Rilessi quella frase almeno cinque volte.
Se mi succede qualcosa, Elena deve sapere che l’incidente non è cominciato sulla strada.
Le parole di Riccardo sembravano appartenere a un uomo che non conoscevo. Mio marito era sempre stato prudente, razionale, persino irritante nella sua capacità di trovare una spiegazione logica a ogni problema. Quando era morto, la polizia aveva parlato di asfalto bagnato, velocità e perdita di controllo. Io avevo accettato quella versione perché l’alternativa sarebbe stata troppo dolorosa persino da immaginare.
Eppure sei mesi prima dell’incidente Riccardo aveva consegnato quella scatola a suo padre.
«Signora Elena?»
La voce di Bassi mi riportò nello studio.
Gli mostrai la pagina.
Il notaio lesse senza toccare il quaderno. Il suo volto si fece serio.
«Lei sapeva che suo marito stava indagando sull’azienda?»
«No.»
Sfogliai le pagine precedenti. Gli appunti diventavano sempre più dettagliati. Comparivano pagamenti effettuati dalla Marchetti Industrie verso una società chiamata Orione Consulting S.r.l. Importi diversi, mai enormi singolarmente, ma ripetuti per mesi.
«Conosce questa società?»
Bassi scosse la testa.
Fotografai le pagine con il telefono.
Poi arrivai all’ultima pagina scritta.
C’era soltanto una data.
14 ottobre.
Il giorno prima della morte di Riccardo.
Sotto, tre parole:
Vittorio sa tutto.
Mi si strinse lo stomaco.
«Devo andare alla villa.»
Bassi mi guardò immediatamente. «La lettera le diceva di non andare sola.»
Aveva ragione.
Chiamai l’unica persona che, dopo la morte di Riccardo, non aveva mai cercato di convincermi a dimenticare troppo in fretta: Paolo Conti, suo migliore amico dai tempi dell’università.
Quando gli dissi della scatola, rimase in silenzio.
Quando pronunciai il nome Orione Consulting, il silenzio diventò diverso.
«Paolo?»
«Dove sei?»
«Dal notaio.»
«Non andare alla villa.»
Mi irrigidii.
«Perché?»
«Elena, ascoltami. Dove hai trovato quel nome?»
«Nel quaderno di Riccardo.»
Sentii il suo respiro dall’altra parte.
«Allora Vittorio te l’ha davvero lasciato.»
Quelle parole mi gelarono.
«Tu sapevi del quaderno?»
Paolo non rispose.
«Paolo.»
«Vengo da te.»
«Dimmi la verità.»
«Non al telefono.»
La chiamata terminò.
Quaranta minuti dopo Paolo entrò nello studio. Sembrava invecchiato durante il tragitto. Posò gli occhi sulla scatola e chiuse per un attimo le palpebre.
«Riccardo mi aveva parlato di Orione», disse.
Sentii salire la rabbia.
«E in due anni non hai mai pensato di dirmelo?»
«Perché non sapevo abbastanza.»
«Sapevi più di me.»
Paolo abbassò lo sguardo.
Tre mesi prima di morire, spiegò, Riccardo aveva scoperto fatture sospette. Orione Consulting riceveva denaro dalla Marchetti Industrie per consulenze che, secondo lui, non erano mai state effettuate.
«Pensava che qualcuno stesse sottraendo denaro?»
«All’inizio sì. Poi scoprì qualcosa di peggio.»
«Cosa?»
«Non me lo disse.»
Risi amaramente. «Conveniente.»
Paolo incassò il colpo.
«L’ultima volta che ci siamo visti era spaventato. Riccardo non era uno che si spaventava facilmente.»
«Di Beatrice?»
Paolo guardò la fotografia.
«Non lo so.»
«Lei era lì.»
«Essere in una fotografia non significa essere colpevole.»
Quelle parole mi irritarono, ma erano vere.
Andammo alla villa nel tardo pomeriggio.
La casa di Vittorio sembrava diversa senza di lui. Le persiane erano socchiuse e nell’ingresso aleggiava ancora il leggero profumo del tabacco che fumava nello studio.
La vecchia scrivania era esattamente dove la ricordavo.
Mi inginocchiai davanti al cassetto inferiore.
Inserii la chiave.
Scattò.
Dentro trovammo una cartellina nera, una chiavetta USB e un telefono cellulare spento.
Sulla cartellina Vittorio aveva scritto:
PER ELENA — SOLO DOPO IL QUADERNO.
La aprii.
C’erano copie di estratti bancari e documenti societari. Orione Consulting risultava collegata a una holding registrata all’estero.
Poi vidi un nome.
Non quello di Beatrice.
Andrea Rinaldi.
«Chi è?» chiesi.
Paolo diventò immobile.
«Era il direttore finanziario della Marchetti Industrie.»
«Era?»
«Si è dimesso poco dopo la morte di Riccardo.»
Sentii un rumore nel corridoio.
Entrambi ci voltammo.
Passi.
Qualcuno era entrato nella villa.
Paolo chiuse immediatamente il cassetto.
La porta dello studio si aprì.
Beatrice comparve sulla soglia.
Il suo sguardo passò da me a Paolo, poi alla cartellina nelle mie mani.
«Quindi sei venuta comunque.»
«Come sapevi che sarei stata qui?»
«Questa è casa mia, Elena.»
«Non ancora.»
La frase la colpì.
Beatrice entrò e chiuse la porta.
«Dammi quella cartellina.»
«No.»
«Non sai in cosa ti stai mettendo.»
«Allora spiegamelo.»
Per un istante vidi la stessa paura dello studio notarile.
«Riccardo ha scoperto i trasferimenti», dissi. «E tu lo sapevi.»
Beatrice impallidì.
«Non pronunciare il nome di mio fratello come se avessi capito tutto.»
«Allora aiutami a capire.»
«Non posso.»
«O non vuoi?»
Lei mi fissò.
Poi disse qualcosa che non mi aspettavo.
«Pensi davvero che io abbia paura perché ho rubato i soldi?»
Indicai i documenti.
«Dimmi tu cosa dovrei pensare.»
Beatrice scosse lentamente la testa.
«Papà ti ha scelta perché sapeva che avresti fatto esattamente questo. Avresti seguito le tracce di Riccardo senza fermarti.»
«Perché avrebbe dovuto volere che mi fermassi?»
«Non papà.»
La sua voce si abbassò.
«Riccardo.»
Sentii il sangue gelarsi.
Beatrice aprì la borsa e tirò fuori una fotografia.
La posò sulla scrivania.
Era stata scattata la sera precedente all’incidente.
Riccardo era seduto in un ristorante.
Davanti a lui c’era Andrea Rinaldi.
Sul retro qualcuno aveva scritto un orario.
22:17.
«Da dove viene?»
«Papà l’ha trovata tra le cose di Andrea.»
«Perché Vittorio aveva le cose di Andrea?»
Beatrice esitò.
Poi guardò Paolo.
Qualcosa cambiò nel suo viso.
«Chiedilo a lui.»
Mi voltai.
Paolo era pallido.
«Che significa?»
Beatrice rise senza allegria.
«Paolo non ti ha detto tutto, vero?»
«Beatrice, basta», disse lui.
Lei lo ignorò.
«La notte prima di morire, Riccardo non chiamò soltanto Andrea.»
Sentii un nodo stringermi la gola.
«Chi chiamò?»
Beatrice indicò Paolo.
«Lui.»
Guardai l’uomo che avevo considerato il migliore amico di mio marito.
«È vero?»
Paolo chiuse gli occhi.
«Sì.»
«Perché non me l’hai mai detto?»
«Perché quella telefonata non avrebbe cambiato nulla.»
«Decido io cosa cambia qualcosa.»
Paolo inspirò profondamente.
«Riccardo mi chiese un favore.»
«Quale?»
Prima che potesse rispondere, il vecchio telefono trovato nel cassetto vibrò.
Tutti e tre ci immobilizzammo.
Non avrebbe dovuto essere acceso.
Eppure lo schermo si illuminò.
Comparve una notifica.
1 NUOVO MESSAGGIO VOCALE.
La data indicata non era quella di oggi.
Era il 15 ottobre, il giorno della morte di Riccardo.
Premetti play.
Per alcuni secondi sentimmo soltanto rumore di fondo. Poi arrivò la voce di mio marito.
Bassa. Affannata.
«Papà, se stai ascoltando questo messaggio significa che Andrea non è venuto da solo. Ho sbagliato a fidarmi di qualcuno.»
Un fruscio.
Poi Riccardo pronunciò chiaramente un nome.
«Paolo.»







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