Per alcuni secondi non sentii più niente. Né la pioggia contro i vetri, né Bellini che si muoveva alle mie spalle, né il rumore lontano delle auto sulla strada. Esisteva soltanto la voce di mia madre nel telefono e quella frase che continuava a ripetersi nella mia testa.
Roberto Conti non era tuo padre biologico.
«Ripetilo.»
«Elena…»
«Ripetilo.»
Mia madre scoppiò a piangere.
«Roberto ti ha cresciuta. Ti ha amata dal primo giorno. Per lui eri sua figlia.»
«Non ti ho chiesto questo.»
Bellini abbassò lo sguardo. La sua espressione mi fece capire che sapeva.
«Chi è mio padre biologico?»
Anna non rispose.
«Mamma.»
«Non posso dirtelo al telefono.»
Risi, ma fu un suono vuoto.
«Avete avuto trentatré anni per dirmelo. Adesso improvvisamente il telefono è il problema?»
«C'è qualcuno che sta cercando quella documentazione.»
Guardai la lettera incompleta.
«Chi?»
«Vieni da me. Da sola.»
«Perché dovrei fidarmi di te?»
La domanda la ferì. Lo sentii dal silenzio.
«Non devi fidarti. Devi soltanto arrivare viva alla verità.»
La chiamata terminò.
Abbassai lentamente il telefono.
«Lei sapeva», dissi a Bellini.
Non era una domanda.
Il medico si sedette.
«Sapevo che Roberto non era suo padre biologico. Non conosco con certezza l'identità dell'uomo.»
«E il campione L-17?»
Bellini rimase immobile.
«Dottore.»
«Potrebbe appartenere a quell'uomo.»
Il cuore ricominciò a battermi violentemente.
«E Marco è geneticamente collegato allo stesso campione.»
Bellini annuì.
Per un attimo una possibilità terribile attraversò la mia mente.
«Marco ed io siamo…»
«No.»
Bellini lo disse immediatamente.
«I dati preliminari escludono una relazione fraterna tra voi.»
Inspirai.
Non fu sollievo. Non ancora.
«Allora spiegatemelo.»
«Non posso senza il fascicolo completo. Trentatré anni fa vennero alterati diversi codici. L-17 potrebbe essere un donatore, un parente di un donatore o persino un campione etichettato erroneamente. È proprio questo il problema.»
Mi alzai.
«Vado da mia madre.»
«Non dovrebbe andarci da sola.»
«Lei mi ha detto esattamente il contrario.»
Bellini guardò verso la finestra.
«Ed è questo che mi preoccupa.»
Lasciai il palazzo da un'uscita secondaria. Prima di aprire la porta controllai la strada. Nessuno sembrava osservarmi, ma da quel momento ogni macchina ferma mi sembrò sospetta.
Mia madre viveva a Monza, nella casa in cui ero cresciuta.
Durante il viaggio Marco chiamò nove volte.
Non risposi.
Alla decima arrivò un messaggio.
Dove sei? Chiara se n'è andata. Dobbiamo parlare. Ho trovato qualcosa tra i documenti di mia madre.
Quella frase mi costrinse ad accostare.
Lo chiamai.
«Che cosa hai trovato?»
«Prima dimmi dove sei.»
«No.»
«Elena, ascoltami. C'è una fotografia.»
«Ne ho già vista una.»
«Questa è diversa.»
Sentii dei fogli muoversi.
«Ci sono mia madre, tua madre e due uomini. Uno è Roberto.»
«E l'altro?»
Silenzio.
«Marco.»
«Non lo conosco.»
«Mandamela.»
Pochi secondi dopo ricevetti l'immagine.
Era stata scattata nello stesso periodo della fotografia della clinica. Riconobbi immediatamente Roberto, molto giovane. Accanto a lui c'erano Anna e Laura.
Il quarto uomo era alto, elegante, forse sulla trentina. Teneva una mano sulla spalla di Laura.
Sul retro qualcuno aveva scritto:
Bellagio, agosto 1991. Prima che tutto cambiasse.
Sotto c'erano quattro iniziali.
A. L. R. V.
«V», sussurrai.
«Cosa?»
«L'uomo sconosciuto. Il suo cognome potrebbe iniziare per V.»
Marco rimase in silenzio.
Poi disse:
«Elena, c'è dell'altro.»
«Cosa?»
«Ho trovato una ricevuta bancaria.»
«Intestata a chi?»
«A mia madre. Un bonifico ricevuto nel 1993.»
L'anno della mia nascita.
«Da chi?»
Marco pronunciò un nome.
Vittorio Valenti.
Non significava nulla per me.
«Quanto?»
«Centottanta milioni di lire.»
Mi si gelarono le mani sul volante.
«Perché qualcuno avrebbe dato quella cifra a tua madre?»
«Non lo so.»
«Portami tutto.»
«Dove?»
Esitai.
Non volevo dirgli che stavo andando da Anna. Non mi fidavo più di lui.
«Ti richiamo.»
Terminai la chiamata.
Quando arrivai davanti alla casa di mia madre, vidi subito che qualcosa non andava.
La porta era aperta.
Entrai.
«Mamma?»
Nessuna risposta.
Il soggiorno era in disordine. Cassetti aperti, fotografie sparse, documenti sul pavimento.
«Mamma!»
Corsi al piano superiore.
La trovai seduta sul letto.
Stava bene.
Davanti a lei c'era una vecchia valigia aperta.
«Che è successo?»
«Ho cercato i documenti prima che arrivassero loro.»
«Loro chi?»
«Non lo so.»
Mi avvicinai.
«Dimmi chi è Vittorio Valenti.»
Mia madre impallidì.
Fu una reazione così evidente che non ebbi bisogno di aggiungere altro.
«Lo conosci.»
Anna chiuse gli occhi.
«Sì.»
«È mio padre?»
«No.»
La risposta arrivò immediatamente.
«Allora chi è?»
Mia madre guardò verso la porta, quasi temesse che qualcuno potesse ascoltare.
«Vittorio finanziava il programma della clinica. Era lui che pagava per mantenere certe procedure lontane dai controlli.»
«E perché diede centottanta milioni a Laura?»
Anna abbassò gli occhi sulla valigia.
«Perché Laura aveva scoperto qualcosa.»
«Cosa?»
«Che alcuni campioni erano stati sostituiti intenzionalmente.»
Mi sedetti accanto a lei.
«Intenzionalmente da chi?»
«Non l'abbiamo mai saputo con certezza.»
«E mio padre biologico?»
Anna iniziò a tremare.
«Io volevo dirtelo molte volte.»
«Dimmelo adesso.»
Aprì un piccolo scomparto nella valigia e tirò fuori una busta.
Dentro c'era un certificato.
Lo lessi.
Era un consenso alla conservazione di materiale biologico. Il nome del donatore era stato cancellato, ma sotto compariva ancora un codice.
L-17.
Lo stesso indicato da Bellini.
«Questo è mio padre?»
«Quello era il campione che doveva essere utilizzato per me.»
«Doveva?»
Anna annuì.
«Dopo la tua nascita Roberto fece un test in segreto. Scoprì che non eri biologicamente sua.»
«E tu?»
«Lo scoprii con lui.»
«Quindi L-17 è mio padre.»
Mia madre mi guardò.
«È quello che abbiamo creduto per anni.»
«Ma?»
Anna prese un secondo documento.
«Diciotto mesi dopo la tua nascita, Laura fece analizzare Marco.»
Mi mancò il respiro.
«Perché?»
«Perché aveva cominciato a sospettare che anche il suo concepimento fosse stato coinvolto nello scambio.»
«E Marco risultò collegato a L-17.»
«Sì.»
«Ma Bellini ha detto che io e Marco non siamo fratelli.»
«Perché L-17 non è una sola persona.»
La fissai.
«Cosa significa?»
Anna mi mostrò il retro del documento.
C'erano tre codici completi.
L-17A. L-17B. L-17C.
«Era una famiglia», disse.
«Tre uomini della stessa famiglia parteciparono al programma. I loro campioni furono registrati sotto lo stesso codice principale.»
Prima che potessi parlare, qualcuno suonò alla porta.
Mia madre sbiancò.
Il mio telefono vibrò contemporaneamente.
Chiara.
Risposi.
«Elena, non riattaccare.»
La sua voce era agitata.
«Ho ricevuto i risultati.»
Mi alzai.
«Quali risultati?»
«Il test prenatale.»
Sentii il sangue pulsarmi nelle orecchie.
«E?»
Chiara cominciò a piangere.
«Marco non è il padre.»
Chiusi gli occhi.
Per un secondo non seppi nemmeno cosa provare.
Poi Chiara aggiunse:
«Ma c'è un problema, Elena. Il laboratorio ha confrontato il profilo con quello che Marco aveva già depositato.»
Una pausa.
«Il padre del bambino è geneticamente imparentato con lui.»
Guardai mia madre.
Qualcuno suonò di nuovo.
Questa volta Anna si alzò.
«Non aprire», dissi.
Ma lei mi guardò con un'espressione che non dimenticherò mai.
«È troppo tardi.»
«Come fai a saperlo?»
Anna indicò lentamente la finestra.
Una Mercedes nera era ferma davanti alla casa.
Un uomo anziano scese dal sedile posteriore.
Aveva capelli bianchi, un cappotto scuro e lo stesso volto dell'uomo misterioso nella fotografia del 1991.
Mia madre sussurrò:
«Quello è Vittorio Valenti.»
Poi mi prese la mano.
«Ed è il padre di Marco.»







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