Per qualche secondo nessuno parlò.
Sette anni.
La parola rimase sospesa nella stanza come qualcosa di fisico, impossibile da ignorare. Sette anni significava prima del matrimonio, prima della casa comprata insieme, prima delle fotografie appese nel corridoio, prima di tutte quelle mattine in cui avevo guardato Marco dall’altra parte del tavolo pensando di conoscere l’uomo che avevo sposato.
Stringevo ancora il foglio del laboratorio.
«Che cosa è iniziato sette anni fa?»
Chiara guardò Marco. Lui scosse appena la testa.
«Dimmelo», insistetti.
«Non è una cosa che posso spiegare in due minuti», disse Marco.
«Hai avuto sette anni.»
La mia risposta lo fece tacere.
Chiara si alzò lentamente dalla poltrona. Aveva smesso di piangere, ma sembrava ancora più spaventata di prima.
«Elena, quello che è successo tra me e Marco tre mesi fa è imperdonabile. Non cercherò una scusa. Ma questa gravidanza ha fatto venire fuori qualcosa che io stessa non conoscevo completamente.»
«Completamente?»
Quella parola mi fece gelare.
Abbassai gli occhi sul documento. Il mio nome compariva accanto a quello di Marco sotto una voce che non avevo notato subito: analisi genetica comparativa.
«Perché avete usato il mio nome?»
Marco si sedette. Per la prima volta da quando ero entrata sembrava un uomo che non stesse cercando di controllare la situazione, ma qualcuno che aveva finalmente capito di averla persa.
«Cinque settimane fa Chiara mi ha chiamato. Mi ha detto della gravidanza. Io sono andato nel panico.»
«Questo l’avevo immaginato.»
«Volevo sapere se il bambino poteva essere mio. Ma quando siamo andati alla clinica…»
Si interruppe.
Chiara completò la frase.
«Il medico che ci ha ricevuti conosceva Marco.»
Guardai mio marito.
«Chi?»
«Il dottor Bellini.»
Quel nome mi era familiare, ma non riuscivo a collocarlo. Poi ricordai.
«Il medico che seguiva tua madre.»
Marco annuì.
Sua madre, Laura, era morta quattro anni prima dopo una lunga malattia. Avevo conosciuto Bellini durante gli ultimi mesi. Un uomo sulla sessantina, sempre impeccabile, che Marco trattava con un rispetto quasi eccessivo.
«Che cosa c’entra tua madre con tutto questo?»
Marco si strofinò il viso.
«Bellini vide il mio nome nel fascicolo. Mi chiese se fossi il figlio di Laura Rinaldi. Quando gli dissi di sì, cambiò completamente atteggiamento.»
«E?»
«Mi disse che prima di fare qualsiasi analisi doveva parlarmi in privato.»
Chiara si avvicinò al tavolo.
«Marco uscì dal suo studio sconvolto.»
«Perché?»
Marco mi guardò finalmente negli occhi.
«Perché Bellini disse che mia madre gli aveva affidato dei documenti prima di morire.»
Sentii crescere dentro di me una rabbia quasi insopportabile.
«Continuate a girare intorno alla risposta.»
«Perché non conosco ancora tutta la risposta!» gridò Marco.
Fu la prima volta che alzò la voce.
Subito dopo abbassò lo sguardo.
«Bellini mi disse che sette anni fa mia madre aveva fatto eseguire alcuni esami senza che io lo sapessi. Aveva dei dubbi sulla mia famiglia.»
«Quali dubbi?»
«Non me lo spiegò. Disse che aveva promesso a mia madre di consegnarmi tutto soltanto in determinate circostanze.»
«E la gravidanza di Chiara sarebbe una di queste circostanze?»
«No.»
Marco esitò.
«Tu.»
Sentii lo stomaco contrarsi.
«Io?»
Chiara indicò il documento tra le mie mani.
«Bellini voleva confrontare alcuni vecchi campioni con quelli disponibili nell’archivio della clinica. Il tuo nome era già associato a uno di quei fascicoli.»
Scossi la testa.
«Non sono mai stata paziente di quella clinica.»
«È quello che ho detto anch’io», mormorò Marco.
Mi voltai verso di lui.
«E allora perché avevano qualcosa di mio?»
«Non lo so.»
«Stai mentendo.»
«Questa volta no.»
Lo fissai a lungo. Dopo tutto quello che avevo scoperto, non avevo più alcun motivo per credergli. Eppure c’era qualcosa nella sua espressione che non avevo visto quando parlavamo del tradimento.
Confusione.
Paura.
Mi costrinsi a leggere il resto del foglio. C’erano codici, percentuali, termini medici. In fondo, una frase era evidenziata.
Compatibilità genetica significativa rilevata. Ulteriori approfondimenti raccomandati.
«Compatibilità tra chi?»
Marco rimase zitto.
Chiara invece disse:
«Tra te e Marco.»
Alzai la testa.
«Siamo marito e moglie. Perché dovrebbe esserci una compatibilità genetica significativa?»
Nessuno rispose.
Sentii un brivido attraversarmi la schiena.
«Marco.»
«Bellini non ha voluto spiegarmelo per telefono.»
«Quando dovresti incontrarlo?»
Marco guardò l’orologio.
«Domani mattina.»
Presi il telefono.
«No. Adesso.»
«Elena, è quasi mezzanotte.»
«Non mi interessa.»
Cercai il numero della clinica, ma Marco mi fermò.
«Bellini non è in clinica.»
«Dov’è?»
«A casa.»
«Dammi il numero.»
«Non ce l’ho.»
Lo guardai.
«Sette anni di bugie e vuoi continuare proprio adesso?»
Marco aprì la bocca, ma prima che potesse rispondere il mio telefono vibrò.
Un numero sconosciuto.
Comparve un messaggio.
Signora Rinaldi, sono il dottor Bellini. Non aspetti domani. Venga da sola. E soprattutto non porti suo marito.
Mi mancò il respiro.
Marco cercò di vedere lo schermo.
Istintivamente lo allontanai.
Arrivò un secondo messaggio.
Questa volta c’era una fotografia allegata.
La aprii.
Era una vecchia immagine, leggermente scolorita. Ritraeva mia madre, molto più giovane, davanti all’ingresso della stessa clinica. Accanto a lei c’era Laura, la madre di Marco.
Le due donne sorridevano.
Sul retro della fotografia qualcuno aveva scritto una data.
Era di trentaquattro anni prima.
Un anno prima della mia nascita.
Sotto la foto Bellini aveva aggiunto soltanto una frase:
Sua madre non le ha mai raccontato come conobbe Laura Rinaldi, vero?
Sentii Marco chiedermi cosa ci fosse sul telefono, ma quasi non lo ascoltai.
Perché mia madre mi aveva sempre detto di aver conosciuto Laura soltanto il giorno in cui Marco l’aveva presentata alla nostra famiglia.
E quella fotografia dimostrava che mi aveva mentito per tutta la vita.







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