Divertimento

Sono Entrata A Casa Del Mio Amico D’Infanzia, Ho Sbattuto L’Anello Sul Tavolo E Ho Detto: «Non Ti Sposerò Mai.» Poi Lui È Sceso Dalle Scale

Lessi il secondo messaggio tre volte. Le parole non cambiavano. Chiedetegli perché disse alla polizia di non averla mai conosciuta. Sollevai lentamente lo sguardo verso mio padre. Carlo non aveva ancora visto lo schermo, ma gli bastò osservare la mia espressione per capire che qualcosa era successo. Matteo gli porse il telefono. Mio padre lesse e, per la prima volta da quando ero entrata in quella casa, vidi qualcosa di più forte della paura attraversargli il volto: riconoscimento.

«Sai chi ha mandato questo messaggio», dissi.

«No.»

«Non ti credo.»

«Giulia, non so chi ci sia dietro.»

«Non ti ho chiesto questo. Ti ho chiesto se sai chi potrebbe essere.»

Carlo rimase in silenzio. Lucia si avvicinò alla finestra e scostò appena la tenda. Fuori, la strada sembrava normale. Un uomo portava a spasso un cane sul marciapiede opposto, una macchina passò lentamente, poi tutto tornò immobile. Eppure qualcuno aveva fotografato quella porta pochi minuti prima.

Matteo prese il telefono. «Chiamo la polizia.»

«Aspetta», disse mio padre.

Mi voltai di scatto. «Perché dovremmo aspettare?»

Carlo inspirò profondamente. «Perché se coinvolgiamo la polizia adesso, dovrò spiegare cose che avrei dovuto spiegare ventotto anni fa.»

«Ottimo. Comincia da me.»

Si sedette di nuovo. Questa volta nessuno cercò di interromperlo.

«Gabriella Riva non era semplicemente una socia.» Parlava lentamente, scegliendo ogni parola. «Era la persona che aveva creato il progetto su cui costruimmo la società. Tuo padre—» Si fermò, correggendosi. «Io e Alberto Rinaldi avevamo il capitale. Gabriella aveva l’idea. Eravamo amici prima ancora di diventare soci.»

Quella correzione mi rimase addosso. Tuo padre. Io. Forse ero diventata paranoica, ma ormai ogni esitazione sembrava nascondere qualcosa.

«E mia madre?» chiesi.

«Conosceva Gabriella.»

«Quanto bene?»

«Molto bene.»

Mi si strinse lo stomaco. «Perché mamma non è qui?»

Carlo abbassò gli occhi. «Perché speravo che non fosse necessario coinvolgerla.»

Risi amaramente. «State parlando di una donna scomparsa che mi teneva in braccio pochi giorni dopo la mia nascita. Direi che siamo oltre il punto in cui potete decidere chi coinvolgere.»

Matteo rimase accanto a me, abbastanza vicino da farmi sentire la sua presenza ma senza toccarmi. Per qualche motivo gliene fui grata.

«Cosa accadde il 17 ottobre?» domandai.

Carlo impallidì. «Quella sera Gabriella venne alla casa sul lago. Era agitata. Disse che aveva scoperto irregolarità nei conti della società.»

«Quali irregolarità?»

«Trasferimenti di denaro. Società estere. Documenti firmati senza la sua autorizzazione.»

«Da te?»

«No.»

La risposta arrivò immediatamente.

«Da Alberto?»

Lucia si voltò dalla finestra. «Carlo.»

Mio padre la ignorò. «Gabriella sospettava di Alberto.»

Matteo irrigidì la mascella. «Mio padre?»

«Non avevo prove.»

«Eppure non me l’hai mai detto.»

«Perché Alberto era tuo padre e perché, anni dopo, mi giurò che non aveva preso quei soldi.»

La tensione tra loro diventò improvvisamente diversa. Non riguardava più soltanto me.

«Continua», dissi.

Carlo annuì. «Quella notte litigammo. Gabriella voleva andare alla polizia la mattina seguente. Io cercai di convincerla ad aspettare ventiquattr’ore. Volevo controllare i documenti prima che distruggesse la società.»

«E poi?»

«Se ne andò.»

«Da sola?»

L'esitazione fu minuscola.

Ma la vidi.

«Papà.»

«Quando uscì dalla casa era sola.»

Non era la stessa risposta.

Matteo lo capì contemporaneamente a me. «Chi era arrivato prima che uscisse?»

Carlo guardò verso Lucia.

Lei chiuse gli occhi.

«Mio padre», disse Matteo.

Carlo annuì.

Matteo si allontanò di qualche passo. «Quindi Alberto era lì quella notte.»

«Sì.»

«E tu hai appena detto che Gabriella lo accusava di aver sottratto denaro.»

«Sì.»

«Perché questo non compare nei documenti sulla sua scomparsa?»

Mio padre non rispose.

Presi il telefono dalle mani di Matteo e cercai il numero sconosciuto. Premetti chiama. Dopo pochi secondi una voce automatica mi informò che il numero non era raggiungibile.

«Andiamo sul lago», dissi.

Carlo alzò immediatamente la testa. «No.»

«La casa esiste ancora?»

«Sì, ma è chiusa da anni.»

«Allora andiamo.»

«Giulia, non sai cosa stai facendo.»

«È esattamente questo il problema. Non so niente perché voi avete deciso che non dovevo sapere.»

Presi la borsa. Matteo raccolse le chiavi della macchina dal mobile dell’ingresso.

«Vengo con te.»

Carlo si alzò. «Matteo, non incoraggiarla.»

Matteo lo guardò con freddezza. «Mio padre era lì la notte in cui una donna scomparve e tu me lo hai nascosto. Voglio sapere anch’io cosa accadde.»

Un'ora dopo Milano era alle nostre spalle. Durante il viaggio verso il Lago di Como parlammo pochissimo. Guardavo dal finestrino mentre il paesaggio diventava sempre più familiare. Ricordi che credevo dimenticati cominciarono a tornare: il profumo dell’acqua nelle mattine d’estate, una vecchia altalena, Matteo bambino che mi inseguiva lungo il pontile.

«Perché avete smesso di venire qui?» chiesi.

Matteo strinse il volante. «Credevo fosse perché ci eravamo trasferiti.»

«Io ricordo che i miei genitori smisero improvvisamente di parlarne.»

Quando raggiungemmo la proprietà era quasi sera. Il cancello era arrugginito, il giardino invaso dalle erbacce. Matteo aveva trovato tra le vecchie chiavi di Lucia quella del portone principale.

Entrammo.

L’odore di legno chiuso e polvere mi riportò indietro di vent’anni. I mobili erano coperti da teli. Sul muro del corridoio c’erano ancora piccoli segni a matita con le nostre altezze.

Matteo, 8 anni.

Giulia, 6 anni.

Passai un dito sopra il mio nome.

Poi notai qualcosa.

Più in basso c’era un altro segno, quasi cancellato.

Una sola lettera.

G.

«Matteo.»

Si avvicinò. Prima che potessimo esaminarlo meglio sentimmo un rumore provenire dal piano superiore.

Un colpo.

Poi passi.

Matteo mi fece cenno di restare indietro. Salimmo lentamente. La porta della vecchia camera degli ospiti era aperta.

Dentro non c’era nessuno.

Ma il pavimento era stato ripulito di recente.

Al centro della stanza c’era una scatola di legno.

Sopra, una busta.

Il mio nome era scritto a mano.

GIULIA.

Mi inginocchiai e la aprii.

Dentro trovai una chiave, una vecchia audiocassetta e un foglio piegato.

La grafia era la stessa della nota sul documento mostrato da Matteo.

Lessi la prima riga.

Se stai leggendo questa lettera, significa che Carlo non è riuscito a raccontarti la verità.

Le mani cominciarono a tremarmi.

Continuai.

Non odiarlo. Quella notte cercò di proteggere te, non me.

Mi fermai.

Matteo era diventato pallido.

Sotto c’era un’ultima frase.

La cosa più importante che devi sapere è che Gabriella Riva non scomparve il 17 ottobre 1998.

Voltai il foglio.

Sul retro c'erano soltanto sette parole.

Sono rimasta a Milano per altri sei anni.

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