Divertimento

Il Mio Ex Ha Interrotto Il Mio Matrimonio Urlando «Fermate Tutto!» Poi Ha Mostrato Al Mio Futuro Marito Una Foto Di Cinque Anni Prima

Nessuno parlò.

Valentina era dall’altra parte della porta e io continuavo a fissare quelle due lettere incise sulla chiavetta.

V.B.

Per tutta la vita avevo pensato di conoscere mia sorella. Valentina aveva tre anni più di me, era stata quella che mi aveva tenuta per mano al funerale di nostro padre, quella che mi aveva aiutata a svuotare il suo studio quando io non riuscivo nemmeno ad aprire i cassetti senza piangere. E adesso il suo nome sembrava essere collegato all’unico oggetto capace di spiegare cosa nostro padre avesse scoperto prima di morire.

Aprii la porta.

Valentina entrò e si fermò immediatamente vedendo Andrea.

«Perché siete ancora tutti qui?»

Le mostrai la chiavetta.

Il colore le scomparve dal viso.

Non ebbi più bisogno di domandarle se riconoscesse quelle iniziali.

«Chiudi la porta», disse.

Lo feci.

Valentina guardò Lorenzo.

«Quello che devo raccontare riguarda Sofia.»

«Ormai riguarda tutti noi», risposi.

Lei abbassò gli occhi.

«La sera prima che papà morisse venne a casa mia.»

Mi si strinse lo stomaco.

«Mi avevi detto che non lo avevi visto.»

«Ho mentito.»

Quelle due parole mi ferirono quasi quanto le confessioni di Lorenzo.

Valentina si sedette.

«Era agitato. Non l’avevo mai visto così. Aveva una busta e questa chiavetta.»

Andrea la sollevò.

«Questa?»

«Sì.»

«Come è arrivata a me?»

Valentina scosse la testa.

«Non lo so. Pensavo fosse andata perduta.»

Mi avvicinai.

«Continua.»

«Papà mi disse che aveva scoperto delle irregolarità nei conti di un cliente. Non fece nomi. Disse soltanto che aveva copiato alcuni documenti e che, se gli fosse successo qualcosa, non avrei dovuto consegnarli alla polizia immediatamente.»

Andrea aggrottò la fronte.

«Perché?»

«Perché non sapeva di chi potesse fidarsi.»

La frase rimase sospesa nella stanza.

«Poi mi disse una cosa ancora più strana», continuò Valentina. «Disse che Sofia non doveva sapere nulla.»

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.

«Perché io?»

Valentina finalmente mi guardò.

«Perché qualcuno ti aveva già vista.»

«Chi?»

«Non lo disse.»

Mi voltai verso Lorenzo.

Lui scosse immediatamente la testa.

«Cinque anni fa non conoscevo personalmente tuo padre.»

«Ma lo conosceva il tuo.»

Lorenzo non rispose.

Valentina continuò.

«Papà mi consegnò la chiavetta. Disse che dentro c’erano copie di alcuni file, ma che mancava la prova più importante. Quella l’aveva affidata a un’altra persona.»

«Il padre di Lorenzo», dissi.

Valentina sembrò confusa.

«Come lo sai?»

Le raccontai della registrazione.

Quando terminai, Valentina rimase immobile.

«Allora era lui.»

«Cosa significa?»

«Papà continuava a chiamarlo “R”. Non pronunciò mai il cognome.»

Lorenzo sollevò lentamente la testa.

«Mio padre si chiamava Roberto.»

Andrea cominciò a camminare avanti e indietro.

«Carlo scopre i trasferimenti. Consegna la prova a Roberto Moretti. Il giorno dopo muore. Due anni più tardi io trovo le stesse anomalie.»

«E Lorenzo viene incaricato di seguirti», aggiunsi.

Andrea annuì.

«Ma c’è un problema. Se Roberto sapeva già tutto, perché avrebbe aspettato due anni?»

Lorenzo strinse la mascella.

«Forse stava proteggendo qualcuno.»

La stanza tornò silenziosa.

Guardai Valentina.

«Dove hai tenuto la chiavetta?»

«Nella cassaforte di casa mia.»

«Per quanto?»

«Quasi due anni.»

Andrea smise di camminare.

«Quasi?»

Valentina abbassò lo sguardo.

«Quando Andrea e Sofia si lasciarono, papà era morto da due anni. Pensai che ormai non servisse più. Aprii i file.»

«E cosa trovasti?»

«Nomi di società, trasferimenti, fatture. Non capivo quasi niente. Ma c’era un nome che conoscevo.»

Sentii Lorenzo irrigidirsi.

«Quale?»

Valentina lo guardò.

«Moretti.»

Lorenzo chiuse gli occhi.

«Cosa hai fatto dopo?»

«Ho cercato Roberto Moretti. Gli telefonai.»

Andrea la fissò incredulo.

«Hai contattato il padre di Lorenzo?»

«Sì. Gli dissi chi ero. Quando nominai Carlo Bianchi, mi chiese immediatamente di incontrarlo.»

«E gli hai dato la chiavetta?»

Valentina annuì.

«Pensavo fosse la persona a cui papà voleva consegnarla.»

Lorenzo si passò entrambe le mani sul volto.

«Mio padre non mi ha mai detto nulla.»

«Roberto la tenne?» domandai.

«No. Fece una copia. Poi me la restituì e mi disse di nasconderla.»

«E dopo?»

Valentina inspirò profondamente.

«Due giorni dopo qualcuno entrò nel mio appartamento.»

La guardai.

«Non me l’hai mai raccontato.»

«Non rubarono denaro. Non presero gioielli. Sparì soltanto la chiavetta.»

Andrea la osservò tra le dita.

«E adesso, cinque anni dopo, qualcuno me la spedisce.»

«Con una cartella modificata tre giorni fa», aggiunse Lorenzo.

Il pensiero mi fece venire freddo.

Qualcuno aveva conservato quella chiavetta per anni. Qualcuno sapeva di Andrea. Del matrimonio. Probabilmente sapeva persino che saremmo stati tutti insieme quel giorno.

«Dobbiamo andare alla cassetta di sicurezza», dissi.

Lorenzo esitò.

«Sofia, forse dovremmo chiamare un avvocato.»

«Dopo cinque anni di persone che decidono cosa posso sapere, non aspetterò un minuto in più.»

Mezz’ora dopo lasciammo la villa. Valentina rimase con nostra madre. Andrea venne con noi.

La vecchia proprietà dei Moretti si trovava a circa quaranta minuti di distanza, fuori Siena. Durante il viaggio nessuno parlò.

La casa era disabitata da anni. Lorenzo aprì il cancello e ci condusse nello studio di suo padre.

Dietro una libreria trovammo una piccola cassaforte murata.

Lorenzo inserì la chiave.

Scattò.

Dentro c’era soltanto una scatola di legno.

La aprii.

Conteneva una busta con il mio nome scritto a mano.

Riconobbi immediatamente la calligrafia.

Era quella di mio padre.

Le mani cominciarono a tremarmi.

Aprii la busta.

Dentro c’erano una lettera e una fotografia.

Lessi prima la lettera.

Sofia, se questa lettera è arrivata a te, significa che Roberto ha mantenuto la promessa. Non fidarti dei documenti da soli. I conti possono essere falsificati. Le firme possono essere copiate. La prova è nella fotografia. Guarda chi era con me quella sera.

Presi la fotografia.

Mio padre era seduto al tavolo di un ristorante.

Accanto a lui c’era Roberto Moretti.

Ma non erano soli.

C’era una terza persona.

Sentii Andrea trattenere il respiro.

Lorenzo fece un passo indietro.

Io rimasi incapace di parlare.

Conoscevo quell’uomo.

Lo avevo visto decine di volte negli ultimi due anni, alle cene di famiglia, ai compleanni, persino alla nostra festa di fidanzamento.

Era Alberto Moretti, lo zio di Lorenzo.

Girando la fotografia, però, trovai qualcosa di ancora peggiore.

Mio padre aveva scritto una data e una sola frase:

“Alberto non è quello che Lorenzo crede. Roberto deve dirgli chi è veramente suo padre.”

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