«Alessandro non è morto.»
Quelle parole rimasero sospese nella sala mentre tutto il resto sembrava perdere consistenza. Gli invitati, i fiori bianchi, le candele accese sull’altare, perfino Matteo accanto a me diventarono improvvisamente uno sfondo indistinto. Continuavo a guardare la fotografia. Quel ragazzo aveva i miei occhi. Non occhi vagamente simili, non una somiglianza che poteva essere costruita dalla suggestione. Erano gli stessi. La forma leggermente allungata, la piega nell’angolo esterno, perfino quell’espressione seria che avevo sempre creduto di aver ereditato da mia madre.
Carlo afferrò il bordo di una sedia. «Lucia, fermati.»
«Perché?» rispose lei. «Perché questa volta non puoi controllare quello che succede?»
«Non sai cosa stai dicendo.»
«So esattamente cosa sto dicendo.»
«Allora dimmi dov’è», intervenni.
Lucia mi guardò.
«Se Alessandro è vivo, dimmi dov’è.»
Per la prima volta esitò.
Quell’esitazione mi fece più paura della rivelazione stessa.
«Non lo so.»
Risi amaramente. «Naturalmente.»
«Giulia, ascoltami. Non so dove sia oggi. Ma so che non è morto nel 1995.»
Mia madre, Anna, sembrava incapace di respirare. «Carlo mi hai detto che Alessandro aveva avuto un incidente.»
Mio padre abbassò lo sguardo.
«Mi hai detto che era morto sulla strada per Bologna.»
«Anna...»
«E io ti ho creduto.»
La voce di mia madre si spezzò.
Quello fu il momento in cui compresi che Alessandro non era soltanto un nome del passato. Mia madre lo conosceva.
«Mamma.»
Lei non mi guardò.
«Tu eri innamorata di lui?»
Il silenzio fu la risposta.
Carlo si voltò verso di me. «Non è così semplice.»
«Per una volta smettetela di dirmi che non è semplice.»
Mi tolsi lentamente l’anello che Matteo mi aveva regalato per il fidanzamento. Non lo restituii. Lo strinsi nel pugno perché avevo bisogno di sentire qualcosa di solido.
«Voglio sapere cosa è successo.»
Anna si sedette.
«Conobbi Alessandro prima di conoscere tuo padre.»
Carlo abbassò la testa.
«Avevo ventiquattro anni. Lui ne aveva ventisette. Stavamo insieme da quasi un anno quando sparì.»
«Sparì?»
«Una mattina semplicemente non venne più. Telefonai a casa sua. Lucia mi disse che era partito.»
Guardai Lucia.
Lei annuì lentamente.
«Era quello che mi avevano ordinato di dire.»
«Chi?»
«Mio padre.»
Matteo intervenne. «Nonno Vittorio?»
Lucia chiuse gli occhi per un istante. «Sì.»
Conoscevo Vittorio Rinaldi soltanto attraverso fotografie e racconti. Fondatore dell’azienda di famiglia, uomo severo, rispettato, morto quando Matteo era adolescente. Nelle storie dei Rinaldi era sempre stato descritto come un uomo capace di sacrificare tutto per la famiglia.
Improvvisamente quella frase assumeva un significato diverso.
Anna continuò. «Due settimane dopo scoprii di essere incinta. Cercai Alessandro ovunque. Carlo era suo amico. Fu lui ad aiutarmi.»
Guardai mio padre.
«E poi mi hai sposata», disse Anna senza staccare gli occhi da lui. «Mi hai detto che Alessandro era morto.»
Carlo finalmente reagì. «Perché era quello che credevo!»
Lucia scosse la testa.
«No.»
«Tuo padre mi mostrò il certificato.»
«Un certificato falso.»
Carlo la fissò.
Per la prima volta sembrò davvero sconvolto.
«Che cosa hai detto?»
Lucia aprì la borsa e ne tirò fuori una cartellina sottile.
«Tre giorni fa Matteo ha trovato la lettera nella mia cassaforte. Ma non era l’unica cosa che conservavo.»
La aprì.
Dentro c’era la copia ingiallita di un documento.
«Il certificato di morte di Alessandro venne registrato in Svizzera. Mio padre disse che aveva avuto un incidente vicino a Lugano. Per anni non ho avuto motivo di dubitare.»
«E poi?» chiese Matteo.
«Nel 2008 ricevetti una telefonata.»
La sala era così silenziosa che sentii il ticchettio di un vecchio orologio nella stanza accanto.
«Da chi?»
Lucia mi guardò.
«Da Alessandro.»
Mia madre si alzò così velocemente che la sedia cadde dietro di lei.
«No.»
«Anna...»
«No!»
«Riconobbi la sua voce.»
Mia madre si portò entrambe le mani alla bocca.
«Cosa voleva?»
«Sapere di Giulia.»
Sentii Matteo avvicinarsi, ma questa volta non mi toccò.
«Sapeva che esistevo?»
«Sì.»
«E tu non mi hai mai detto niente.»
Lucia abbassò gli occhi. «Avevo paura.»
«Di cosa?»
«Di mio padre. Anche dopo tutti quegli anni.»
«Vittorio era ancora vivo nel 2008», disse Matteo.
«Sì.»
«Che cosa fece Alessandro quando gli dicesti di Giulia?»
Lucia esitò.
«Mi chiese di incontrarlo.»
«E lo facesti?»
«No.»
Mia madre la fissò con un dolore quasi fisico. «Per tredici anni avevo creduto che fosse morto e tu ricevesti una sua telefonata senza dirmelo?»
Lucia cominciò a piangere. Non l’avevo mai vista farlo.
«Il giorno dopo raccontai tutto a mio padre. Mi disse che Alessandro era pericoloso, che aveva problemi, che era meglio lasciarlo fuori dalle nostre vite. Poi la linea telefonica dalla quale aveva chiamato venne disattivata. Non lo sentii mai più.»
Carlo fissava il pavimento.
Qualcosa non tornava.
«Aspetta.»
Tutti mi guardarono.
«Hai detto che volevi fermare il matrimonio perché Matteo non conosce tutta la verità. Ma se Alessandro fosse mio padre, sarebbe tuo fratello.»
Lucia annuì.
«Quindi Matteo sarebbe mio cugino.»
Il volto di Matteo cambiò.
Finalmente arrivammo al vero motivo.
«È questo?» domandai. «Pensavi che io e Matteo fossimo cugini?»
«Sì.»
Matteo fece un passo indietro.
«Perché non me l’hai detto?»
«Perché non avevo una prova.»
«Hai avuto anni per cercarla!»
«E cosa avrei dovuto fare? Presentarmi da Giulia dicendole che forse l’uomo morto che non aveva mai conosciuto era suo padre? Distruggere due famiglie sulla base di una telefonata?»
«Invece hai aspettato il giorno del matrimonio», dissi.
Lucia non riuscì a rispondere.
Matteo prese nuovamente il risultato del laboratorio.
«Possiamo verificarlo.»
Lo guardai.
«Come? Alessandro è scomparso.»
«Non serve Alessandro.»
Capì prima di me.
Lucia era sua sorella.
«Un test tra me e Lucia.»
Matteo annuì. «Se Alessandro è tuo padre, il laboratorio può stabilire con un’alta probabilità se Lucia è tua zia biologica.»
Lucia sembrò terrorizzata.
«No.»
Quella risposta arrivò troppo velocemente.
«Perché no?» chiesi.
«Non servirà.»
«Hai rubato il mio DNA per fare due test senza il mio consenso e adesso non vuoi usare il tuo?»
«Giulia...»
«Dammi una ragione.»
Lucia strinse la cartellina al petto.
Poi Carlo disse qualcosa che quasi nessuno sentì.
«Perché sa già che il test sarebbe negativo.»
Mi voltai verso di lui.
Lucia diventò immobile.
«Che significa?»
Carlo guardò Lucia.
«Dille chi era veramente Alessandro.»
«Carlo, no.»
«Hai iniziato tu.»
«Non farlo.»
Mia madre li fissava entrambi. «Che cosa state nascondendo ancora?»
Carlo si avvicinò all’altare, prese la vecchia fotografia e indicò Alessandro.
«Vittorio Rinaldi ha cresciuto Alessandro come suo figlio. Ma non lo era biologicamente.»
Matteo corrugò la fronte.
«Quindi Alessandro e mamma non erano fratelli?»
«Non di sangue.»
Per la prima volta da quando quella follia era cominciata sentii una scintilla di sollievo.
Se era vero, io e Matteo non eravamo parenti biologici.
Ma durò pochissimo.
Perché Lucia stava guardando Carlo con autentico terrore.
«Come fai a saperlo?» chiese Matteo.
Carlo non rispose.
Lucia invece sussurrò: «Perché Carlo conosceva la madre biologica di Alessandro.»
«Chi era?» domandai.
Carlo mi guardò.
«Non lo so.»
«Stai mentendo.»
«Giulia...»
«Stai mentendo di nuovo.»
In quel momento il telefono di Matteo vibrò.
Nessuno avrebbe prestato attenzione a una chiamata in una situazione simile, ma lui guardò lo schermo e si irrigidì.
«È il laboratorio.»
Rispose.
«Pronto?»
Rimase in ascolto.
Il suo volto cambiò lentamente.
«Sì, sono Matteo Rinaldi... Come sarebbe a dire un'anomalia?»
Lucia smise di respirare.
Matteo si allontanò di qualche passo.
«No, il campione indicato come Carlo Bianchi è corretto... Sì... Capisco.»
Mi guardò.
«Che cosa hanno detto?»
Lui non rispose subito.
«Matteo.»
Abbassò lentamente il telefono.
«Hanno riesaminato i dati perché il primo risultato aveva prodotto una corrispondenza inattesa nel loro archivio genealogico.»
«Con chi?»
«Non possono comunicarmelo telefonicamente. Serve l'autorizzazione della persona registrata.»
«Quale persona?»
Matteo guardò lo schermo, poi pronunciò un nome che non avevo mai sentito.
«Andrea Moretti.»
Lucia lasciò cadere la cartellina.
Le pagine si sparsero sul pavimento.
Tra tutte, una fotografia cadde rivolta verso l’alto.
Ritraeva Lucia molto più giovane accanto a un uomo.
Non era Carlo.
Non era Alessandro.
Sul retro, scritto a mano, c’era lo stesso nome.
Andrea Moretti.
Mi chinai a raccoglierla.
«Chi è quest’uomo?»
Lucia rimase in silenzio.
Ma Carlo la guardò e disse:
«È l’uomo che Alessandro stava cercando quando è scomparso.»







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