Teresa rimase seduta davanti a me con le mani strette così forte che le nocche erano diventate bianche. Per qualche istante nessuno osò interromperla. La fotografia di ventisette anni prima era ancora sul tavolo: mio padre, Vittorio e Teresa davanti alla villa. Tre persone che, fino a quella sera, nella mia mente appartenevano a due vite completamente separate.
«Parla», dissi.
Teresa inspirò lentamente.
«Nel 1999 questa casa non apparteneva ancora a tuo padre. Era di Vittorio.»
Alessandro si irrigidì.
«Papà possedeva questa villa?»
«Per poco tempo.»
Teresa guardò la fotografia.
«Vittorio e tuo padre, Carlo, erano soci.»
Mi sedetti senza distogliere gli occhi da lei.
Mio padre non mi aveva mai parlato di Vittorio Conti. Eppure avevo trascorso anni ad ascoltare i suoi racconti sugli inizi della sua attività. Conoscevo nomi di collaboratori, clienti, persino vecchi concorrenti. Non quello del padre dell'uomo che avrei sposato.
«Che società avevano?»
«Una piccola società immobiliare. Vittorio trovava gli immobili, Carlo portava gli investitori. Lorenzo si occupava dei contratti.»
Il nome di mio zio entrò nella storia come un coltello.
«Erano tutti soci?»
«All'inizio sì. Poi Carlo cominciò a sospettare che Lorenzo spostasse denaro attraverso società esterne.»
Alessandro indicò il computer.
«Come L.M. Holding.»
Teresa annuì.
«Quel nome esisteva già allora.»
Sentii un brivido.
«Chi c'è dietro?»
«Non lo so con certezza. Vittorio sosteneva che fosse una struttura creata da Lorenzo insieme ad altre persone per nascondere denaro. Carlo voleva denunciarli.»
«E cosa c'entra questa villa?»
Teresa abbassò gli occhi.
«Qui conservavano copie dei documenti.»
Paolo, fino a quel momento silenzioso, si appoggiò allo schienale.
«Stai dicendo che papà sapeva tutto?»
«Tuo padre commise degli errori. All'inizio aiutò Lorenzo. Quando capì quanto fosse grave, cercò di tirarsi indietro.»
Alessandro rise amaramente.
«Quindi per tutta la vita ci hai raccontato che papà era stato vittima di cattivi investimenti.»
«Perché era quello che lui voleva sapeste.»
«Basta con quello che volevano i morti!» esplose Alessandro. «Tutti hanno lasciato segreti e adesso siamo noi a pagarli.»
Teresa abbassò la testa.
Per quanto fossi furiosa con lei, quella frase mi colpì.
«Cosa accadde nell'estate del 1999?» insistetti.
Teresa rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi temere che avrebbe smesso di parlare.
Poi disse:
«Carlo trovò le prove.»
Mio padre.
«Quali prove?»
«Registri, contratti, conti. Abbastanza per distruggere Lorenzo e altre persone coinvolte. Una sera ci incontrammo qui. Carlo, Vittorio, Lorenzo e io.»
«Tu perché eri presente?»
«Lavoravo nell'amministrazione della società.»
Un altro pezzo della donna che credevo di conoscere crollò.
«Litigarono. Lorenzo voleva i documenti. Carlo rifiutò. Disse che la mattina seguente sarebbe andato dalla Guardia di Finanza.»
Teresa si interruppe.
«Poi?»
«Quella notte scoppiò un incendio nel vecchio deposito dietro la villa.»
Paolo impallidì.
«Quale deposito?»
Teresa indicò oltre la finestra.
«Dove oggi c'è la dependance.»
Mi voltai istintivamente.
Conoscevo quella costruzione. Era stata ristrutturata molti anni prima. Alessandro la usava occasionalmente come studio.
«I documenti erano lì?»
«Una parte.»
«Bruciarono?»
«Così credemmo.»
La parola mi fece voltare.
«Credemmo?»
Teresa annuì.
«La mattina dopo Carlo disse che aveva fatto delle copie. Non disse dove fossero. Una settimana più tardi acquistò la villa da Vittorio.»
Finalmente cominciavo a capire.
«Per proteggerla.»
«Per proteggere quello che poteva esserci ancora dentro.»
Alessandro si alzò.
«E papà gliela vendette?»
«Sì. Per una cifra simbolica.»
«Perché?»
Teresa guardò suo figlio.
«Perché aveva paura di Lorenzo.»
Il silenzio tornò nella stanza.
Ripresi la lettera di mio padre.
«Perché l'ha lasciata a te?»
«Carlo mi disse che se qualcuno avesse tentato di usare la villa come garanzia, significava che Lorenzo stava cercando qualcosa. Dovevo consegnarti quella lettera.»
La rabbia mi attraversò.
«E hai aspettato fino a quando sei stata tu a tentare di usarla come garanzia.»
Teresa abbassò gli occhi.
«Sì.»
«Hai falsificato la mia firma.»
«Sì.»
«Perché?»
«Perché Lorenzo è tornato.»
Paolo la fissò.
«Quando?»
«Otto mesi fa.»
«E cosa voleva?»
Teresa guardò verso la dependance.
«La villa.»
«Perché?»
«Non me l'ha detto. Ma quando gli ho spiegato che apparteneva a Francesca, sapeva già tutto. Sapeva persino che Carlo l'aveva lasciata esclusivamente a lei.»
Mi tornò in mente l'accordo di quattro anni prima.
«Allora perché hai firmato quel documento con lui dopo la morte di mio padre?»
Teresa deglutì.
«Per proteggere Alessandro e Paolo.»
«Da cosa?»
«Dai debiti di Vittorio. Lorenzo promise di cancellarne una parte se gli avessi dato accesso alla villa nel caso fosse diventato necessario.»
Alessandro la guardò sconvolto.
«Hai venduto l'accesso alla casa di Francesca per pagare i debiti di papà.»
«Ho cercato di proteggervi.»
«Hai distrutto tutto per proteggerci.»
Teresa cominciò a piangere, ma nessuno si mosse.
Io continuavo a pensare alla dependance.
«Se Lorenzo vuole ancora la villa dopo ventisette anni, crede che le copie siano ancora qui.»
Teresa annuì lentamente.
«Credo di sì.»
Alessandro prese una torcia da un cassetto.
«Allora controlliamo la dependance.»
«Adesso?» chiese Paolo.
«Adesso.»
Attraversammo il giardino sotto una pioggia sottile che aveva appena cominciato a cadere. Teresa rimase nella villa. Io camminavo davanti insieme ad Alessandro, stringendo la lettera di mio padre sotto la giacca.
Quando raggiungemmo la dependance, notai subito qualcosa.
La porta era socchiusa.
«L'hai lasciata così?» chiesi.
Alessandro scosse la testa.
Entrammo.
Il suo studio era stato messo sottosopra. Cassetti aperti. Libri a terra. Una parte del rivestimento in legno era stata rimossa.
Qualcuno aveva cercato qualcosa.
Paolo accese la luce.
«Quando sei stato qui l'ultima volta?»
«Stamattina. Era tutto normale.»
Mi avvicinai alla parete più vecchia. Sotto il rivestimento comparivano ancora alcune pietre annerite dall'incendio del 1999.
Poi vidi un piccolo simbolo inciso su una di esse.
Una R dentro un cerchio.
Lo riconobbi.
Mio padre utilizzava quel simbolo per segnare le scatole dei documenti personali.
«Alessandro.»
Tolse lentamente la pietra aiutandosi con un attrezzo.
Dietro c'era una cavità.
Ma era vuota.
Quasi.
Sul fondo trovammo una piccola busta di plastica trasparente. Dentro c'era una chiave e un foglio piegato.
Aprii il foglio.
La grafia era di mio padre.
C'erano soltanto due righe.
Se Lorenzo ha trovato questo nascondiglio, il registro non è più al sicuro. Francesca deve cercarlo dove tutto ebbe inizio. Teresa conosce il posto.
Sotto quelle parole mio padre aveva scritto un indirizzo.
Paolo lo lesse sopra la mia spalla.
Teresa ci aveva detto di non conoscere con certezza chi controllasse L.M. Holding.
Ma l'indirizzo indicato da mio padre era lo stesso che compariva, ventisette anni dopo, nei documenti societari di L.M. Holding.
E accanto all'indirizzo c'era una sola parola:
TERESA.







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