Mostrai il telefono a Paolo senza dire una parola. Bastò vedere il messaggio perché il colore gli scomparisse dal viso. Teresa si avvicinò alla finestra e chiuse immediatamente le tende, mentre Beatrice prese il cellulare dalle mie mani e ingrandì la fotografia. Era stata scattata dall'esterno, attraverso una fessura tra gli alberi. Qualcuno ci stava osservando in quel momento.
«Chi era con Riccardo?» domandai.
Paolo non rispose.
«La notte dell'incidente. Chi era con mio marito?»
«Elena, non è così semplice.»
«Sono stanca di sentirmelo dire.»
Gli misi davanti il telefono.
«Vittorio mi ha lasciato una scatola perché nessuno di voi ha avuto il coraggio di raccontarmi la verità. Teresa era morta ed è viva. Alberto era il padre di Riccardo. Vittorio era mio padre. Adesso qualcuno mi manda fotografie e conosce dettagli sulla morte di mio marito. Quindi non mi dica più che è complicato. Mi dica chi era con Riccardo.»
Paolo abbassò lo sguardo.
«Io.»
Il silenzio fu assoluto.
Beatrice fu la prima a reagire.
«Tu eri nell'auto?»
«No.»
Paolo si sedette.
«Lo seguivo.»
Mi sentii gelare.
«Per conto di Vittorio?»
«Sì. Riccardo aveva scoperto che qualcuno stava facendo sparire documenti dalle società controllate. Vittorio temeva che avrebbe affrontato Alberto da solo.»
«E quella sera?»
«Riccardo ricevette una telefonata. Uscì di casa verso le dieci e venti. Lo seguii fino a un parcheggio fuori città.»
«Chi incontrò?»
Paolo esitò.
«Alberto.»
Teresa si coprì la bocca.
«Ne sei sicuro?»
«Lo vidi.»
Paolo raccontò che Riccardo e Alberto avevano discusso per quasi venti minuti. Non aveva potuto sentire tutto, ma Riccardo aveva mostrato una cartellina. Alberto aveva tentato di prenderla. Riccardo era tornato alla macchina e se n'era andato.
«E tu?»
«Lo seguii. Poi persi qualche centinaio di metri.»
«Quanto?»
«Forse un minuto.»
«E dopo?»
Paolo chiuse gli occhi.
«Vidi la sua auto fuori strada.»
La stanza sembrò inclinarsi.
«Era vivo?»
«Quando arrivai, sì.»
Mi si spezzò il respiro.
«Hai parlato con lui?»
«Pochissimo.»
«Cosa disse?»
Paolo mi guardò.
«Disse il tuo nome.»
Non riuscii a muovermi.
«Poi mi disse di prendere la cartellina prima che arrivasse qualcuno.»
«E tu l'hai presa.»
«Sì.»
La rabbia esplose.
«Mio marito stava morendo e tu hai pensato ai documenti?»
«Avevo già chiamato i soccorsi!»
Paolo alzò la voce per la prima volta.
«Riccardo me lo ordinò. Continuava a ripetere che non dovevano trovarla.»
«Chi?»
«Non riuscì a dirmelo.»
Beatrice intervenne.
«Dov'è quella cartellina?»
Paolo guardò l'armadio.
«Vittorio la prese la stessa notte.»
Teresa aprì il raccoglitore contrassegnato con il nome di Riccardo. Cercammo insieme finché Beatrice trovò una tasca nascosta nella copertina.
Dentro c'era una cartellina sottile.
La aprii.
Fatture. Bonifici. Nomi di società che non conoscevo.
Poi un elenco di pagamenti.
Uno attirò immediatamente la mia attenzione.
Serra Consulting.
Guardai Paolo.
«È la tua società?»
Lui impallidì.
«Sì.»
«Perché Alberto ti pagava?»
«Non mi pagava Alberto.»
Beatrice gli strappò il documento dalle mani.
«Questi bonifici arrivano da una società riconducibile a lui.»
Paolo scosse la testa.
«Non lo sapevo.»
«Conveniente», disse Beatrice.
«Vittorio mi aveva assunto attraverso un intermediario. Pensavo che quei pagamenti provenissero da lui.»
Teresa indicò le date.
L'ultimo bonifico era stato effettuato tre giorni prima dell'incidente di Riccardo.
Un dubbio terribile cominciò a crescere.
«Vittorio sapeva che ti pagavano attraverso quella società?»
Paolo non rispose subito.
«Non credo.»
«Allora forse qualcuno voleva controllare anche te.»
Il mio telefono vibrò ancora.
Un nuovo messaggio.
Paolo ti ha raccontato quasi tutto. Adesso chiedigli cosa prese dalla tasca di Riccardo prima dell'arrivo dell'ambulanza.
Gli mostrai lo schermo.
Paolo diventò immobile.
«Cosa hai preso?»
«Niente.»
«Non mentire.»
«Elena—»
«Cosa hai preso dalla tasca di mio marito?»
Paolo si passò una mano sul viso.
Poi tirò fuori il portafoglio.
Da uno scomparto interno estrasse una piccola chiave.
«Questa.»
La riconobbi.
Riccardo ne aveva una identica sul portachiavi. Dopo l'incidente, però, non l'avevo più vista.
«Cosa apre?»
«Non lo so.»
Teresa prese la chiave.
Sul lato era inciso un numero: 317.
Beatrice sussurrò:
«Una cassetta di sicurezza.»
Paolo annuì.
«Riccardo disse soltanto: “Non darla a mio padre.”»
«A Vittorio?»
«All'epoca pensai di sì.»
La frase rimase sospesa.
Riccardo aveva due padri.
Forse non parlava di Vittorio.
Lasciammo Bellagio meno di un'ora dopo. Paolo aveva identificato il numero come appartenente a una vecchia filiale bancaria di Como. Vittorio non aveva mai saputo della chiave. Paolo l'aveva conservata perché, dopo la morte di Riccardo, non si era più fidato di nessuno.
Alla banca scoprimmo che la cassetta 317 risultava intestata a Riccardo Marchetti.
Io ero indicata come persona autorizzata in caso di morte.
Quando l'impiegata aprì la stanza riservata e mi lasciò sola, le mani mi tremavano.
Dentro la cassetta c'erano soltanto tre cose.
Una chiavetta USB.
Un telefono vecchio.
E una fotografia.
Nella foto Riccardo era seduto in un ristorante davanti ad Alberto Rinaldi.
Sul retro aveva scritto:
Non è lui che comanda.
Accesi il telefono.
Non aveva SIM, ma conteneva registrazioni audio.
L'ultima era stata effettuata la sera dell'incidente.
Premetti play.
Prima sentii la voce di Riccardo.
«Ho trovato i trasferimenti. So che qualcuno usa Alberto come copertura.»
Poi quella di Alberto.
«Sei arrivato troppo tardi.»
«Chi c'è dietro?»
Una pausa.
«Una persona che tuo padre non ha mai avuto il coraggio di affrontare.»
«Vittorio?»
Alberto rise.
«Continui a pensare che questa storia riguardi me e Vittorio.»
Seguì un rumore.
Poi Alberto disse:
«Chiediti perché tua madre ha dovuto fingere di essere morta. Io non ero quello da cui scappava.»
La registrazione terminò.
Sentii bussare alla porta della stanza.
Era Beatrice.
«Elena, devi vedere una cosa.»
Mi mostrò il suo telefono.
Paolo aveva controllato i documenti trovati nell'archivio e aveva scoperto il vero proprietario della società che aveva effettuato i pagamenti.
Il nome non era Alberto.
Era una fondazione privata creata vent'anni prima.
Presidente fondatore:
Clara De Santis.
La donna della prima fotografia.
Quella che teneva una mano sulla spalla di Riccardo bambino.
Guardai Beatrice.
«Tu sapevi chi era Clara.»
Lei annuì lentamente.
«Sì.»
«Chi è?»
Beatrice aveva gli occhi lucidi.
«È la ragione per cui mamma è scomparsa.»
«E cosa c'entra con Riccardo?»
Beatrice inspirò profondamente.
«Clara non lavorava per nostro padre, Elena.»
Fece una pausa.
«Era la sorella maggiore di Vittorio.»
Sentii il cuore accelerare.
«Perché Vittorio non ne ha mai parlato?»
Beatrice mi porse un ultimo documento che Paolo aveva fotografato nell'archivio.
Era un certificato di morte.
Clara De Santis, deceduta ventidue anni prima.
Sotto, Paolo aveva scritto una sola frase:
La fondazione ha effettuato un pagamento questa mattina.
Clara era ufficialmente morta da ventidue anni.
E qualcuno stava ancora usando il suo nome.
Ma la cosa peggiore era il destinatario dell'ultimo pagamento.
Lessi il nome.
Poi guardai Beatrice.
Il denaro era stato trasferito proprio quella mattina sul conto personale di Lorenzo Bassi.
Il notaio che aveva letto il testamento di Vittorio.







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