«Sei venuta qui tre settimane fa e non hai detto niente a nessuno?»
Mamma rimase seduta sul pavimento, con le lettere di Lorenzo sparse intorno alle ginocchia. Fuori dalle finestre della vecchia casa sulle colline senesi, il sole illuminava i cipressi, creando un contrasto quasi crudele con ciò che stava accadendo dentro quella stanza.
«Ho ricevuto una telefonata», disse.
«Da chi?»
«Non lo so. Una voce maschile. Mi disse che qualcuno aveva ricominciato a cercare l’Archivio Rosso.»
Matteo si appoggiò al tavolo.
«E lei è venuta qui da sola?»
«Volevo controllare che fosse ancora tutto al suo posto.»
«Compreso il documento 17?» chiesi.
Mamma annuì.
«C’era.»
«Lo hai letto?»
Esitò troppo.
«Mamma.»
«Solo la prima pagina.»
La rabbia tornò immediatamente.
«Perché continui a decidere quali verità posso conoscere?»
«Perché quella pagina parlava di te.»
Il silenzio cadde nella stanza.
«Che cosa diceva?»
Mamma si strinse le braccia.
«Vittorio aveva scoperto che Lorenzo non era responsabile degli ammanchi. Lorenzo aveva seguito il denaro fino a una rete di società. Una di quelle società era intestata a Enrico Moretti.»
«Il padre di Federico.»
«Sì. Ma Enrico riceveva ordini da qualcun altro.»
«Chi?»
«Il nome era sulla seconda pagina.»
«E tu non l’hai letta?»
«Ho sentito un’auto arrivare. Ho rimesso tutto nella scatola e sono uscita dal retro.»
Matteo guardò verso la finestra.
«Hai visto chi era?»
«No. Ma l’auto era nera.»
Non bastava.
Il mio telefono vibrò.
Chiara.
Questa volta era una fotografia.
Federico era davanti a una stazione di servizio, ripreso da lontano. Accanto a lui c’era un uomo anziano.
Giulia, ho seguito Federico. È con suo padre.
Subito dopo arrivò un altro messaggio.
Stanno andando verso Firenze.
La chiamai.
«Dove sei?»
«Non importa.»
«Importa eccome. Smettila di fare tutto da sola.»
«Detto da te è quasi divertente.»
«Chiara.»
La mia voce la fece tacere.
«Federico potrebbe essere coinvolto in una frode da milioni. Suo padre compare in documenti collegati a qualcosa iniziato prima che noi fossimo adulte. Non affrontarli.»
«Non voglio affrontarli. Voglio capire dove vanno.»
Poi aggiunse:
«E devo dirti un’altra cosa.»
Chiusi gli occhi.
«Naturalmente.»
«Ieri la cena di fidanzamento non serviva soltanto a festeggiare.»
«Lo avevo capito.»
«Federico aveva insistito perché venissero mamma, papà, Luca, gli zii… tutti.»
«Per tenerli lontani dal matrimonio.»
«Sì, ma credo ci fosse anche un altro motivo. Durante la cena ci fece firmare un libro degli ospiti.»
Sentii lo stomaco stringersi.
«Che tipo di libro?»
«Non lo so. Pagine spesse, nomi stampati. Federico diceva che sarebbe diventato un ricordo.»
«Hai una foto?»
«Forse.»
Sentii rumori mentre cercava nel telefono.
Poi arrivò un’immagine.
Ingrandii la pagina.
I nomi dei miei familiari erano disposti in colonne. Accanto a ciascuno c’era una firma.
Matteo la guardò e imprecò sottovoce.
«Non era un libro degli ospiti.»
«Come fai a saperlo?»
Indicò il margine quasi tagliato fuori dalla fotografia.
C’era una piccola sigla.
D.R.B.
Chiamai Ferretti.
Quando gli descrissi il documento, rimase in silenzio.
«Avvocato?»
«Dichiarazione di rinuncia beneficiaria.»
Mi mancò il respiro.
«Hanno fatto firmare alla mia famiglia una rinuncia?»
«Se quelle pagine appartengono al modulo che penso, sì.»
«A favore di chi?»
«Probabilmente del beneficiario sostitutivo.»
Il quadro diventava sempre più chiaro.
La mia famiglia non aveva semplicemente scelto la cena di Chiara invece del mio matrimonio.
Qualcuno aveva costruito quella serata perché avesse bisogno delle loro firme nello stesso momento in cui il mio matrimonio attivava il fondo.
«E la mia firma?» domandai.
Ferretti esitò.
«Sarebbe comunque necessaria per il trasferimento definitivo.»
La firma falsa.
Ecco perché avevano copiato la mia.
Il telefono di Chiara emise improvvisamente un rumore.
«Aspetta.»
«Che succede?»
La sentii respirare più velocemente.
«Federico si è fermato.»
«Dove?»
Passarono alcuni secondi.
«Davanti al vostro hotel.»
Guardai Matteo.
«Il nostro hotel?»
«Sì.»
Poi la voce di Chiara cambiò.
«Giulia… Luca è fuori.»
Mio fratello.
Per tutta la notte era stato quasi invisibile nella storia.
Aveva scritto soltanto per lamentarsi della carta bloccata.
«Che cosa sta facendo?»
«Sta parlando con Federico.»
Il sangue mi si gelò.
«Chiara, mandami una foto.»
Arrivò pochi secondi dopo.
Luca era davanti all’ingresso dell’hotel con Federico ed Enrico Moretti.
Federico teneva una busta marrone.
Luca allungava la mano per prenderla.
«Mamma», dissi lentamente, «Luca sapeva del fondo?»
Lei scosse la testa.
Poi si fermò.
«Una volta mi fece una domanda.»
«Quale?»
«Mi chiese cosa sarebbe successo ai beni di Vittorio se tu avessi rinunciato alla tua parte.»
Matteo e io ci guardammo.
Improvvisamente ricordai qualcosa.
Due mesi prima Luca mi aveva chiesto di firmare alcuni documenti per aiutarlo a ottenere un prestito. Aveva detto che serviva soltanto una dichiarazione sul sostegno economico che gli fornivo.
Avevo firmato senza leggere attentamente.
Come sempre.
Chiamai Carlo.
«Ti mando una cosa. Voglio che controlli tutti i documenti che ho firmato per Luca negli ultimi sei mesi.»
«Lo faccio subito.»
«E cerca qualsiasi riferimento al fondo.»
Chiusi la chiamata.
Mamma si era avvicinata alla vecchia videocassetta trovata nella scatola.
«Forse possiamo capire chi comandava Enrico.»
Non avevamo un videoregistratore, ma Matteo trovò sul retro della custodia una piccola etichetta.
Una data.
E due parole:
Per Giulia.
Sotto, una serie di numeri.
Ferretti rispose immediatamente quando glieli lessi.
«Non è un numero di archivio.»
«Cos’è?»
«Una cassetta di sicurezza.»
«Dove?»
«Banca Toscana. Firenze.»
Il mio telefono vibrò di nuovo.
Carlo.
Risposi.
«Dimmi.»
«Ho trovato il documento di Luca.»
«E?»
«Non era una richiesta di prestito.»
Sentii un vuoto nello stomaco.
«Che cosa ho firmato?»
«Una procura limitata.»
«A favore di Luca?»
«No.»
Il silenzio durò un istante.
«A favore di chi?»
Carlo pronunciò il nome lentamente.
«Roberto Bassi.»
Mi mancò il respiro.
Mio fratello mi aveva messo davanti un documento che consegnava poteri a Roberto.
«Può trasferire il fondo?»
«Non da solo. Ma potrebbe aver usato la procura per ottenere documenti, autenticare copie e costruire le altre autorizzazioni.»
Guardai la fotografia di Luca mentre riceveva la busta da Federico.
«Quanto gli hanno dato?»
«Non lo so.»
Chiara mi chiamò di nuovo.
Risposi immediatamente.
«Giulia, Luca se ne sta andando. Ma Federico ha appena detto qualcosa a suo padre.»
«Che cosa?»
«Non ho sentito tutto.»
«Chiara.»
«Ha detto: “Bassi ha il diciassette”.»
Guardai lo spazio vuoto nella scatola.
Il documento scomparso.
Roberto Bassi lo aveva.
Ma Chiara continuò, quasi sussurrando.
«Poi Enrico gli ha risposto: “Non importa. Dopo mezzogiorno Giulia non potrà più fermare niente”.»
Guardai l’orologio.
Erano le 10:17.
Avevamo meno di due ore.
E improvvisamente capii che l’Archivio Rosso non era stato nascosto per spiegare un vecchio crimine.
Era stato nascosto per impedire qualcosa che stava accadendo proprio quel giorno.







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