Rimasi a fissare la firma per diversi secondi.
Era quasi perfetta.
La curva della E.
La pressione marcata sulla R.
Perfino quel piccolo tratto finale che avevo sempre lasciato sotto il cognome quando firmavo in fretta.
Chiunque l'avesse fatta non aveva semplicemente copiato il mio nome.
Aveva studiato il modo in cui firmavo.
«Quanto?» domandai.
Giulia indicò la cifra.
Ottocentocinquantamila euro.
Sentii il sangue raffreddarsi.
«Da quale conto?»
«Dal conto congiunto che avevate aperto dopo il matrimonio.»
Sollevai lentamente gli occhi.
Quel conto esisteva ancora, ma non lo usavo quasi più da anni.
Il mio stipendio militare veniva accreditato altrove.
Daniele gestiva la maggior parte delle proprie finanze attraverso strutture aziendali che non mi riguardavano.
Il conto congiunto avrebbe dovuto servire soltanto alle spese personali condivise.
«Dove sono finiti i soldi?»
«In una società collegata a una delle proprietà sul Lago di Como.»
«Quella della villa?»
«In parte.»
Giulia fece una breve pausa.
«Poi una quota è stata trasferita di nuovo.»
«Dove?»
«È ciò che dobbiamo scoprire.»
Guardai la firma ancora una volta.
«Daniele non avrebbe bisogno di falsificarla.»
«Sono d'accordo.»
La risposta arrivò immediata.
«Se avesse voluto spostare denaro proprio, aveva decine di modi legali per farlo.»
«Quindi qualcuno aveva bisogno che sembrasse una decisione presa da entrambi.»
Giulia annuì.
Le porte dell'ascensore si aprirono.
Entrammo.
Rosa cominciò a lamentarsi piano.
La presi delicatamente dal marsupio mentre l'ascensore scendeva.
«E c'è un'altra cosa», disse Giulia.
La guardai.
«Il documento non è rimasto in un archivio qualsiasi.»
«Dove l'hai trovato?»
«Tra i file inviati dal consulente patrimoniale della famiglia allo studio di Vittorio.»
Mi irrigidii.
«Quindi Vittorio l'aveva già.»
«Almeno il suo studio sì.»
Le porte si aprirono nell'atrio.
Quella frase continuò a seguirmi mentre attraversavo il marmo lucido.
Lo studio di Vittorio aveva avuto accesso a un documento con una firma falsa.
E nessuno mi aveva detto nulla.
Fuori dall'edificio, Giulia mi afferrò leggermente il braccio.
«Non accusare nessuno.»
«Non ne avevo intenzione.»
«Nemmeno Daniele.»
La guardai.
«Soprattutto Daniele.»
Lei annuì.
«Bene.»
Ci separammo davanti all'ingresso.
Avevo appena sistemato Rosa nel seggiolino quando il telefono vibrò.
Daniele.
Lasciai squillare.
Un minuto dopo arrivò un messaggio.
**Per favore. Dimmi solo dove e quando posso fare il test.**
Lo lessi due volte.
Nessuna minaccia.
Nessun riferimento agli avvocati.
Risposi con l'indirizzo della clinica scelta da Giulia e l'orario fissato per il mattino seguente.
La risposta arrivò quasi subito.
**Ci sarò.**
Il giorno dopo arrivai alle otto e venti.
Daniele era già lì.
Niente autista.
Niente assistenti.
Niente consiglieri.
Indossava un semplice cappotto scuro e sembrava non aver dormito.
Quando mi vide entrare con Rosa, si alzò immediatamente.
Poi si fermò.
Aspettava ancora il mio permesso per avvicinarsi.
Quella consapevolezza mi colpì.
«Buongiorno», disse.
«Buongiorno.»
I suoi occhi scesero verso Rosa.
«Ha dormito?»
Quasi sorrisi per l'assurdità della domanda.
Daniele Rinaldi, che poteva discutere per ore di fusioni internazionali, non sapeva cosa dire alla propria figlia.
«Tre ore di fila.»
«È... tanto?»
«Per lei, sì.»
Per la prima volta vidi un'ombra di sorriso sul suo volto.
Durò pochissimo.
L'infermiera ci chiamò.
Il prelievo fu semplice.
Un tampone per Daniele.
Uno per Rosa.
Io rimasi accanto a lei per tutto il tempo.
Daniele non distolse mai lo sguardo.
Quando l'infermiera finì, Rosa cominciò a piangere.
Istintivamente la sollevai.
Daniele fece mezzo passo.
Poi si fermò.
«Posso fare qualcosa?»
Guardai nostra figlia.
Poi lui.
Era la prima volta che dovevo decidere se permettergli di attraversare quella linea.
«Puoi darle questo.»
Gli porsi il piccolo sonaglio che tenevo nella borsa.
Daniele lo prese come se gli avessi consegnato qualcosa di fragile e inestimabile.
Si avvicinò lentamente.
«Ciao, Rosa.»
Lei smise di piangere per un istante.
I suoi occhi si fissarono sul movimento del sonaglio.
Daniele trattenne il respiro.
Poi Rosa allungò una mano.
Le sue dita minuscole si chiusero attorno al suo indice.
Daniele rimase immobile.
Completamente immobile.
Vidi i suoi occhi diventare lucidi.
Non disse nulla.
Nemmeno io.
Per alcuni secondi non esistevano avvocati.
Non esisteva il divorzio.
Non esistevano ottocentocinquantamila euro né una firma falsificata.
C'erano soltanto un padre e una figlia che si toccavano per la prima volta.
Poi il telefono di Daniele vibrò.
Lui ignorò la chiamata.
Vibrò di nuovo.
Questa volta guardò lo schermo.
Il suo volto cambiò.
«Che succede?» domandai.
Esitò.
Poi mi mostrò il messaggio.
Era di Vittorio.
**Non parlare con Elisa dei documenti patrimoniali. Ci sono problemi nei registri. Chiamami subito.**
Il mio stomaco si chiuse.
Daniele lesse nuovamente quelle parole.
Poi mi guardò.
«Quali problemi nei registri?»
Avevo due possibilità.
Continuare a proteggere l'indagine.
Oppure capire se mio marito era davvero all'oscuro di tutto.
Presi il telefono e gli mostrai la fotografia della firma falsa.
Il colore gli sparì dal volto.
«Questa è la tua firma.»
«No.»
Mi fissò.
«Che cosa?»
«Assomiglia alla mia.»
Abbassai la voce.
«Ma non l'ho mai fatta.»
Per la prima volta da quando ero entrata nella sua sala riunioni, Daniele non sembrò ferito.
Sembrò spaventato.
«Elisa...»
Scorse il documento.
Poi si fermò sulla data.
«No.»
«Cosa?»
Continuava a fissarla.
«Quel giorno ero a Londra.»
«E io ero in ospedale per un controllo della gravidanza.»
Daniele alzò lentamente gli occhi.
«Io ricordo questo trasferimento.»
Il mio cuore accelerò.
«Come?»
«Mi dissero che lo avevi autorizzato tu.»
Il corridoio della clinica sembrò diventare improvvisamente troppo stretto.
«Chi te lo disse?»
Daniele esitò.
Quell'esitazione mi diede la risposta prima ancora che parlasse.
«Mia madre.»
Rosa stringeva ancora il suo dito.
Daniele guardò nostra figlia.
Poi la firma.
E qualcosa nel suo volto cambiò definitivamente.
«Se lei ha mentito su questo...» mormorò.
Alzò gli occhi verso di me.
«Dobbiamo scoprire su cos'altro ha mentito.»
Continua — clicca sulla Parte 6 per continuare a leggere.







No comments yet