Divertimento

Sono Entrata A Casa Del Mio Amico D’Infanzia, Ho Sbattuto L’Anello Sul Tavolo E Ho Detto: «Non Ti Sposerò Mai.» Poi Lui È Sceso Dalle Scale

Rimasi inginocchiata sul pavimento con la lettera tra le mani. Sono rimasta a Milano per altri sei anni. La lessi ancora, poi una terza volta, come se ripetere quelle parole potesse trasformarle in qualcosa di comprensibile. Per ventotto anni mio padre aveva parlato di Gabriella come di una donna scomparsa nell’autunno del 1998. La polizia l’aveva cercata. Le famiglie avevano taciuto. E adesso una lettera sosteneva che fosse rimasta nella stessa città fino al 2004.

«Questa grafia è davvero la stessa?» chiesi.

Matteo prese il foglio e lo confrontò sul telefono con la fotografia del documento trovato nella cassetta di sicurezza di suo padre. Inclinazione delle lettere, G molto larga, modo particolare di tracciare la R. «Sembra identica.»

«Quindi Gabriella ha scritto questa lettera.»

«Oppure qualcuno vuole farcelo credere.»

Quella possibilità mi fece guardare istintivamente verso la porta. «Abbiamo sentito qualcuno.»

Matteo uscì nel corridoio e controllò le altre stanze. Lo seguii. Nessuno. Una finestra in fondo era socchiusa e la tenda si muoveva nella corrente d’aria. Chiunque fosse stato lì avrebbe potuto raggiungere la scala secondaria e uscire dal retro.

Tornammo alla scatola. Presi l’audiocassetta. Su un lato era scritto soltanto 17/10/98 – DOPO MEZZANOTTE.

«Dobbiamo ascoltarla.»

Matteo osservò la vecchia radio coperta da un telo nell’angolo della stanza. «Se abbiamo molta fortuna...»

La fortuna, per una volta, sembrò ricordarsi di noi. Il mangianastri funzionava ancora dopo qualche tentativo e un rumore metallico. Inserimmo la cassetta. Per alcuni secondi sentimmo soltanto fruscio.

Poi una voce femminile.

«Se questa registrazione viene ascoltata, significa che non sono riuscita a sistemare le cose da sola.»

Mi si gelò il sangue.

Gabriella.

La voce continuò, disturbata dal nastro consumato. «Carlo non ha rubato il denaro. Nemmeno Alberto.»

Matteo mi guardò.

«Qualcuno ha usato le loro firme. Ho trovato i documenti originali. La persona responsabile sa che li ho trovati.»

Seguì un rumore. Una porta forse. Poi Gabriella abbassò la voce.

«Non posso andare alla polizia stanotte. Prima devo mettere Giulia al sicuro.»

Mi portai una mano alla bocca.

La registrazione continuò.

«Se succede qualcosa, Carlo sa cosa deve fare. Deve crescere Giulia come sua figlia e non permettere a nessuno di—»

Il nastro si interruppe.

Silenzio.

Sentivo soltanto il mio respiro.

Matteo premette stop.

«Come sua figlia», sussurrai.

Quelle tre parole avevano aperto una crepa dentro di me.

«Forse non significa quello che pensi.»

«Cosa dovrebbe significare?»

Non aspettai una risposta. Presi il telefono e chiamai mio padre.

Rispose quasi immediatamente.

«Giulia, dove siete?»

«Nella casa sul lago.»

Silenzio.

«Tornate a Milano.»

«Abbiamo trovato una registrazione.»

Sentii il suo respiro cambiare.

«Di Gabriella.»

«Giulia...»

«Dice che dovevi crescermi come tua figlia.»

Carlo non parlò.

Quella volta il suo silenzio fu una confessione.

«Sei mio padre?»

La domanda uscì quasi senza voce.

Matteo si voltò, lasciandomi almeno l’illusione di essere sola.

«Sono tuo padre in ogni modo che abbia mai contato», disse Carlo.

Chiusi gli occhi.

«Non è quello che ti ho chiesto.»

«Lo so.»

«Sei mio padre biologico?»

Passarono cinque secondi.

Dieci.

«No.»

Mi sedetti sul bordo del letto perché le gambe smisero semplicemente di sostenermi.

Tutto ciò che conoscevo rimase intatto e contemporaneamente crollò. L’uomo che mi aveva insegnato a guidare, che aspettava sveglio quando tornavo tardi, che mi telefonava ogni domenica anche dopo un litigio, era ancora mio padre. Lo sapevo. Ma qualcuno aveva deciso per ventinove anni che non avevo diritto a conoscere l’altra parte della mia storia.

«E mamma?»

«È tua madre.»

«Biologica?»

«Sì.»

Almeno quello.

«Allora chi è il mio vero padre?»

Carlo inspirò.

«Non posso dirtelo al telefono.»

Mi alzai di scatto. «Smettetela tutti di decidere quando sono pronta!»

«Non è questo.»

«Allora dimmelo.»

«Prima devi tornare.»

«Perché?»

La sua voce cambiò. «Perché tua madre non è a casa.»

Guardai Matteo.

«Cosa significa?»

«Quando le ho detto che eri andata sul lago, è uscita. Ha lasciato il telefono qui.»

Una sensazione terribile mi attraversò.

«Dove sarebbe andata?»

«Credo di saperlo.»

«Dove?»

Carlo esitò.

«Da Gabriella.»

Il mondo sembrò fermarsi una seconda volta.

«Hai appena detto che Gabriella è viva?»

«Non so se lo sia ancora.»

«Ma mamma sapeva dove trovarla.»

«Giulia, ascoltami. Nel 2004 Gabriella lasciò Milano. Da allora non l'ho più vista. Tua madre riceveva però una lettera ogni anno.»

Mi mancò il respiro.

«Ogni anno?»

«Sempre il 3 settembre.»

La data della fotografia. Pochi giorni dopo la mia nascita.

«Perché mamma non mi ha mai detto niente?»

«Perché era una delle condizioni.»

«Condizioni di cosa?»

«Dell'accordo che ci permise di tenerti con noi.»

Chiusi la chiamata.

Non riuscivo più ad ascoltare.

Matteo rimase immobile per qualche secondo, poi si sedette accanto a me. Non provò a consolarmi con parole inutili. «Vuoi tornare?»

Guardai la chiave trovata nella busta.

«No.»

«Giulia...»

«Questa chiave apre qualcosa.»

La esaminammo. Era piccola, con un numero inciso: 314.

Matteo fotografò il numero. «Potrebbe essere una cassetta di sicurezza.»

Ripensai alla lettera. La rilessi lentamente. In basso, quasi nascosta dalla piega, c'era una riga che non avevo notato.

La chiave apre ciò che Carlo non ha mai avuto il coraggio di distruggere. Stazione Centrale.

Partimmo immediatamente.

Quando arrivammo a Milano era buio. Alla Stazione Centrale trovammo una fila di vecchi armadietti deposito in un'area laterale. Il numero 314 era ancora lì.

La chiave girò.

Dentro c'era una cartella, una busta sigillata e una fotografia.

Presi prima la fotografia.

Mia madre, molto giovane, era seduta accanto a Gabriella. Tra loro c'ero io, forse a un anno.

Sul retro:

Per Giulia, quando sarà abbastanza grande da scegliere quale verità perdonare.

Matteo aprì la cartella.

Documenti societari. Estratti conto. Una denuncia mai depositata. E infine un certificato di nascita.

Il mio.

Il nome di mia madre era quello che conoscevo.

Laura Bianchi.

La casella del padre, però, non era vuota.

C'era un nome.

Matteo lo vide prima di me.

Il suo volto perse ogni colore.

«Giulia...»

Gli strappai quasi il documento dalle mani.

Lessi.

Poi rilessi.

Non era Alberto Rinaldi.

Non era Carlo Bianchi.

Era un nome che non avevo mai sentito.

Lorenzo Riva.

Sotto il certificato c'era una fotografia di Gabriella accanto a un giovane uomo che le somigliava incredibilmente.

Sul retro qualcuno aveva scritto:

Gabriella e suo fratello Lorenzo, 1997.

Ma nella busta sigillata trovammo qualcosa di ancora peggiore.

Una lettera indirizzata a mia madre.

La aprii.

C'erano soltanto poche righe.

Laura, se Giulia scopre chi è suo padre, dovrai finalmente raccontarle perché Lorenzo è stato dichiarato morto nel 1999.

E sotto:

Soprattutto, dovrai dirle chi identificò il corpo.

La firma era di Gabriella.

Ma in fondo alla pagina compariva una nota aggiunta con un'altra penna, molti anni dopo.

La riconobbi immediatamente.

Era la grafia di mia madre.

Non c'era nessun corpo da identificare. Carlo lo sa.

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