La porta si aprì completamente prima che riuscissi a chiedere a Teresa cosa significassero quelle parole. L'uomo della berlina rimase sulla soglia senza avanzare. Aveva poco più di sessant'anni, capelli grigi tagliati corti e un impermeabile scuro ancora umido. Teresa si mise davanti a me con un gesto istintivo.
«Fermo lì.»
L'uomo sollevò lentamente entrambe le mani.
«Non sono venuto per farvi del male.»
«Come ci ha trovate?» domandai.
Lui mi guardò.
«Seguendo Beatrice.»
Teresa impallidì.
«Chi è lei?»
L'uomo tirò fuori un portafoglio e mostrò un vecchio tesserino.
«Paolo Serra. Investigatore privato.»
«Assunto da chi?»
«Da Vittorio Marchetti.»
Quelle parole mi fecero abbassare appena la guardia.
«Vittorio è morto.»
«Lo so. Il mio incarico, però, non terminava con la sua morte.»
Paolo estrasse una busta dalla tasca interna dell'impermeabile.
«Dovevo aspettare che Elena aprisse l'archivio. Poi dovevo consegnarle questo.»
Teresa non sembrava convinta.
«Perché seguiva Beatrice?»
«Perché qualcuno la segue da tre giorni. Io seguivo loro.»
Il silenzio diventò improvvisamente più pesante.
«Chi?» chiesi.
«Non sono ancora riuscito a identificarlo.»
Pensai immediatamente all'appartamento di Beatrice.
«Quindi era vero.»
«Cosa?»
«Qualcuno è entrato in casa sua.»
Paolo annuì.
«E non cercava denaro.»
Teresa fissò l'archivio aperto.
«Cercavano la chiave.»
«Probabilmente.»
Presi la busta che Paolo mi porgeva, ma prima che potessi aprirla sentimmo una macchina fermarsi fuori.
Beatrice entrò nello studio meno di due minuti dopo.
Quando vide Teresa, rimase immobile.
«Mamma.»
Teresa non rispose.
Beatrice guardò Paolo, poi l'armadio aperto.
«Ti avevo detto di non aprirlo.»
«E tu mi avevi detto che tua madre era morta.»
Beatrice abbassò gli occhi.
«Hai ragione.»
Quella semplice ammissione mi tolse parte della rabbia, ma non il dolore.
«Adesso voglio la verità.»
Aprii il raccoglitore con il mio nome e mostrai le fotografie.
«Perché Vittorio aveva questo?»
Beatrice le osservò.
Il suo volto cambiò.
«Non le avevo mai viste.»
«Teresa dice che appartenevo alla vostra famiglia prima di conoscere Riccardo.»
Beatrice si voltò verso sua madre.
«Che cosa le hai detto?»
«Solo ciò che Vittorio avrebbe dovuto dirle anni fa.»
«No.»
La reazione di Beatrice fu immediata.
Non era sorpresa.
Era paura.
Mi avvicinai.
«Tu sai chi sono.»
«So soltanto una parte.»
«Allora raccontamela.»
Beatrice si sedette lentamente.
Per la prima volta non vidi davanti a me la donna che mi aveva umiliata nello studio notarile. Vidi una figlia terrorizzata da qualcosa che aveva trascorso anni cercando di dimenticare.
«Quando avevo dodici anni», cominciò, «sentii papà e mamma litigare. Parlavano di una bambina.»
Teresa chiuse gli occhi.
«Beatrice…»
«Basta bugie, mamma.»
Continuò.
«Quella bambina era nata da una donna che lavorava per l'azienda. Si chiamava Laura Conti.»
Il nome mi colpì come un pugno.
Laura Conti era mia madre.
Era morta quando avevo diciannove anni.
«Mia madre lavorava per Marchetti Industrie?»
«Sì», disse Teresa.
Mi voltai verso di lei.
«Non me l'ha mai detto.»
«Aveva promesso di non farlo.»
«A chi?»
Teresa guardò la busta nelle mie mani.
«A Vittorio.»
Sentii la rabbia crescere.
«Perché Vittorio conosceva mia madre?»
Paolo intervenne.
«Forse dovrebbe leggere prima quella lettera.»
Aprii la busta.
La grafia era ancora quella di Vittorio.
Elena, se Paolo ti ha consegnato questa lettera significa che hai aperto l'archivio. Quindi non posso più proteggerti attraverso il silenzio.
Continuai.
Laura Conti non era una semplice dipendente. Ventinove anni fa scoprì che Alberto Rinaldi utilizzava alcune società per trasferire illegalmente fondi fuori dall'azienda. Quando cercò di denunciarlo, Alberto minacciò lei e la sua bambina.
La sua bambina.
Io.
Laura venne da me. Le promisi che avrei protetto entrambe.
Mi tremavano le mani.
Ma c'è una parte che Laura non ti raccontò mai. Prima di lavorare per noi, aveva avuto una relazione con Alberto.
Smettei di leggere.
La stanza sembrò restringersi.
Guardai Teresa.
Lei aveva gli occhi pieni di lacrime.
«No.»
Nessuno parlò.
«No.»
Beatrice si alzò.
«Elena, continua.»
Non volevo.
Ma lo feci.
Laura mi disse che Alberto poteva essere tuo padre. Non ne ebbe mai la certezza perché rifiutò qualsiasi verifica. Per lei, tenerti lontana da lui era più importante del sangue.
Abbassai la lettera.
Riccardo.
Il pensiero arrivò così violentemente che quasi mi mancò l'aria.
«Se Alberto era il padre di Riccardo…»
Teresa capì.
«Non sappiamo se sia tuo padre.»
«Ma potrebbe esserlo.»
«Sì.»
Indietreggiai.
Riccardo poteva essere stato mio fratellastro.
Beatrice mi afferrò prima che urtassi la scrivania.
Mi liberai immediatamente.
«Non toccarmi.»
«Elena—»
«Tu lo sapevi quando mi hai accusata di aver sposato Riccardo per i soldi?»
Beatrice scoppiò.
«No!»
La sua voce tremava.
«Sapevo di Laura. Sapevo che esisteva un dubbio su tuo padre. Ma non sapevo che Alberto fosse anche il padre di Riccardo finché Vittorio non me lo disse dopo l'incidente.»
La fissai.
«E non hai pensato che meritassi di saperlo?»
Beatrice abbassò gli occhi.
«Papà mi fece promettere di aspettare.»
«Per due anni?»
«Perché non aveva prove.»
Mi voltai verso Teresa.
«E Riccardo?»
Lei scosse lentamente la testa.
«Riccardo sapeva che Alberto era suo padre. Non sapeva nulla di Laura.»
Quella risposta non cancellava l'orrore, ma almeno significava che mio marito non aveva vissuto conoscendo quella possibilità.
Paolo si avvicinò alla cassaforte.
«Vittorio voleva una prova definitiva.»
Indicò un'etichetta sul lato.
RISULTATI.
Beatrice la vide.
«È un test genetico?»
Teresa annuì.
«Vittorio lo fece fare negli ultimi mesi.»
«Come?»
«Aveva conservato alcuni campioni biologici di Alberto provenienti da vecchie analisi mediche aziendali. E aveva qualcosa appartenuto a Laura.»
Guardai la cassaforte.
Finalmente potevo sapere.
Inserimmo il codice indicato nell'ultima pagina della lettera.
Dentro trovammo una busta di laboratorio sigillata.
La aprii.
Lessi il risultato.
Poi lo rilessi.
Alberto Rinaldi non era mio padre.
Mi appoggiai alla scrivania e lasciai uscire un respiro che sembrava rimasto intrappolato dentro di me per anni, anche se avevo scoperto quel dubbio soltanto pochi minuti prima.
Riccardo non era mio fratello.
Chiusi gli occhi.
Per un istante provai soltanto sollievo.
Poi vidi Beatrice prendere un secondo foglio dalla busta.
«Elena.»
La sua voce era cambiata.
«C'è un altro test.»
Aprii gli occhi.
Beatrice fissava Teresa.
«Questo non riguarda Alberto.»
Teresa diventò pallida.
Presi il foglio.
Erano stati confrontati due campioni.
Laura Conti.
E un secondo nome.
Vittorio Marchetti.
Sotto compariva la conclusione del laboratorio.
Probabilità di paternità: 99,98%.
Non riuscii a parlare.
Beatrice sì.
«Papà era tuo padre.»
Ci guardammo.
Tutto il disprezzo che aveva avuto per me, tutte le volte in cui mi aveva chiamata estranea, tutte le volte in cui aveva detto che non appartenevo alla vera famiglia Marchetti, tornarono tra noi con un significato completamente diverso.
E finalmente compresi perché Vittorio mi aveva sempre trattata come una figlia.
Non era soltanto affetto.
Ero davvero sua figlia.
Ma Paolo non sembrava sollevato.
Stava sfogliando gli ultimi documenti della cassaforte.
«C'è un problema.»
«Quale?» chiese Beatrice.
Lui tirò fuori una copia del certificato del test.
In fondo c'era una nota scritta da Vittorio appena cinque giorni prima di morire.
Alberto ha scoperto che Elena è mia figlia. Adesso sa anche ciò che questo significa per l'azienda.
Beatrice aggrottò la fronte.
«Cosa dovrebbe significare?»
Paolo prese l'ultimo documento.
Era lo statuto originario di Marchetti Industrie.
Indicò una clausola.
Alla morte di Vittorio, in presenza di più figli biologici riconosciuti, il controllo della società non poteva passare a uno soltanto senza il consenso dell'altro.
Io guardai Beatrice.
Lei guardò me.
Poi Paolo pronunciò la frase che trasformò improvvisamente l'intera eredità in qualcosa di molto più pericoloso.
«Se questo test viene legalmente riconosciuto, Beatrice non può controllare Marchetti Industrie senza Elena.»
Il mio telefono vibrò.
Numero sconosciuto.
Aprii il messaggio.
C'era una fotografia scattata pochi minuti prima.
Mostrava noi quattro attraverso la finestra dello studio.
Sotto, una frase.
Vittorio avrebbe dovuto portare questo segreto nella tomba. Riccardo ha commesso lo stesso errore.
E subito dopo ne arrivò un'altra.
Elena, chiedi a Paolo chi era con Riccardo la notte dell'incidente.







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