Daniele ingrandì il fotogramma finché il volto della donna divenne una distesa granulosa di pixel. Nonostante la scarsa qualità, non avevo bisogno di vederlo meglio. Ricordavo Silvia Bernardi troppo bene. I capelli scuri raccolti sempre nello stesso modo, la postura perfettamente composta, quel piccolo neo accanto al sopracciglio sinistro. Era stata la persona che controllava ogni minuto della giornata di Daniele. Conosceva i suoi voli, le sue riunioni, persino il caffè che beveva. Ed era stata anche l’ultima persona della Harden Tech con cui avevo parlato prima di sparire.
«Sei sicura?» domandò Daniele.
«Sì.»
«Rachele, quella registrazione è di tre giorni fa.»
«Lo so.»
Le bambine erano ancora nel corridoio. Piegai il portatile e le accompagnai nella loro stanza. Maria insistette perché lasciassi accesa la lampada a forma di luna. Beatrice non disse nulla finché non le sistemai la coperta.
«Mamma.»
«Dimmi.»
«Domani lui sarà ancora nostro padre?»
Sentii qualcosa stringermi la gola. «Sì. Questa cosa non cambia.»
Lei annuì lentamente. «Allora va bene.»
Quando tornai in cucina, Daniele era davanti alla finestra.
«Silvia morì il 14 marzo di sette anni fa», disse. «L’auto precipitò in un burrone vicino a Savona. Non recuperarono il corpo.»
Mi fermai.
«Non recuperarono il corpo?»
«Trovarono la macchina bruciata, documenti personali e tracce biologiche considerate compatibili. La polizia concluse che fosse stata trascinata via dal mare.»
«E tu non hai mai dubitato?»
Daniele mi guardò amaramente. «Sette anni fa avevo appena perso mia madre. Tu eri scomparsa. Silvia era morta. Non cercavo complotti. Cercavo di continuare a funzionare.»
Poi il mio ricordo tornò a quella sera di otto anni prima.
«Silvia sapeva che ero incinta.»
Daniele si irrigidì.
Gli raccontai ciò che avevo dimenticato, o forse scelto di dimenticare. Il giorno dopo aver scoperto la gravidanza ero stata male in ufficio. Silvia mi aveva trovata nel bagno, pallida, appoggiata al lavandino. Aveva guardato il test prenatale che spuntava dalla mia borsa.
«Mi chiese se fosse tuo. Non risposi, ma deve aver capito.»
Daniele prese immediatamente il telefono. «Riccardo, voglio tutto su Silvia Bernardi. Incidente, assicurazione, conti, passaporti, parenti. E controlla chi ha richiesto il certificato di morte negli ultimi otto anni.»
La mattina seguente lasciammo le gemelle con mia sorella Chiara e raggiungemmo la Banca Privata Piemonte. Daniele aveva fatto aprire la filiale prima dell’orario normale. La direttrice ci condusse nel caveau senza fare domande.
La cassetta 417 era piccola.
Inserii la chiave di Elena.
All’interno trovammo una chiavetta USB, una cartellina e un vecchio telefono cellulare.
Daniele prese la cartellina.
Conteneva estratti conto della Harden Tech del 2018. Pagamenti a società di consulenza che non riconoscevo. Uno, però, era evidenziato.
**Borealis Consulting — €480.000.**
Sotto c’era una firma di autorizzazione.
La mia.
«Non ho mai firmato questo.»
Daniele lo sapeva. «La tua firma venne usata per trasferire quasi mezzo milione di euro.»
«Perché?»
«Perché eri la persona perfetta da incolpare.»
Inserimmo la chiavetta USB nel computer della sala privata. C’erano registrazioni di riunioni del consiglio, scansioni di contratti e una cartella chiamata semplicemente R.M.
Rachele Moretti.
La aprii.
Fotografie.
Io che uscivo dall’appartamento di Daniele. Io davanti alla clinica. Io al supermercato mentre compravo vitamine prenatali.
Qualcuno mi aveva seguita.
«Dio mio.»
Daniele strinse la mascella. «Mia madre cercava di proteggermi dal consiglio. Ma qualcuno stava costruendo qualcosa contro entrambi.»
Aprii l’ultimo documento.
Era un’e-mail stampata.
**Se Moretti scompare volontariamente, il problema si risolve senza scandalo. Elena può essere convinta a fare il lavoro sporco.**
Il mittente era nascosto dietro un codice interno.
Daniele prese il foglio.
«Questo codice apparteneva ai membri del consiglio.»
«Possiamo scoprire chi?»
«Riccardo può.»
Il vecchio telefono nella cassetta improvvisamente vibrò.
Entrambi sobbalzammo.
La batteria avrebbe dovuto essere morta da anni.
Eppure lo schermo si illuminò.
Un solo messaggio.
**Avete finalmente aperto la 417. Bene. Ora chiedetevi perché Elena non consegnò mai queste prove alla polizia.**
Daniele afferrò il telefono.
Un secondo messaggio arrivò quasi immediatamente.
**E soprattutto chiedete ad Amanda cosa sa della Borealis Consulting.**
Ci guardammo.
«Amanda?» sussurrai.
Daniele chiamò immediatamente la sua fidanzata.
Nessuna risposta.
Provò ancora.
Poi ancora.
Alla quarta chiamata qualcuno rispose.
Non Amanda.
Una voce maschile disse soltanto: «Signor Hardeni, credo che sia arrivato il momento di annullare il matrimonio.»
La linea cadde.
Daniele impallidì.
Quasi nello stesso istante ricevetti una fotografia sul mio telefono.
Amanda era seduta in quello che sembrava un ufficio, apparentemente illesa, ma davanti a lei c’era la stessa cartellina con il logo Borealis che avevamo appena trovato nella cassetta.
Sotto la fotografia c’erano sei parole.
**Amanda non è chi credete che sia.**







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