.
Avevano bisogno di lui.
Elena organizzò immediatamente un trasferimento protetto.
Io non ero ancora formalmente la tutrice di Tommaso, quindi ogni passo richiedeva autorizzazioni. Ma quando il nuovo giudice assegnato al caso esaminò i video, le fotografie dei lividi e il rapporto sull’intrusione, firmò un ordine urgente che consentiva agli investigatori di accompagnare Tommaso al deposito.
Arrivammo poco prima del tramonto.
La struttura sembrava anonima: cemento grigio, vetri scuri, nessuna insegna vistosa.
Due agenti entrarono per primi.
Io rimasi accanto a Tommaso.
«Hai paura?»
«Sì.»
«Anch’io.»
Mi guardò sorpreso.
«Tu?»
«Avere paura non significa perdere il controllo.»
Lui annuì.
Entrammo.
Il responsabile del deposito controllò l’ordine giudiziario, verificò l’identità di Tommaso e ci accompagnò attraverso due porte blindate.
Alla terza si fermò.
La targhetta riportava:
B-317.
Tommaso appoggiò il pollice sul lettore.
Una luce diventò verde.
Il responsabile inserì la chiave di servizio nel primo cilindro.
Poi indicò il secondo.
Vuoto.
«Serve la chiave del cliente.»
Elena ed io ci scambiammo uno sguardo.
La nostra era stata rubata.
«Non può aprirlo senza?» chiesi.
«Non senza una procedura straordinaria.»
Elena mostrò l’ordine.
«La avvii.»
L’uomo annuì e si allontanò per chiamare il responsabile della sicurezza.
Tommaso rimase davanti alla porta.
Poi aggrottò la fronte.
«Aspetta.»
«Cosa?»
Indicò il cilindro vuoto.
«La chiave che ho spedito non era così.»
Mi avvicinai.
«Sei sicuro?»
«Sì. Quella del nonno era molto più piccola.»
Elena si irrigidì.
Tommaso guardò la targhetta.
Poi il lettore biometrico.
«Forse B-317 non indicava la porta.»
Prima che potessi rispondere, il responsabile tornò con un registro cartaceo.
«Abbiamo un problema.»
Elena prese il documento.
«Quale?»
«Il deposito B-317 è stato aperto questa mattina.»
Sentii Tommaso irrigidirsi accanto a me.
«A che ora?»
«Alle 9:14.»
Eravamo già in tribunale.
«Con quale autorizzazione?»
L’uomo girò il registro verso di noi.
Una firma compariva accanto all’orario.
Tommaso la fissò.
«Non è la mia.»
«Lo sappiamo», disse Elena.
Sotto la firma c’era il nome della persona che aveva certificato l’accesso straordinario.
**Alberto Henderson.**
Il marito della giudice.
Ma qualcosa non tornava.
«Se serviva la biometria di Tommaso, come ha fatto?»
Il responsabile sbiancò.
«La biometria è stata registrata come valida.»
Elena estrasse immediatamente il telefono.
Io guardai il piccolo lettore accanto alla porta.
Poi ricordai la fotografia lasciata nel mio appartamento.
Una foto scattata quella mattina.
Qualcuno era stato abbastanza vicino a Tommaso da seguirlo.
Forse abbastanza vicino da ottenere molto di più di una fotografia.
«Controllate le telecamere», dissi.
Il responsabile esitò.
«Subito.»
Ci portò nella sala sicurezza.
Il filmato delle 9:14 mostrava Alberto Henderson entrare nel corridoio.
Non era solo.
Accanto a lui camminava un ragazzo con cappuccio e testa abbassata.
Stessa altezza di Tommaso.
Stessa corporatura.
Quando arrivarono davanti al lettore, Alberto si posizionò deliberatamente davanti alla telecamera.
Per sei secondi non si vide nulla.
Poi la porta si aprì.
Venti minuti dopo uscirono.
Il ragazzo teneva una piccola valigetta nera.
Elena fermò l’immagine.
«Ingrandisci.»
Il tecnico isolò il volto del ragazzo proprio mentre si girava.
Tommaso emise un suono soffocato.
«Lo conosco.»
Mi voltai verso di lui.
«Chi è?»
«Si chiama Luca.»
«Da dove lo conosci?»
Tommaso non riusciva a staccare gli occhi dallo schermo.
«Papà lo portava a casa qualche volta.»
«Perché?»
Mio fratello deglutì.
«Diceva che era il figlio di un suo amico.»
Il tecnico fece avanzare il video di pochi fotogrammi.
Luca sollevò la testa.
E vidi qualcosa che non avevo notato prima.
La linea della mascella.
Gli occhi.
Il modo in cui teneva le labbra quando era nervoso.
Tratti che conoscevo da tutta la vita.
Tommaso mi guardò.
Aveva capito anche lui.
«Gli somiglia.»
Non ebbi bisogno di chiedere a chi.
Luca somigliava a nostro padre.
Molto.
Elena chiuse lentamente il portatile.
«Dobbiamo scoprire chi è quel ragazzo.»
Ma Tommaso continuava a fissare lo schermo nero.
Poi disse qualcosa che trasformò completamente la domanda.
«Io so dove l’ho già visto.»
Mi voltai.
«Dove?»
«In una fotografia nella cassaforte del nonno.»
Tommaso inspirò profondamente.
«Sul retro c’era scritto soltanto: “Per Tommaso, quando sarà abbastanza grande da conoscere la verità.”»
**Continua — premi Parte 6 per leggere il seguito.**







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