Divertimento

Mia Suocera Ha Gettato Le Mie Valigie Fuori Di Casa, Ma Non Sapeva Che La Villa Era Mia E Che Quel Gesto Avrebbe Svelato Un Segreto Di Famiglia Nascosto Da 27 Anni

Continuai a fissare quella firma finché le lettere del mio nome cominciarono quasi a perdere forma. Francesca Rinaldi. Era scritto con un'inclinazione simile alla mia, persino la piccola curva della F era stata imitata. Chiunque l'avesse fatta non aveva improvvisato. Aveva visto la mia firma abbastanza volte da poterla copiare.

«Ti ho fatto una domanda, Alessandro.»

Lui rimase accanto al tavolo, immobile.

«Chi ha firmato al posto mio?»

«Non è come sembra.»

Lo guardai incredula.

«C'è una richiesta di finanziamento da ottocentomila euro garantita con una casa che appartiene a me. C'è il mio nome e c'è una firma che non ho mai fatto. Dimmi quale parte dovrebbe sembrare diversa.»

Alessandro abbassò la voce.

«Il finanziamento non è ancora stato erogato.»

Per un istante non riuscii nemmeno a reagire. Poi sentii salire una rabbia fredda.

«Quindi dovrei sentirmi meglio?»

«Sto dicendo che possiamo ancora fermare tutto.»

«Possiamo?»

Chiusi la cartellina con forza.

«Tu eri coinvolto.»

«Francesca, ascoltami.»

«Da quanto tempo?»

Alessandro si passò una mano tra i capelli e cominciò a camminare lentamente per il soggiorno.

«Tre mesi.»

Tre mesi.

Ripensai alle nostre cene. Alle domeniche trascorse insieme. Alle mattine in cui mi aveva baciata prima di uscire. Alle volte in cui aveva chiesto casualmente dove conservassi determinati documenti.

Improvvisamente dettagli insignificanti assumevano un significato diverso.

«Perché ottocentomila euro?»

Lui non rispose.

Aprii di nuovo la cartellina. Cercai tra i fogli e trovai il nome di una società: Conti Progetti S.r.l.

«È la società di Paolo.»

Alessandro scosse lentamente la testa.

«Era di Paolo.»

«Che significa?»

«È quasi fallita.»

Mi sedetti.

Sapevo che Paolo lavorava nel settore delle costruzioni. Sapevo anche che negli ultimi mesi aveva avuto difficoltà con alcuni cantieri, ma Alessandro mi aveva sempre detto che erano normali problemi di liquidità.

«Quanto deve?»

«Più di un milione.»

Lo fissai.

«E voi pensavate di salvarlo usando casa mia.»

«Non era solo per Paolo.»

Quella frase cambiò qualcosa.

«Allora per chi?»

Alessandro rimase in silenzio.

Presi il telefono.

«Va bene. Chiamo il mio avvocato.»

Lui mi afferrò il polso. Non con violenza, ma abbastanza da fermarmi.

«Aspetta.»

Abbassai gli occhi sulla sua mano.

La lasciò immediatamente.

«Se chiami un avvocato adesso, Paolo rischia molto più del fallimento.»

«Per una firma falsa dovrebbe preoccuparsi.»

«Paolo non ha falsificato niente.»

«Allora chi è stato?»

Alessandro chiuse gli occhi.

«Mia madre.»

Non provai sorpresa. Non subito. Provai qualcosa di peggiore: la sensazione che finalmente un pezzo fosse entrato al suo posto.

«Teresa ha falsificato la mia firma?»

«Ha detto che era temporaneo. Che avremmo sistemato tutto prima che tu lo scoprissi.»

Mi alzai lentamente.

«E tu hai accettato.»

«No.»

«Hai saputo per tre mesi che tua madre aveva falsificato la mia firma e non mi hai detto niente.»

«Ho cercato di convincerla a fermarsi.»

«Ma non hai avvertito me.»

Alessandro batté il pugno sul tavolo.

«Perché non capisci cosa c'è in gioco!»

Il rumore rimbombò nella stanza.

Rimasi ferma.

«Allora spiegamelo.»

Il suo volto cambiò immediatamente, come se avesse capito di aver detto troppo.

«Alessandro.»

Si lasciò cadere sul divano.

«Mio padre non ci ha lasciato quello che tutti pensano.»

Conoscevo poco la storia finanziaria della famiglia Conti. Vittorio, il padre di Alessandro, era morto quattro anni prima. Teresa aveva sempre parlato di lui come di un uomo che aveva costruito un patrimonio importante.

«C'erano debiti», continuò Alessandro. «Molti. Alcuni sono emersi dopo la sua morte. Paolo ha cercato di coprirli usando la società. Poi un investimento è andato male e tutto è peggiorato.»

«E Teresa?»

«Ha venduto quasi tutto senza dirlo a nessuno.»

Adesso capivo perché negli ultimi due anni mia suocera parlava continuamente della villa. Perché organizzava pranzi lì, perché decideva modifiche, perché la chiamava ostinatamente "casa dei Conti".

Non era soltanto arroganza.

Aveva bisogno di quella casa.

«Per questo voleva mandarmi via?»

Alessandro non rispose subito.

«Pensava che se ci fossimo separati avrei potuto rivendicare una parte della proprietà.»

«Ma tu sapevi che non potevi.»

«Sì.»

«E gliel'hai lasciato credere.»

Il silenzio confermò tutto.

Mi avvicinai alla finestra. Fuori vidi i fari dell'auto di Teresa ancora accesi in fondo al vialetto.

Non se n'era andata.

Stava aspettando.

«Quindi vostra madre pensava che, dopo una separazione, questa casa sarebbe rimasta a te.»

«Sì.»

«E tu perché non l'hai corretta?»

Alessandro alzò finalmente gli occhi.

«Perché avevo bisogno di capire fin dove sarebbe arrivata.»

Mi voltai.

Quella risposta non me l'aspettavo.

«Che cosa significa?»

Si alzò e andò verso un mobile. Aprì un cassetto e tirò fuori una piccola chiavetta USB.

«Due settimane fa ho scoperto che il finanziamento non era l'unica cosa.»

La mise sul tavolo.

«Ho trovato dei movimenti sui conti della società di Paolo. Pagamenti a una società che non conoscevo. Ho chiesto spiegazioni a mia madre e lei mi ha detto di non immischiarmi.»

«E tu hai continuato a cercare.»

Annui.

«Ecco perché ieri ho parlato di separazione davanti a lei. Volevo farle credere che fossi dalla sua parte. Pensavo che avrebbe abbassato la guardia.»

Sentii la rabbia mescolarsi alla confusione.

«Avresti potuto fidarti di tua moglie.»

«Lo so.»

«No. Non lo sai. Perché questa sera sei rimasto dietro tua madre mentre buttava le mie valigie fuori.»

Alessandro abbassò la testa.

«Quello non faceva parte del piano.»

«Ma non l'hai fermata.»

Non ebbe una risposta.

Presi la chiavetta.

«Cosa contiene?»

«Copie di alcuni bonifici. Email. Documenti.»

Accesi il portatile sul tavolo e inserii la USB. Comparvero diverse cartelle. Ne aprii una denominata PAGAMENTI.

Decine di bonifici.

Centomila. Sessantamila. Novantacinquemila.

Tutti destinati alla stessa società.

L.M. Holding.

«Chi sono?»

«Non lo so.»

Aprii un'altra cartella. C'erano scansioni di contratti e fotografie di documenti. Poi vidi un file denominato ACCORDO_PRIVATO.pdf.

Lo aprii.

La prima pagina conteneva il nome di Teresa.

La seconda quello di Paolo.

Ma alla terza pagina smisi di respirare.

C'era una clausola riguardante la villa.

La descrizione catastale corrispondeva perfettamente alla mia proprietà.

Più sotto era indicata una data.

Quattro anni prima.

Due mesi dopo la morte di Vittorio.

«Questo documento è impossibile», sussurrai.

Alessandro si avvicinò.

«Perché?»

Indicai la data.

«Perché quattro anni fa Teresa non sapeva ancora ufficialmente che questa villa apparteneva a me.»

Scorsi fino all'ultima pagina.

C'erano tre firme.

Teresa Conti.

Paolo Conti.

E una terza persona.

Alessandro si chinò verso lo schermo.

«Conosci quel nome?»

Io sì.

Ed era proprio questo che mi terrorizzò.

Mi alzai così velocemente che la sedia cadde all'indietro.

«Francesca?»

Non riuscivo a staccare gli occhi dalla firma.

Perché l'uomo che aveva sottoscritto quell'accordo segreto con Teresa quattro anni prima era Lorenzo Rinaldi.

Il fratello di mio padre.

Mio zio.

L'uomo che amministrava ancora una parte dell'eredità della mia famiglia.

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