Rozrywka

Moja Córka Wyszeptała „Tato, Pomóż” — Kiedy Dotarłem Do Domu Jej Teściów, Mój Zięć Czekał Na Mnie Z Kijem Bejsbolowym

Il punto Aurora non compariva su nessuna mappa civile.

Lorenzo lo sapeva.

Anch’io.

Era il nome in codice di una vecchia struttura logistica militare dismessa da anni, utilizzata in passato per trasferimenti temporanei di materiali sensibili.

Se Rinaldi aveva scelto quel posto, non era per caso.

Conosceva gli accessi.

Le telecamere.

Le zone morte.

E soprattutto sapeva quanto tempo sarebbe passato prima che qualcuno facesse domande.

«Non possiamo andarci da soli», disse Lorenzo.


«Non lo faremo.»

L’investigatore che aveva arrestato Ferri prese il telefono dell’ispettore e fotografò i messaggi.

«Se questo è davvero un ordine del generale, abbiamo bisogno di qualcosa di più di un testo su un telefono.»

«Allora lasciamogli credere che Ferri sia ancora libero.»

L’uomo mi guardò.

«Vuole rispondere al messaggio?»

«No.»

Indicai Ferri.

«Voglio che risponda lui.»

Ferri, ammanettato accanto all’auto, scosse subito la testa.


«Siete pazzi.»

Mi avvicinai.

«Marco Rinaldi sta già preparando il modo di scaricare tutto su di te.»

«Non sai niente.»

«So che hai ripulito casa mia.»

Silenzio.

«So che hai fatto sparire il martello.»

Ferri abbassò gli occhi.

«So che hai modificato il verbale.»

La sua mascella si irrigidì.


«E so che quando questa storia crollerà, un generale pluridecorato avrà molte più possibilità di convincere tutti che un ispettore corrotto ha agito da solo.»

Ferri mi fissò.

Era esattamente ciò che temeva.

Non me.

Rinaldi.

L’investigatore gli mise davanti il telefono.

«Scriva che avete Ettore.»

Ferri rimase immobile.

«Se collaboro, voglio protezione.»

«La chiederà al magistrato.»


«Non basta.»

«È più di quanto le offrirà Rinaldi quando avrà finito di usarla.»

Passarono alcuni secondi.

Poi Ferri prese il telefono.

Scrisse:

“È con noi. Procediamo.”

La risposta arrivò quasi immediatamente.

“Portatelo ad Aurora. Ingresso ovest. 02:00.”

Guardai l’orario.

Avevamo meno di due ore.


«E Laura?» chiese l’investigatore.

Ferri impallidì.

«Non so dove la tengono.»

«Hai appena sentito che verrà spostata.»

«So soltanto che Rinaldi la voleva viva.»

«Perché?»

Ferri esitò.

Matteo, seduto sul bordo dell’ambulanza mentre un paramedico gli medicava il viso, sollevò la testa.

«Perché lei non aveva ancora consegnato tutto.»

Ci voltammo verso di lui.


«Cosa significa?» chiesi.

Matteo deglutì.

«Teresa aveva scoperto che alcuni documenti erano falsi. Ma la Bassi aveva qualcosa di diverso.»

«Che cosa?»

«Testimonianze.»

Sentii Lorenzo inspirare lentamente.

«Di chi?»

Matteo guardò Ferri.

L’ispettore chiuse gli occhi.

«Militari.»


«Quali militari?» domandai.

Ferri parlò finalmente.

«Uomini che erano sopravvissuti a operazioni compromesse.»

Il mondo sembrò stringersi intorno a me.

Non era soltanto la nostra missione.

«Quante?»

Ferri non rispose.

L’investigatore lo afferrò per la spalla.

«Quante operazioni?»

«Almeno cinque.»


Cinque.

Cinque missioni nelle quali uomini italiani erano entrati in territori ostili mentre qualcuno, dall’interno, aveva già venduto informazioni sui loro movimenti.

«Per soldi?» chiesi.

Ferri rise senza allegria.

«All’inizio sì.»

«E dopo?»

«Dopo il denaro era solo una parte.»

«Quale altra parte?»

Ferri guardò verso il pavimento.

«Contratti.»


Lupo Industrie.

Le forniture.

I componenti falsamente certificati.

Le missioni compromesse.

Finalmente i due filoni si unirono.

Rinaldi non vendeva soltanto informazioni.

Creava situazioni in cui determinate forniture diventavano necessarie.

Perdite.

Danni.

Sostituzioni.


Nuovi contratti.

Una macchina che trasformava il rischio dei soldati in denaro.

Sentii nausea.

«Teresa aveva trovato il collegamento.»

Matteo annuì.

«Le fatture dopo alcune operazioni.»

Guardai Ferri.

«E Laura Bassi aveva trovato i testimoni.»

«Sì.»

«Quindi avete preso entrambe.»

Ferri scosse la testa.

«Teresa doveva soltanto essere intimidita.»

Domenico, ammanettato poco distante, rise.

«Continua a raccontartelo.»

Ferri si voltò verso di lui.

«Tu hai rovinato tutto.»

Domenico fece un passo avanti, trattenuto da un agente.

«Io ho fatto quello che papà mi ha ordinato.»

«Tuo padre aveva detto di prendere i documenti!»

«Papà aveva detto che quella donna non doveva più parlare.»

Il silenzio cadde improvvisamente.

Guardai Domenico.

«Ripetilo.»

Capì troppo tardi.

L’investigatore stava registrando.

Domenico serrò la bocca.

Ma bastava.

Vittorio aveva ordinato che Teresa venisse messa a tacere.

Forse non aveva specificato come.

Ma l’ordine esisteva.

Un altro pezzo.

Un altro filo che tornava al centro.

Alle 01:43 eravamo a meno di un chilometro dal punto Aurora.

Io non ero armato.

Avevo insistito.

Se Rinaldi voleva costruire l’immagine di un soldato impazzito, non gli avrei dato nemmeno quella possibilità.

Gli investigatori si disposero lontano dalla struttura.

Ferri sedeva sul sedile posteriore di un’auto, sorvegliato.

Il piano era semplice.

Lasciare che il furgone arrivasse.

Identificare Laura.

Seguire chiunque la stesse trasferendo.

Intervenire soltanto quando avessimo prove sufficienti.

Alle 01:58 comparvero due fari.

Un furgone grigio.

Ingresso ovest.

Si fermò.

Due uomini scesero.

Non li conoscevo.

Poi si aprì il portellone posteriore.

Vidi una donna.

Polsi legati.

Capelli spettinati.

Camminava da sola, ma a fatica.

Laura Bassi era viva.

Lorenzo mi toccò il braccio.

«Aspetta.»

Dal lato opposto arrivò un’altra auto.

Berlina nera.

Rinaldi.

Scese senza uniforme.

Nessuna scorta ufficiale.

Solo un cappotto scuro.

Camminò verso Laura con la tranquillità di un uomo convinto che nessuno potesse toccarlo.

«Dottoressa Bassi», disse.

La sua voce arrivava attraverso il microfono direzionale degli investigatori.

«Avrebbe potuto evitarci tutto questo.»

Laura lo guardò con disprezzo.

«Come i tre uomini di Ettore?»

Ogni muscolo del mio corpo si contrasse.

Rinaldi rimase immobile.

«Attenta.»

«Perché? Li ucciderà di nuovo?»

Lorenzo mi fissò.

Non mi mossi.

Laura continuò.

«Ho le copie dei registri di comunicazione.»

Rinaldi sorrise.

«No.»

«Le aveva Teresa.»

Il sorriso scomparve.

«Teresa non aveva niente.»

«È questo che sperava.»

Rinaldi fece un passo verso di lei.

«Dove sono?»

Laura non rispose.

Uno degli uomini le afferrò il braccio.

Lei trasalì.

«Dove sono?» ripeté Rinaldi.

«Fuori dalla sua portata.»

Il generale la fissò a lungo.

Poi disse una frase che cancellò ogni ultimo dubbio.

«Avrei dovuto far eliminare Ettore insieme alla sua squadra.»

Lorenzo chiuse gli occhi.

Io rimasi perfettamente immobile.

La registrazione continuava.

Rinaldi parlò ancora.

«Ma mi serviva vivo. Un eroe è utile. Un eroe distrutto è ancora più utile.»

Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie.

«Quando Teresa ha cominciato a fare domande», continuò, «ho capito che potevo risolvere due problemi insieme.»

Laura lo guardò.

«Mandandolo a casa.»

«Esatto.»

Quindi era vero.

Aveva anticipato il mio rientro affinché trovassi Teresa massacrata.

Affinché vedessi i Lupo.

Affinché reagissi.

Affinché diventassi l’assassino perfetto.

Laura sorrise amaramente.

«Ma non ha reagito.»

Rinaldi serrò la mascella.

«Ancora no.»

Un rumore alle nostre spalle.

Ferri.

Aveva colpito l’agente che lo sorvegliava ed era riuscito a uscire dall’auto.

«Rinaldi!» gridò.

Tutto esplose in movimento.

Il generale si voltò.

Gli uomini accanto a Laura estrassero le armi.

Gli investigatori partirono.

Io corsi verso Laura.

Uno degli uomini puntò la pistola nella mia direzione.

Mi gettai dietro una barriera di cemento.

Un colpo.

Poi un altro.

Gli agenti risposero.

Rinaldi corse verso la berlina.

Ferri gli si mise davanti.

«Avevi detto che mi avresti protetto!»

Rinaldi non rallentò.

Estrasse una pistola.

Ferri finalmente capì.

Non era mai stato un partner.

Era sempre stato un uomo sacrificabile.

«Marco—»

Lo sparo squarciò la notte.

Ferri cadde.

Rinaldi salì in macchina.

La berlina partì.

Gli investigatori non la inseguirono immediatamente.

Laura era ancora in pericolo.

Uno dei rapitori venne arrestato.

L’altro gettò l’arma.

Io raggiunsi Laura.

«Sono Ettore.»

Lei mi guardò.

«Lo so.»

Le tagliai i legacci ai polsi.

«Teresa è viva.»

Per la prima volta la sua espressione cedette.

«Grazie a Dio.»

«Dove sono le prove?»

Laura mi fissò.

«Non qui.»

«Teresa pensava che lei potesse distruggere tutto.»

«Teresa aveva ragione.»

Si alzò con difficoltà.

Poi guardò Ferri, ancora vivo mentre i paramedici cercavano di fermare il sangue.

«Ma le prove che abbiamo non bastano per fermare Rinaldi.»

«Ha appena confessato.»

«Ha confessato parte del sistema.»

«Cosa manca?»

Laura si avvicinò.

«Il collegamento diretto con Vittorio.»

Sentii un nodo stringermi lo stomaco.

«Teresa lo aveva?»

«Sì.»

«Dove?»

Laura mi guardò negli occhi.

«Nella sua casa.»

«Hanno ripulito tutto.»

«Non tutto.»

«Cosa significa?»

«Teresa sapeva che la stavano seguendo. Per questo non ha nascosto le copie in una cassetta.»

La 317 era sempre stata solo un segnale.

Un percorso.

«Dove le ha messe?»

Laura esitò.

Poi pronunciò parole che mi riportarono immediatamente alla prima notte.

Alla porta aperta.

Alla candeggina.

Al sangue.

Alla casa che avevo creduto completamente ripulita.

«Nel posto che nessuno avrebbe cercato perché tutti erano troppo occupati a cancellare il sangue.»

La fissai.

«Dove?»

Laura inspirò.

«Sotto il pavimento della stanza in cui l’hanno massacrata.»

Il telefono di Lorenzo vibrò.

Guardò lo schermo.

Poi me lo mostrò.

Una telecamera stradale aveva appena fotografato la berlina di Rinaldi.

Direzione casa mia.

Lui sapeva.

E stava andando a prendere le prove prima di noi.

**Continua — clicca sulla Parte 8 per leggere il seguito.**

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