Divertimento

Sono Entrata A Casa Del Mio Amico D’Infanzia, Ho Sbattuto L’Anello Sul Tavolo E Ho Detto: «Non Ti Sposerò Mai.» Poi Lui È Sceso Dalle Scale

Guardai Matteo senza riuscire a muovermi. Quelle parole sembravano aver cambiato la temperatura della stanza. Mio padre aveva ancora l’anello chiuso nel pugno, così forte che le nocche erano diventate bianche. «Da qualcuno?» ripetei. «Chi?» Matteo aprì la bocca, ma mio padre lo interruppe immediatamente. «Basta.» La sua voce risuonò nel salotto con una durezza che mi fece sobbalzare. Non lo avevo quasi mai sentito parlare così. «Questa conversazione finisce qui.»

Risi, ma non c’era niente di divertente. «Finisce qui? Avete discusso del mio matrimonio senza chiedermi nulla. Matteo mi ha incontrata per mesi fingendo di essere uno sconosciuto. Adesso scopro che l’anello che sua madre mi ha consegnato porta le mie iniziali e una data di ventotto anni fa, e tu pensi davvero che io possa semplicemente tornare a casa?» Mio padre abbassò lo sguardo. Quel gesto mi fece più paura della sua rabbia. «Ci sono cose che abbiamo fatto per proteggerti.» «Da cosa?» «Non è così semplice.» «È sempre questa la frase che usate quando non volete dire la verità.»

Lucia ricomparve sulla soglia della cucina. Aveva perso completamente il sorriso. Guardò mio padre e poi Matteo. «Carlo, ormai lo sa.» Mio padre si voltò verso di lei. «Non sa niente.» «Proprio per questo dobbiamo smettere.» «Lucia.» «Sono passati quasi trent’anni.»

Quasi trent’anni.

Sentii lo stomaco chiudersi.

«Che cosa è successo il 17 ottobre 1998?»

Nessuno rispose.

Mi avvicinai a mio padre e gli tesi la mano. «Dammi l’anello.» «Giulia...» «È stato dato a me. Dammi l’anello.»

Per un momento credetti che avrebbe rifiutato. Poi aprì lentamente il pugno e lasciò cadere il piccolo cerchio d’oro sul mio palmo. Lo girai verso la luce. L’incisione era minuscola ma evidente: G.R. e quella data. La R poteva essere Rinaldi, pensai immediatamente. Giulia Rinaldi. Ma nel 1998 ero Giulia Bianchi, e nessuno poteva sapere che quasi trent’anni dopo le nostre famiglie avrebbero cercato di farmi sposare Matteo.

«G.R. significa Giulia Rinaldi?» domandai.

Lucia impallidì.

Fu una risposta senza parole.

«No», disse mio padre.

Alzai gli occhi. «Allora cosa significa?»

Carlo si sedette lentamente, come se improvvisamente non avesse più la forza di restare in piedi. «Quell’anello apparteneva a una donna che si chiamava Gabriella Riva.»

Il nome non significava nulla per me. Eppure, quando guardai Matteo, vidi che lui lo conosceva.

«Tu sai chi è.»

Matteo annuì. «Ho trovato il suo nome sei mesi fa.»

«Sei mesi?» La rabbia tornò immediatamente. «Quindi prima ancora dei nostri caffè.»

«Sì.»

«E ancora non capisci perché mi sento presa in giro?»

«Giulia, non sapevo abbastanza per parlartene.»

«Allora parla adesso.»

Matteo guardò mio padre. Questa volta Carlo non lo fermò. Sembrava sconfitto.

«Quando vivevo a Londra», cominciò Matteo, «mio padre morì e dovetti occuparmi di alcuni documenti che aveva lasciato in una cassetta di sicurezza. Tra quei documenti trovai una copia di un accordo firmato da lui e da tuo padre nel 1999.»

Mi voltai verso Carlo. «Che accordo?»

«Riguardava una società», disse Matteo. «La Rinaldi-Bianchi Investimenti. Esisteva prima che noi fossimo abbastanza grandi da ricordarla. Fu chiusa ufficialmente nel 2001.»

«E cosa c’entro io?»

Matteo esitò. «Nel documento c’era una clausola insolita. Una quota del venticinque per cento non apparteneva né ai Bianchi né ai Rinaldi. Era custodita fiduciariamente fino al tuo trentesimo compleanno.»

Per qualche secondo credetti di aver capito male. «Al mio compleanno?»

«Sì.»

«Perché?»

«Questo non era scritto.»

Mi voltai verso mio padre. «Io compio trent’anni tra quattro mesi.»

Carlo annuì appena.

Tutto cominciava ad assumere una forma che non mi piaceva. Il ritorno improvviso di Matteo. Le famiglie che insistevano sul matrimonio. L’anello. Una società scomparsa. Una quota destinata a me.

«Quindi volevate farci sposare prima del mio compleanno.»

Lucia si avvicinò. «Non per prendere i tuoi soldi.»

«Non ho parlato di soldi.»

Lucia si fermò.

La guardai. «Interessante che tu ci abbia pensato subito.»

Matteo intervenne. «Giulia, ascoltami. Mio padre aveva annotato una frase a mano accanto alla clausola.» Prese il telefono, cercò qualcosa e mi mostrò una fotografia. Era la scansione di una pagina ingiallita. In fondo, con una grafia inclinata, c’erano poche parole:

Se Giulia non conoscerà la verità entro i trent’anni, la quota dovrà essere trasferita secondo le istruzioni di G.R.

Mi mancò il respiro.

Gabriella Riva.

«Chi era questa donna?»

Mio padre si passò entrambe le mani sul volto. Quando le abbassò sembrava improvvisamente più vecchio.

«Una persona che lavorava con noi.»

«Non basta.»

«Era una delle fondatrici della società.»

«E perché avrebbe lasciato qualcosa a me?»

Carlo guardò Lucia. Lei abbassò gli occhi.

Fu allora che capii che entrambi conoscevano la risposta.

«Ditemelo.»

Mio padre si alzò. «Gabriella scomparve nell’autunno del 1998.»

Guardai la data incisa sull’anello.

17 ottobre.

«Quel giorno?»

«Quella notte.»

Un brivido mi attraversò la schiena. «E l’anello?»

«Lo trovammo la mattina dopo.»

«Dove?»

Mio padre non rispose subito.

«Papà.»

«Davanti alla nostra vecchia casa sul Lago di Como.»

Mi appoggiai al tavolo. Avevo trascorso estati intere in quella casa da bambina. Ricordavo il giardino, il pontile, Matteo che correva dietro di me, le nostre madri che ci chiamavano per cena. Non ricordavo Gabriella.

«Perché non è mai tornata?»

«Non lo sappiamo.»

Matteo fece un passo verso di me. «C’è dell’altro.»

Lo guardai.

«Nella cassetta di sicurezza di mio padre c’era anche una fotografia.»

Aprì un’altra immagine sul telefono.

Tre persone molto giovani erano davanti alla casa sul lago. Mio padre. Il padre di Matteo. E una donna dai capelli scuri che teneva qualcosa tra le braccia.

Una bambina.

Sentii il cuore fermarsi.

La donna sorrideva alla macchina fotografica. Al collo portava una catenina sottile. Alla mano destra, lo stesso anello che tenevo adesso.

Ma non fu quello a sconvolgermi.

Fu la bambina.

Sul retro della fotografia qualcuno aveva scritto una data.

3 settembre 1997.

Pochi giorni dopo la mia nascita.

«Quella sono io?» sussurrai.

Mio padre chiuse gli occhi.

«Sì.»

«Perché ero tra le braccia di Gabriella Riva?»

Il telefono di Matteo vibrò prima che qualcuno potesse rispondere.

Un messaggio.

Lui lo lesse e il suo volto cambiò.

«Che succede?»

Matteo non parlò. Mi porse semplicemente il telefono.

Numero sconosciuto.

C’era una fotografia scattata pochi minuti prima.

Mostrava l’ingresso della casa dei Rinaldi.

La stessa casa in cui ci trovavamo.

Sotto, una sola frase:

Giulia non deve arrivare al suo trentesimo compleanno senza sapere chi era davvero Gabriella. Chiedete a Carlo cosa accadde quella notte.

Poi arrivò un secondo messaggio.

E soprattutto chiedetegli perché disse alla polizia di non averla mai conosciuta.

No comments yet