PARTE 4
Per alcuni secondi nessuno parlò. Alessandro continuava a fissare Martina come se quelle due parole avessero appena cambiato il significato di ogni documento presente nella stanza. Io conoscevo quell’espressione: era la stessa che avevo avuto quando avevo visto il mio rapporto alterato sul tavolo di Carlo. Non era ancora paura. Era il momento preciso in cui la mente rifiuta una verità perché accettarla significherebbe dover rimettere in discussione tutto.
«Mio padre è morto quattro anni fa», disse infine Alessandro.
Martina lo guardò incredula. «Cosa?»
«Riccardo Rinaldi è morto il 17 novembre di quattro anni fa. Infarto. Ero con lui in ospedale.»
Sentii la tensione cambiare forma.
«Allora Martina sta mentendo», disse Luca.
«No.» Martina scosse immediatamente la testa. «Ho visto Carlo con quell’uomo. Più volte. L’ho sentito chiamarlo Riccardo.»
Alessandro fece un passo verso di lei. «Descrivilo.»
«Circa sessant’anni. Alto. Capelli grigi, sempre molto elegante. Porta un orologio con il cinturino marrone e…» Martina esitò. «Ha una cicatrice qui.»
Indicò il lato sinistro del mento.
Alessandro si immobilizzò.
«Che c’è?» domandai.
Non rispose.
«Alessandro.»
Mi guardò. «Mio padre aveva quella cicatrice.»
Luca si voltò lentamente dal computer.
Martina sussurrò: «Allora non è morto.»
«Ho visto il suo corpo.»
La voce di Alessandro diventò dura. «Ho organizzato il funerale.»
Il mio telefono vibrò nuovamente.
Per un istante nessuno volle guardare il proprio.
Questa volta era una mail interna, inviata automaticamente dal sistema: accesso amministrativo ripristinato — account C.Venturi.
Luca impallidì.
«È impossibile. L’ho bloccato personalmente.»
Corse al computer.
«Qualcuno ha privilegi superiori ai miei.»
Alessandro tirò fuori il telefono e chiamò la sicurezza. «Trovate Carlo Venturi. Non fatelo uscire dall’edificio.»
Riattaccò.
«Torniamo al terzo piano.»
Quando arrivammo nell’ufficio di Carlo, la porta era aperta.
La stanza era vuota.
Il portatile non c’era più.
Sul tavolo rimanevano soltanto una tazza di caffè e alcuni fogli strappati. Luca controllò immediatamente il computer fisso.
«Non è stato usato.»
Io guardai verso la cassettiera.
Il secondo cassetto era aperto.
Conoscevo Carlo abbastanza bene da sapere che lo teneva sempre chiuso.
Mi avvicinai.
Dentro c’erano cartelline, ricevute e una vecchia agenda.
«Sofia, aspetti», disse Alessandro.
Ma avevo già visto qualcosa.
Una fotografia.
La tirai fuori.
Ritraeva Carlo molto più giovane davanti a un ristorante. Accanto a lui c’erano due uomini.
Uno era Alessandro.
O almeno così pensai per mezzo secondo.
Poi notai che la fotografia doveva avere almeno quindici anni.
«È lui?» chiesi.
Alessandro prese la foto.
Le sue dita tremarono appena.
«Mio padre.»
L’uomo nella fotografia corrispondeva alla descrizione di Martina, cicatrice compresa.
Sul retro c’era una data.
12 maggio 2011.
E una frase scritta a mano:
Aurora comincia da qui. R.R.
Sentii un nodo allo stomaco.
«Il Progetto Aurora esisteva già nel 2011?»
«Secondo i documenti aziendali», dissi, «è nato tre anni fa.»
Alessandro girò la fotografia.
«Allora qualcuno ha mentito persino sulla data.»
Luca, intanto, aveva aperto l’agenda di Carlo.
«Guardate.»
Ogni primo giovedì del mese compariva la stessa annotazione.
R.R. — 21:30.
Gli appuntamenti continuavano fino al mese precedente.
Martina aveva detto la verità.
Alessandro prese l’agenda. «Dove avvenivano gli incontri?»
Martina deglutì.
«Non lo so. Una volta ho seguito Carlo.»
«Una volta?»
«Due mesi fa. Pensavo…»
Mi guardò con vergogna.
«Pensavo che stesse preparando qualcosa contro di te. La promozione. Avevo paura che avesse già deciso di scegliere te.»
Finalmente capivo almeno una parte del suo comportamento. Non lo giustificava, ma lo rendeva meno incomprensibile.
«Dove è andato?»
«In un parcheggio sotterraneo vicino a Porta Nuova. È rimasto lì circa quaranta minuti.»
«Hai visto l’uomo?»
«Solo da lontano.»
Alessandro prese il telefono.
Prima che potesse chiamare qualcuno, la sicurezza lo contattò.
Ascoltò senza parlare.
Poi chiuse la chiamata.
«Carlo è uscito dall’edificio nove minuti fa.»
Luca aggrottò la fronte. «Ma avete ordinato di fermarlo.»
«Non è passato dall’ingresso principale. Ha usato il garage.»
«Possiamo controllare le telecamere», dissi.
Scendemmo nella sala sicurezza. Un addetto recuperò immediatamente le registrazioni.
Alle 10:58 Carlo apparve nel garage con il portatile sotto il braccio. Camminava velocemente.
Poi accadde qualcosa di strano.
Non salì sulla sua auto.
Una berlina nera entrò nel parcheggio.
Carlo aprì lo sportello posteriore e salì.
«Ingrandisca», ordinò Alessandro.
L’immagine diventò granulosa, ma il volto dell’uomo al volante rimase visibile per alcuni secondi.
Alessandro si avvicinò allo schermo.
Non disse nulla.
Non ce n’era bisogno.
Era l’uomo della fotografia.
Più vecchio.
Capelli completamente grigi.
Stessa cicatrice.
Martina si portò una mano alla bocca.
«È lui.»
Alessandro sembrava non respirare.
L’uomo che aveva seppellito quattro anni prima stava guidando un’auto fuori dal garage della sua nuova azienda.
La berlina scomparve dalla telecamera.
Luca controllò la targa.
«È intestata a Lombarda Servizi.»
Sentii improvvisamente che i due milioni di euro, il rapporto falsificato e persino il tentativo di farmi licenziare erano soltanto la superficie.
Poi l’addetto alla sicurezza fermò il video.
«Dottor Rinaldi… c’è un’altra cosa.»
Riportò la registrazione indietro di trenta secondi.
Prima che Carlo arrivasse, l’uomo dai capelli grigi era sceso dalla macchina.
Aveva aperto il bagagliaio e tirato fuori una cartella.
Per pochi istanti la telecamera aveva ripreso chiaramente l’etichetta.
Alessandro la lesse ad alta voce.
«Sofia Bianchi — Riservato.»
Mi mancò il respiro.
«Perché tuo padre avrebbe una cartella con il mio nome?»
Alessandro non rispose.
L’addetto ingrandì ancora.
Sotto il mio nome compariva una seconda riga, quasi nascosta dalla mano dell’uomo.
Questa volta fui io a leggerla.
SORVEGLIANZA AUTORIZZATA — 2019.
Feci rapidamente il conto.
«Sette anni fa.»
Alessandro si voltò verso di me.
Era esattamente l’anno in cui avevo iniziato a lavorare in quell’azienda.







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