Per alcuni secondi rimasi immobile con la fotografia tra le dita. Le parole scritte da Vittorio sembravano impossibili da conciliare con tutto ciò che avevo conosciuto. Riccardo aveva gli stessi gesti di suo padre, lo stesso modo di abbassare la voce quando era arrabbiato, persino la stessa abitudine di tamburellare con due dita sul tavolo mentre pensava. Avevo sempre creduto che fossero somiglianze di sangue. Adesso una frase scarabocchiata dietro una vecchia fotografia cancellava quella certezza.
«Elena, dammi quella foto.»
Beatrice fece un passo verso di me.
La strinsi istintivamente al petto.
«Prima rispondi alla mia domanda. Conosci quella donna?»
«Non significa niente.»
«Non ti ho chiesto cosa significa.»
Lorenzo Bassi rimase in silenzio, ma il suo sguardo passava dall'una all'altra. Beatrice respirò profondamente, poi tornò a sedersi. La sicurezza arrogante con cui era entrata nello studio era scomparsa.
«Si chiamava Clara.»
«Clara cosa?»
«Non lo so.»
Mentiva. Lo capii dal modo in cui evitò i miei occhi.
«E Riccardo sapeva di non essere figlio di Vittorio?»
«Non lo so.»
«Un'altra bugia.»
Beatrice colpì il tavolo con il palmo.
«Smettila di comportarti come se avessi diritto a interrogarmi sulla mia famiglia!»
Quelle parole mi attraversarono come una lama, ma stavolta non abbassai lo sguardo.
«Riccardo era mio marito. Se ha vissuto sapendo qualcosa che gli ha fatto abbastanza male da nascondermelo per anni, ho il diritto di sapere perché.»
Beatrice non replicò.
Fu Lorenzo a rompere il silenzio.
«Signora Elena, devo chiederle formalmente se intende accettare la procedura prevista dal testamento.»
Guardai la chiave.
«Sì.»
«Elena, no.»
Beatrice lo disse quasi sottovoce.
Mi voltai verso di lei.
«Domani andrò a Bellagio.»
Quella volta vidi chiaramente il panico sul suo volto.
Partii la mattina seguente.
Non dissi a Beatrice l'orario. Lorenzo mi aveva fornito soltanto l'indirizzo della proprietà e una copia della disposizione testamentaria. La casa si trovava lontano dal centro, sopra una strada stretta che saliva tra alberi e vecchi muri di pietra. Durante il viaggio continuavo a ripensare agli ultimi mesi di Riccardo.
C'erano dettagli che allora avevo attribuito allo stress.
Telefonate interrotte quando entravo nella stanza. Un viaggio di lavoro a Como che non avevo mai verificato. Una sera, circa quattro mesi prima dell'incidente, lo avevo trovato seduto in cucina alle due del mattino con una fotografia in mano. Quando mi aveva vista, l'aveva infilata immediatamente in un libro.
«Non riesci a dormire?» gli avevo chiesto.
«Sto pensando a papà.»
Avevo creduto parlasse di Vittorio.
Adesso non ne ero più certa.
Arrivai poco prima di mezzogiorno.
La casa era nascosta dietro un cancello verde consumato dalla pioggia. Non era una villa lussuosa. Era un edificio di pietra a due piani, con persiane chiuse e un piccolo giardino invaso dall'erba. Sembrava disabitata da anni.
La chiave entrò perfettamente nella serratura.
Dentro c'era odore di legno, polvere e stanze rimaste chiuse troppo a lungo.
Sul mobile dell'ingresso trovai una fotografia incorniciata.
Vittorio.
Clara.
Riccardo bambino.
E Beatrice.
La presi tra le mani.
Beatrice doveva avere forse sette anni. Era accanto a Riccardo e teneva Clara per mano.
Quindi ricordava quella donna.
Aveva mentito.
Percorsi il corridoio chiamando inutilmente qualcuno. In cucina c'erano stoviglie coperte da teli. Al piano superiore trovai tre camere. Una conteneva ancora giocattoli, libri per bambini e due letti piccoli.
Su uno dei letti era inciso il nome Riccardo.
Sull'altro, Bea.
Sentii il telefono vibrare.
Beatrice.
Non risposi.
Aprii invece l'ultima porta.
Era uno studio.
Al centro c'era una scrivania e, dietro, un armadio metallico. Provai la chiave ricevuta da Vittorio.
Non entrava.
Mi guardai intorno.
Sulla scrivania c'era una busta.
Per Elena.
La aprii.
Se sei arrivata fin qui, hai scelto la verità. Ma prima di aprire l'archivio devi sapere una cosa: Riccardo è venuto in questa casa sei mesi prima di morire. Non era solo.
Mi mancò il respiro.
Sotto quella frase Vittorio aveva aggiunto:
La chiave che ti ho lasciato non apre l'archivio. Apre il cassetto che contiene la vera chiave.
Controllai la scrivania.
Il primo cassetto era chiuso.
Usai la chiave.
Dentro trovai una seconda chiave, una cartellina e un piccolo registratore digitale.
Premetti il pulsante.
Per alcuni secondi si sentì soltanto un fruscio.
Poi arrivò la voce di Riccardo.
La riconobbi immediatamente.
«Papà, Elena non deve sapere niente finché non saremo sicuri.»
La voce di Vittorio rispose:
«Non puoi continuare a proteggerla mentendole.»
«Non sto proteggendo lei da questa storia. Sto proteggendo lei da qualcuno.»
Sentii un rumore.
Poi Vittorio domandò:
«Da Beatrice?»
Una lunga pausa.
«No.»
La voce di Riccardo diventò più bassa.
«Beatrice non è quella di cui dobbiamo avere paura.»
La registrazione terminò.
Rimasi a fissare l'apparecchio.
Qualcuno.
Riccardo aveva nascosto la verità per proteggermi da qualcuno.
Aprii la cartellina.
Dentro trovai alcuni estratti societari risalenti a quasi trent'anni prima. Il nome di Vittorio compariva ovunque, ma accanto al suo ce n'era un altro: Alberto Rinaldi.
In fondo c'era una fotografia dello stesso uomo accanto a Clara.
Sul retro, una sola annotazione:
Padre biologico di Riccardo.
Il telefono vibrò ancora.
Questa volta risposi.
«Beatrice, mi hai mentito.»
Dall'altra parte sentii il suo respiro affannoso.
«Elena, ascoltami. Devi uscire da quella casa.»
«Chi è Alberto Rinaldi?»
Silenzio.
«Era il padre di Riccardo, vero?»
«Sì.»
Era la prima verità che mi concedeva.
«Perché Vittorio ha cresciuto Riccardo come suo figlio?»
«Non posso spiegartelo al telefono.»
«Allora vieni qui.»
«Non posso.»
«Perché?»
Beatrice abbassò la voce.
«Perché qualcuno mi sta seguendo.»
Mi avvicinai istintivamente alla finestra.
«Chi?»
«Non lo so. Ma ieri sera qualcuno è entrato nel mio appartamento. Non hanno preso gioielli, soldi, niente. Hanno cercato soltanto nello studio di papà.»
Un rumore provenne dal piano inferiore.
Mi immobilizzai.
Legno che scricchiolava.
Poi un secondo rumore.
Un passo.
«Beatrice…»
«Che succede?»
Abbassai il telefono.
La porta d'ingresso, che ero certa di aver chiuso, era aperta.
Qualcuno era entrato.
Presi la chiave dell'archivio e la infilai nella tasca della giacca. Poi guardai la cartellina ancora aperta.
Solo allora notai che sotto la fotografia di Alberto c'era un documento piegato.
Lo aprii rapidamente.
Era una copia di un accordo societario firmato da Vittorio e Alberto.
Ma c'era una terza firma.
La conoscevo.
L'avevo vista centinaia di volte sui biglietti di compleanno, sui documenti e sulle lettere che Riccardo conservava.
La firma apparteneva a sua madre, Teresa Marchetti, morta ufficialmente diciotto anni prima.
Accanto alla firma, però, c'era una data.
Tre anni fa.
Un anno prima della morte di Riccardo.
Poi sentii una voce provenire dal corridoio.
«Elena?»
Mi si gelò il sangue.
Non perché qualcuno conoscesse il mio nome.
Ma perché quella voce apparteneva a una persona che avevo già sentito molte volte.
Una voce che, secondo tutto ciò che sapevo della famiglia Marchetti, non avrei mai più dovuto poter sentire.







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