Giulia continuava a stringere quella ricevuta come se il foglio potesse darle una risposta da solo. Venticinquemila euro. Il nome di Serena. Il mio nome come ordinante. Una data di sei settimane prima. Tutto era lì, nero su bianco, eppure la parte più importante mancava: il motivo. Andrea le appoggiò una mano sulla schiena, ma Giulia si scostò quasi senza rendersene conto. In quel momento sembrava non fidarsi più di nessuno.
«Voglio sapere perché», disse.
Non alzò la voce. E proprio per questo quelle parole pesarono più di un urlo.
Guardai Serena. «Vuoi dirglielo tu?»
«Non c'è niente da dire.»
Marco fece un passo avanti. «Venticinquemila euro non sono niente?»
Serena strinse la mascella. «Erano una questione privata tra me e Laura.»
«Una questione privata che hai deciso di trasformare in un'arma contro di lei», rispose Marco.
Giulia sbatté il foglio sul tavolo. «Smettetela di parlare come se io non fossi qui!»
Diversi invitati abbassarono gli occhi. Alcuni si erano già allontanati discretamente verso il giardino. Vidi il padre di Andrea accompagnare fuori due parenti anziani, mentre il personale della villa cercava di rendersi invisibile. Quella che avrebbe dovuto essere una festa stava diventando qualcosa che Giulia avrebbe ricordato per tutta la vita, e io non volevo aggiungere un'altra ferita.
«Andiamo in una stanza privata», dissi. «Questa conversazione riguarda noi.»
Giulia mi fissò per qualche secondo, poi annuì.
Ci spostammo in un piccolo salotto al piano superiore: io, Marco, Giulia, Andrea e Serena. Dalle finestre si vedevano le luci riflesse sul lago, tranquille e indifferenti. Appena Marco chiuse la porta, Giulia si voltò verso sua madre.
«Adesso parla.»
Serena rimase in piedi accanto alla finestra. «Ho avuto dei problemi economici.»
«Quali problemi?»
«Debiti.»
«Per il matrimonio?»
Serena esitò.
Quell'esitazione bastò.
«No», dissi.
Serena si voltò di scatto. «Laura.»
«Hai avuto la possibilità di dirglielo.»
«Mi avevi promesso.»
«Ti avevo promesso di non umiliarti. Non di permetterti di usare quella promessa per distruggere il mio rapporto con Giulia.»
Giulia mi guardò. «Che debiti?»
Inspirai lentamente. «Tua madre aveva garantito personalmente un prestito.»
Serena chiuse gli occhi.
«Per chi?» domandò Andrea.
Nessuno rispose.
Giulia fece un passo verso Serena. «Mamma, per chi?»
«Per una persona che aveva bisogno di aiuto.»
«Chi?»
Serena aprì gli occhi. «Paolo.»
Marco diventò immobile.
Non avevo mai visto il volto di mio marito cambiare così velocemente.
«Paolo Rinaldi?» domandò.
Serena annuì.
Giulia aggrottò la fronte. «Chi è Paolo Rinaldi?»
Marco mi guardò. Io abbassai gli occhi. Era proprio questo il punto che avevo cercato di evitare.
Serena rispose: «Un vecchio amico.»
Marco lasciò uscire una risata amara. «Un vecchio amico?»
«Non cominciare.»
«Sei tu che hai cominciato venticinque anni fa.»
Giulia impallidì. «Papà, tu lo conosci?»
Marco camminò fino alla finestra. Per qualche secondo rimase di spalle.
«Paolo era il mio migliore amico.»
La stanza sembrò restringersi.
Marco raccontò che lui, Serena e Paolo si erano conosciuti quando avevano poco più di vent'anni. Per anni erano stati inseparabili. Poi, poco prima della nascita di Giulia, Paolo era sparito dalla loro vita dopo una lite che Marco non aveva mai voluto raccontare nei dettagli.
«E tu hai garantito un prestito per lui?» chiese Giulia a Serena.
«Aveva aperto un'attività. È fallita.»
«Quando?»
«L'anno scorso.»
Sentii Giulia inspirare bruscamente. «Quindi lo frequentavi ancora.»
Serena non rispose.
«Mamma.»
«Ci siamo risentiti qualche anno fa.»
Marco si voltò. «Qualche anno?»
«Non significa quello che pensi.»
«Non so più cosa pensare.»
Decisi di intervenire prima che quella vecchia ferita divorasse tutto.
«Il prestito era di quarantamila euro. Quando Paolo ha smesso di pagare, la banca si è rivolta a Serena. Lei aveva già usato gran parte dei suoi risparmi per le prime spese del matrimonio. Rischiava un'azione esecutiva.»
Giulia si sedette lentamente.
«E tu le hai dato venticinquemila euro.»
«Sì.»
«Perché?»
Quella domanda era più difficile.
«Perché tua madre mi disse che, se Marco avesse scoperto che Paolo era tornato nella sua vita, sarebbe esploso tutto. E soprattutto perché mi disse che tu non dovevi scoprirlo durante i preparativi del matrimonio.»
Serena mi guardò con gli occhi lucidi. «Avevi detto che avresti mantenuto il segreto.»
«E l'ho fatto.»
«Allora perché siamo qui?»
«Perché oggi hai convinto tua figlia che io stessi cercando di allontanare suo padre da lei.»
Serena abbassò lo sguardo.
Giulia rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi pronunciò una domanda che nessuno di noi si aspettava.
«Perché volevi che odiassi Laura?»
Serena sollevò la testa.
«Non volevo che la odiassi.»
«Mi hai mandato messaggi per settimane.»
Mi voltai verso Giulia.
«Quali messaggi?»
Lei prese il telefono. Scorse una conversazione e me lo porse.
Lessi.
Serena le aveva scritto che ero io a controllare Marco, che avevo pagato alcune spese per poter decidere sul matrimonio, che consideravo Giulia un ostacolo e che avevo perfino suggerito a Marco di partire per lavoro proprio quel fine settimana.
Tutto falso.
Ma poi vidi qualcosa che mi gelò.
Una fotografia.
Era stata inviata tre giorni prima.
Mostrava me fuori da un ristorante a Milano insieme a un uomo.
Paolo Rinaldi.
Marco prese il telefono.
«Laura?»
Giulia mi fissava. «Conosci anche tu Paolo?»
Serena non disse niente.
Questa volta ero io quella senza una risposta semplice.
«Sì.»
Marco sollevò lentamente gli occhi. «Da quanto?»
«Sei settimane.»
«Perché l'hai incontrato?»
Guardai Serena.
«Perché dopo averle dato quei venticinquemila euro, ho scoperto che mi aveva mentito.»
Serena sussurrò: «Non farlo.»
Giulia si alzò. «Su cosa?»
Aprii la borsa e tirai fuori il telefono. Avevo conservato una fotografia che Paolo mi aveva mostrato durante quell'incontro. Non avevo mai avuto il coraggio di farla vedere a Marco.
La aprii.
Era una vecchia fotografia scattata in un ospedale. Serena appariva molto giovane, sdraiata su un letto. Accanto a lei c'era Paolo.
Tra le sue braccia teneva una neonata.
Giulia guardò l'immagine.
Poi guardò sua madre.
«Quella bambina sono io?»
Serena iniziò a piangere.
Marco prese il telefono dalle mie mani. Sul retro della fotografia originale, che avevo fotografato insieme all'immagine, c'erano una data e quattro parole scritte a penna.
“La nostra piccola Giulia.”
Marco impallidì.
«Serena... che significa?»
Lei si coprì la bocca.
Giulia rimase immobile.
«Mamma.»
Serena scosse lentamente la testa.
«Ti prego.»
«Paolo è mio padre?»
«No.»
La risposta arrivò troppo velocemente.
E fu allora che Andrea, rimasto quasi sempre in silenzio, tirò fuori dalla tasca una piccola busta bianca.
«Forse dovreste vedere anche questa.»
Giulia lo guardò sconvolta. «Cos'è?»
Andrea posò la busta sul tavolo.
«L'ho trovata stamattina sotto la porta della nostra camera.»
Sulla parte anteriore c'era scritto soltanto il nome di Giulia.
Dentro c'erano due fogli.
Il primo era una copia di un vecchio certificato medico.
Il secondo era una lettera firmata da Paolo Rinaldi.
Giulia cominciò a leggerla in silenzio, ma dopo poche righe le mani iniziarono a tremarle.
Poi pronunciò ad alta voce soltanto una frase.
«Se Serena continua a mentirti, chiedile cosa è successo il 17 marzo 1999.»
Marco si aggrappò allo schienale di una sedia.
Io lo guardai.
«Marco?»
Lui non rispose.
Il suo volto aveva perso ogni colore.
Giulia se ne accorse.
«Papà... cosa è successo il 17 marzo 1999?»
Marco fissò Serena.
E in quel momento capii qualcosa che mi fece ancora più paura della lettera.
Mio marito conosceva quella data.







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