Rimasi a guardare Vittorio Valenti attraverso la finestra mentre attraversava lentamente il vialetto. Aveva più di settant'anni, ma camminava diritto, senza esitazioni. Non sembrava un uomo che arrivava in una casa dopo trentacinque anni per chiedere perdono. Sembrava qualcuno abituato a entrare nelle stanze sapendo che gli altri avrebbero fatto spazio.
«Marco sa che quello è suo padre?»
Anna scosse la testa.
«Laura non gliel'ha mai detto.»
«E tu lo sapevi.»
«Sì.»
Ritirai la mano dalla sua.
«C'è qualcosa della mia vita che non avete deciso di nascondermi?»
Il campanello suonò per la terza volta.
Mia madre si avvicinò alla porta, ma la fermai.
«Prima rispondimi. Se Vittorio è il padre di Marco, perché siamo collegati allo stesso gruppo genetico L-17?»
Anna abbassò la voce.
«Perché Vittorio aveva due fratelli.»
Il mio stomaco si contrasse.
L-17A. L-17B. L-17C.
Tre uomini.
«Uno di loro è mio padre?»
«Non lo so.»
«Come puoi non saperlo?»
«Perché il campione che risultò associato alla tua nascita non riportava più il sottocodice.»
Un colpo secco risuonò alla porta.
Questa volta non era il campanello.
Vittorio bussava.
«Anna», disse una voce dall'esterno. «So che Elena è con te.»
Mi voltai verso mia madre.
«Come fa a sapere il mio nome?»
Lei non rispose.
Aprii io.
Vittorio mi osservò a lungo.
Poi i suoi occhi si spostarono su Anna.
«Avresti dovuto chiamarmi quando Bellini ha riaperto gli archivi.»
«Avresti dovuto lasciarci in pace trentatré anni fa», rispose lei.
Lui entrò senza aspettare un invito.
«Quindi lei è il padre di Marco.»
Vittorio si fermò.
«Sì.»
Nessuna esitazione.
«Marco non lo sa.»
«Laura riteneva che fosse meglio così.»
«E lei?»
«Io non avevo il diritto di decidere.»
«Curioso. Sembra che tutti abbiate deciso moltissime cose.»
Vittorio accettò il colpo senza reagire.
Posai davanti a lui il documento con i tre codici.
«Chi sono L-17A, B e C?»
Il suo volto cambiò appena.
«Dove l'hai trovato?»
«Risponda.»
Anna intervenne.
«Vittorio, basta.»
Lui la guardò.
Poi prese una penna.
Accanto a L-17A scrisse: Vittorio.
Accanto a L-17B: Alberto.
Accanto a L-17C: Davide.
«I miei fratelli.»
«Quale campione fu usato per Marco?»
«Il mio.»
«E per me?»
Vittorio rimase in silenzio.
Quello bastò.
«Lei lo sa.»
«So quello che avrebbero dovuto fare.»
«Non quello che fecero.»
«Esatto.»
Mi tornò in mente la chiamata di Chiara.
«C'è un'altra cosa.»
Raccontai loro del risultato prenatale.
Quando dissi che il padre del bambino di Chiara risultava geneticamente imparentato con Marco, Vittorio perse per la prima volta la propria calma.
«Chi è il padre?»
«Chiara non me l'ha detto.»
«Devi scoprirlo.»
«Perché?»
Vittorio guardò Anna.
«Perché se appartiene alla mia famiglia, significa che qualcuno dei miei fratelli o dei loro figli è entrato di nuovo nella vostra vita.»
La frase mi fece rabbrividire.
Presi il telefono e richiamai Chiara.
Rispose quasi subito.
«Chi è?» chiesi.
«Elena…»
«Chi è il padre del bambino?»
Silenzio.
«Hai detto che Marco non lo è. Quindi sai chi potrebbe esserlo.»
«Non volevo che lo scoprissi così.»
«Il suo nome.»
Chiara respirò profondamente.
«Andrea Valenti.»
Vittorio si alzò di scatto.
«Cosa hai detto?»
Chiara lo sentì.
«Chi c'è con te?»
«Chi è Andrea?»
Vittorio mi prese il telefono quasi dalle mani.
«Andrea è il figlio di mio fratello Alberto.»
La stanza sembrò restringersi.
«Quindi il test ha senso», dissi. «Andrea e Marco sono cugini.»
Vittorio però scosse la testa.
«No.»
«Come no?»
«Alberto non poteva avere figli.»
Nessuno parlò.
Dal telefono sentii Chiara sussurrare:
«Andrea mi ha sempre detto che Alberto era suo padre.»
Vittorio si sedette lentamente.
«Allora qualcuno ha mentito anche a lui.»
Quella sera Marco arrivò a casa di mia madre poco dopo l'una. Gli avevo mandato soltanto l'indirizzo e una frase: Porta tutti i documenti di Laura.
Quando entrò e vide Vittorio, si fermò sulla soglia.
Guardò lui.
Poi la vecchia fotografia che avevo lasciato sul tavolo.
Infine me.
«Chi è quest'uomo?»
Non risposi.
Vittorio lo fece.
«Sono tuo padre.»
Marco rise.
Una risata breve, incredula.
Poi guardò Anna.
«È uno scherzo?»
«No», dissi.
Gli raccontammo abbastanza perché comprendesse. Non tutto. Nessuno di noi possedeva ancora tutto.
Marco rimase seduto per quasi venti minuti senza parlare.
Quando finalmente alzò gli occhi verso Vittorio, erano pieni di rabbia.
«Trentaquattro anni.»
«Lo so.»
«No. Non sai niente.»
Marco si alzò.
«Mia madre è morta pensando che io non sapessi chi fosse mio padre. E tu eri vivo.»
Vittorio non tentò di difendersi.
Fu allora che Marco tirò fuori dalla borsa i documenti trovati nell'appartamento.
«C'è qualcosa che non vi ho detto al telefono.»
Posò una cartella sul tavolo.
«Questa era nascosta dietro il fondo di un cassetto di mia madre.»
Dentro c'erano ricevute, fotografie e una chiave.
Poi un documento recente.
Non del 1991.
Di quattro anni prima.
Tre giorni prima della morte di Laura.
Era una richiesta di analisi genetica firmata da lei.
Soggetti: Marco Rinaldi / Elena Conti.
Sentii un brivido.
«Tua madre ci aveva già fatti confrontare.»
Marco girò pagina.
Il risultato riportava chiaramente:
Nessuna relazione biologica diretta compatibile con fratellanza o rapporto genitore-figlio.
Quella paura poteva finalmente morire.
Ma sotto c'era una seconda annotazione.
Entrambi i soggetti mostrano compatibilità con differenti membri della linea familiare Valenti.
«Quindi mio padre appartiene davvero alla famiglia Valenti», dissi.
Vittorio chiuse gli occhi.
«Probabilmente.»
Marco estrasse un altro foglio.
«Aspetta.»
Era una lettera di Laura.
Questa volta completa.
Lessi ad alta voce.
Laura spiegava di aver scoperto che Vittorio era il padre biologico di Marco. Poi raccontava di aver indagato sulla mia nascita perché temeva che il programma avesse coinvolto anche Anna.
Arrivai all'ultimo paragrafo.
Elena non è figlia di Vittorio. Questo posso affermarlo con certezza. Ma se Anna non le ha ancora detto chi è suo padre, dovrà farlo lei.
Mi voltai verso mia madre.
Anna stava piangendo.
«Tu sai chi è.»
Lei annuì.
«Sì.»
«Allora dimmelo.»
Anna aprì la bocca.
Il telefono di Vittorio squillò.
Lui guardò il numero e impallidì.
«È Bellini.»
Rispose mettendo il vivavoce.
La voce del medico arrivò agitata.
«Vittorio, qualcuno è entrato nell'archivio della clinica. Hanno preso il fascicolo L-17.»
«Chi?»
«Non lo so. Ma hanno lasciato una cosa.»
«Cosa?»
«La pagina mancante della lettera di Laura.»
Mi alzai.
«Che cosa c'è scritto?»
Sentimmo Bellini muovere il foglio.
Poi il suo silenzio diventò interminabile.
«Dottore?»
«Elena…»
La sua voce cambiò.
«Laura aveva scritto il nome di suo padre.»
Guardai Anna.
Lei si coprì il volto.
«Leggilo», dissi.
Bellini pronunciò due parole.
Davide Valenti.
Vittorio chiuse gli occhi.
Era L-17C.
Ma mia madre scosse lentamente la testa.
«No.»
La guardammo tutti.
«Davide non può essere suo padre.»
«Perché?» chiese Marco.
Anna mi fissò.
E finalmente disse ciò che aveva cercato di evitare per tutta la notte.
«Perché Davide morì quasi due anni prima che Elena venisse concepita.»
Nessuno riuscì a parlare.
Poi Vittorio sussurrò:
«A meno che qualcuno non abbia utilizzato il suo campione dopo la sua morte.»
Anna lo guardò.
«È esattamente ciò che Roberto scoprì.»
Sentii il cuore fermarsi per un istante.
«E chi autorizzò l'uso del campione?»
Mia madre abbassò gli occhi.
«Nessuno.»
Poi indicò la vecchia chiave che Marco aveva trovato tra le cose di Laura.
«Quella chiave apre una cassetta di sicurezza. Laura e Roberto vi misero le prove originali prima che tuo padre morisse.»
Presi la chiave.
«Dove?»
Anna pronunciò il nome di una banca nel centro di Milano.
Poi aggiunse:
«Dentro troverai anche la risposta a una domanda che nessuno di noi ha ancora fatto.»
«Quale?»
Mia madre mi guardò con gli occhi pieni di paura.
«Perché Roberto morì proprio una settimana dopo aver deciso di denunciare la clinica.»







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