Lessi l’ultima frase tre volte.
Paolo conosce la verità. E quella verità riguarda anche te.
Per trentadue anni avevo chiamato quell’uomo papà senza mai mettere in discussione una sola volta il posto che occupava nella mia vita. Adesso una lettera scritta da mio nonno prima di morire trasformava perfino quello in una domanda.
Matteo mi toccò delicatamente la spalla.
«Giulia, non significa necessariamente quello che stai pensando.»
«E cosa sto pensando?»
Non seppe rispondere.
Ferretti mi osservava dall’altra parte della scrivania.
«C’è altro?» gli chiesi.
«Sì.»
Posò davanti a me un vecchio registro notarile.
«Vittorio mi consegnò personalmente quella lettera. Mi ordinò di non aprirla e di dartela soltanto dopo il tuo matrimonio. Ma mi lasciò anche istruzioni precise nel caso qualcuno tentasse di alterare il fondo.»
«Quali istruzioni?»
«Congelarlo.»
Sollevai gli occhi.
«Può farlo?»
«Posso chiedere una sospensione immediata delle operazioni contestate. Ma da questo momento chiunque stia cercando di appropriarsi del patrimonio capirà che tu sai.»
Matteo si irrigidì.
«Fallo.»
Io non dissi nulla per alcuni secondi.
Poi annuii.
«Fallo.»
Ferretti prese il telefono.
Mentre parlava con il suo studio, il mio cellulare cominciò a vibrare.
Chiara.
La ignorai.
Chiamò ancora.
Alla quarta volta risposi.
«Che cosa vuoi?»
«Federico è tornato.»
La sua voce era bassa.
«Dove?»
«Nel mio appartamento. Ha preso alcune cose. Quando gli ho chiesto della cartella, mi ha detto che non capisco niente e che Bellavista non è mai stata veramente nostra.»
«Nostra? Quindi ammetti che eri sua socia.»
Silenzio.
«Sì.»
«E che hai preso quarantamila euro.»
«Sì.»
«E che sapevi del fondo.»
«Sì.»
Ogni risposta faceva male proprio perché finalmente era semplice.
«Perché non me l’hai detto?»
Chiara respirò profondamente.
«Perché ero arrabbiata con te.»
Quasi risi.
«Con me?»
«Tu avevi sempre tutto.»
Quelle parole mi colpirono.
«Io pagavo il tuo stile di vita.»
«Appunto!»
La sua voce si spezzò.
«Tu eri sempre quella che poteva salvarci. Quella responsabile. Quella che papà ascoltava quando le cose andavano male. Poi ho scoperto che non era soltanto perché guadagnavi più di noi. C’era un patrimonio destinato a te. Milioni. E io ero quella sulla quale nonno Vittorio aveva messo un punto interrogativo.»
Per la prima volta intravidi la ferita dietro l’arroganza di Chiara. Non la giustificava. Ma la spiegava.
«Quindi hai deciso di rubarmi.»
«All’inizio pensavo che stessi prendendo una parte che sarebbe dovuta essere anche mia.»
«E dopo?»
Silenzio.
«Dopo ho capito che Federico mi stava usando.»
«Quando?»
«Tre settimane fa.»
La stessa settimana in cui avevano annunciato il fidanzamento.
Mi si strinse lo stomaco.
«Perché fidanzarti con lui allora?»
Chiara cominciò a piangere.
«Per tenerlo vicino.»
Matteo mi guardò.
«Spiegati.»
«Avevo trovato dei file sul suo computer. C’erano copie delle tue firme, quelle di Matteo, quelle di papà. C’erano documenti del fondo. Quando Federico si accorse che avevo visto qualcosa, improvvisamente mi chiese di sposarlo.»
La cena di fidanzamento.
La stessa sera del mio matrimonio.
«Chi ha scelto la data della cena?»
Chiara esitò.
«Federico.»
Sentii un brivido.
«Sapeva che mi sposavo.»
«Sì.»
«E voleva tutta la famiglia con voi.»
«Sì.»
Guardai Matteo.
Non era stata soltanto crudeltà o favoritismo.
Qualcuno aveva voluto che la mia famiglia fosse lontana dalla chiesa.
«Perché?»
«Non lo so. Ma ieri sera, poco prima che tu mandassi quel messaggio nella chat, Federico ricevette una telefonata. Lo sentii dire: “Appena lei firma, abbiamo finito”.»
La mia mente tornò alla cerimonia.
Le firme.
Dopo il sì, Matteo e io avevamo firmato il registro matrimoniale.
«Ferretti», dissi.
L’avvocato smise di parlare al telefono.
«La mia firma sul registro matrimoniale può essere utilizzata per qualcosa relativo al fondo?»
Il suo volto cambiò.
«Non dovrebbe.»
«Non dovrebbe non mi basta.»
Si avvicinò.
«La clausola di Vittorio richiede una certificazione ufficiale del matrimonio. Con quella, il patrimonio passa sotto il tuo controllo definitivo.»
«E se qualcuno avesse preparato una delega falsa da attivare nello stesso momento?»
Ferretti non rispose immediatamente.
Quello mi bastò.
Il telefono di Matteo squillò.
Era Carlo.
Rispose mettendo il vivavoce.
«Abbiamo un problema», disse il commercialista.
«Quale?»
«Alle 17:46 di ieri è stata inviata una richiesta per trasferire la gestione di alcune partecipazioni del fondo.»
Guardai l’orologio.
Alle 17:46 ero appena diventata legalmente moglie di Matteo.
«Destinazione?»
«Bellavista.»
Chiara emise un suono soffocato dall’altra parte della linea.
«Federico.»
Ma Carlo continuò.
«No. Questo è il punto strano. Bellavista compare soltanto come intermediario. Il beneficiario finale è un’altra società.»
«Di chi?»
«Sto cercando.»
Ferretti tornò alla scrivania e cominciò a sfogliare freneticamente il registro.
«Giulia, tuo nonno aveva previsto qualcosa del genere.»
«Che cosa?»
Indicò una clausola scritta a margine.
«Se qualcuno tentava di trasferire il patrimonio entro ventiquattro ore dal tuo matrimonio, il trasferimento veniva sospeso automaticamente e veniva aperto un secondo archivio.»
«Quale archivio?»
«Non lo so. Vittorio lo chiamava Archivio Rosso.»
Sentii bussare alla porta dello studio.
La segretaria entrò con una busta da corriere.
«Avvocato, questa è appena arrivata per la signora Conti.»
Ferretti impallidì.
«Chi sapeva che ero qui?»
Nessuno rispose.
Sulla busta c’era soltanto il mio nome.
La aprii.
Dentro trovai una chiave, un indirizzo a Siena e una fotografia vecchia di oltre trent’anni.
Nella foto c’erano mio nonno Vittorio, mia madre giovanissima e un uomo che non avevo mai visto.
Sul retro qualcuno aveva scritto:
Prima di chiedere a Paolo perché ha accettato di essere il padre di Chiara, chiedi ad Anna chi è quest’uomo.
Mamma.
Presi immediatamente il telefono per chiamarla.
Ma prima che potessi farlo arrivò un messaggio da papà.
Giulia, tua madre è sparita dall’hotel. Ha lasciato la fede nuziale sul tavolo.
Poi un secondo messaggio.
E ha portato con sé tutti i documenti che avevamo su Vittorio.







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