Divertimento

Mia Madre Picchiava Mia Moglie Incinta Mentre Io Ero Al Lavoro — Poi Sollevai Quella Coperta Blu

La voce di mia madre rimase sospesa nell’appartamento come qualcosa di velenoso.

«Se dici la verità a Giacomo, tanto non ti crederà nessuno.»

Nessuno parlò.

Nemmeno mia madre.

Fissava il telefono dell’infermiera come se quell’oggetto fosse appena diventato un’arma.

Io, invece, continuavo a sentire soltanto quelle parole.

Non ti crederà nessuno.

Erano la risposta a tutto.

Alla paura di Martina ogni volta che entravo in camera.

Al modo in cui stringeva la coperta.


Ai suoi silenzi.

Alle telefonate di mia madre.

Alle frasi che mi aveva ripetuto per settimane, sempre con lo stesso tono paziente, sempre abbastanza plausibili da piantarmi un dubbio in testa.

Mia madre non aveva soltanto picchiato Martina.

Aveva preparato il terreno perché, se Martina avesse parlato, io fossi già pronto a dubitare di lei.

«Fammi sentire il resto», dissi.

Martina sollevò appena lo sguardo.

«Giacomo...»

«Devo sentirlo.»

L’infermiera esitò.


«Ci sono registrazioni molto difficili.»

«Falle partire.»

Mia madre si riscosse.

«Questa è una follia. State ascoltando conversazioni private fuori contesto.»

Mi voltai verso di lei.

«Fuori contesto?»

«Martina mi provocava.»

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.

«Una donna incinta di sette mesi ti provocava abbastanza da meritarsi quei lividi?»

«Non ho detto questo.»


«Hai appena detto che le stavi insegnando disciplina.»

Lei aprì la bocca, ma non uscì nulla.

L’infermiera fece partire la registrazione successiva.

All’inizio si sentiva soltanto un rumore di piatti.

Poi la voce di Martina, debole.

«Il ginecologo ha detto che devo stare sdraiata.»

La voce di mia madre arrivò subito dopo.

«Il ginecologo non conosce mio figlio.»

«Non capisco.»

«Giacomo torna a casa stanco e trova una moglie inutile. Prima o poi capirà che ha scelto la donna sbagliata.»


Un colpo secco.

Poi un gemito.

Le mie mani si chiusero a pugno.

Martina si rannicchiò contro il cuscino.

Io allungai una mano verso di lei, ma mi fermai prima di toccarla.

Per la prima volta capii che persino il mio gesto poteva spaventarla.

«Posso?» chiesi.

Martina annuì appena.

Le presi la mano.

Era gelida.


La registrazione continuò.

«Alzati.»

«Non ce la faccio.»

«Alzati.»

Un altro colpo.

«Per favore... il bambino...»

«Se succede qualcosa al bambino, sarà perché sei debole.»

Non riconobbi il suono che mi uscì dalla gola.

Mia madre si lanciò verso il telefono.

«Spegni quella cosa!»


L’addetto alla sicurezza del condominio si mise immediatamente tra lei e l’infermiera.

«Signora, si calmi.»

«Questa è casa di mio figlio!»

«No», dissi.

La mia voce era così bassa che perfino io quasi non la riconobbi.

Mia madre si immobilizzò.

«Questa è casa mia e di Martina.»

«Giacomo...»

«Tu non entrerai mai più qui.»

Per un istante il suo volto cambiò.


La rabbia sparì.

Al suo posto comparve qualcosa che conoscevo bene.

La madre ferita.

La donna sacrificata.

Quella che mi aveva cresciuto ricordandomi continuamente tutto ciò che aveva fatto per me.

«Dopo tutto quello che ho fatto per te», sussurrò.

Avrei ceduto, un tempo.

Quella frase mi aveva fatto sentire colpevole da quando ero bambino.

Ma adesso Martina stringeva la mia mano con dita tremanti e sulle sue gambe c’erano sei settimane di risposte.

«Non usare me per giustificare quello che hai fatto a lei.»


«Volevo proteggerti.»

«Da mia moglie?»

«Da una donna che ti stava allontanando da tutti noi.»

«No. Sei tu che hai cercato di allontanarmi da lei.»

Mia madre impallidì.

L’infermiera richiuse la busta.

«Martina deve essere visitata di nuovo oggi. Il gonfiore alla caviglia è peggiorato e, date le circostanze, vorrei che fosse controllato anche il bambino.»

Il mio cuore si fermò.

«Il bambino è in pericolo?»

«Non sto dicendo questo. Sto dicendo che non possiamo ignorare settimane di stress, dolore e difficoltà a muoversi.»


Mi voltai verso Martina.

«Andiamo in ospedale.»

Lei guardò mia madre.

Quel singolo sguardo bastò.

«Non verrà con noi», dissi.

Mia madre rise, ma era una risata vuota.

«Credi davvero che basti cacciarmi fuori per sistemare tutto?»

«No.»

La fissai.

«Ma è un inizio.»


L’addetto alla sicurezza la accompagnò verso la porta.

Prima di uscire, mia madre si voltò verso Martina.

«Diglielo», disse.

Martina smise di respirare.

«Mamma», intervenni.

Lei continuò a guardare mia moglie.

«Digli tutto, allora. Se ormai vuoi distruggere questa famiglia, almeno abbi il coraggio di raccontargli tutta la storia.»

Martina impallidì.

«Fuori», dissi.

Questa volta mia madre non protestò.

La porta si chiuse alle sue spalle.

Rimasi immobile.

Avrei voluto ignorare quelle ultime parole.

Avrei voluto convincermi che fosse solo un altro tentativo di avvelenarmi.

Ma Martina aveva iniziato a tremare.

Mi sedetti accanto a lei.

«Marti, guardami.»

Lei scosse la testa.

«Non importa cosa volesse insinuare mia madre.»

«Invece importa.»

La sua voce era appena un soffio.

«No. Quello che importa adesso sei tu.»

«Giacomo... c’è una cosa che non ti ho detto.»

Il gelo mi attraversò il petto, ma mi costrinsi a non lasciarle la mano.

«Qualunque cosa sia, non cambierà quello che ti ha fatto.»

Martina iniziò a piangere.

«Non avevo paura soltanto che tu non mi credessi.»

La guardai senza capire.

Lei portò lentamente una mano sulla pancia.

«Avevo paura che, se fossi venuto a sapere perché tua madre aveva iniziato a venire qui ogni giorno, avresti pensato che fosse colpa mia.»

«Perché veniva qui?»

Martina chiuse gli occhi.

Poi l’infermiera abbassò lo sguardo verso la busta ancora stretta tra le mani.

Fu allora che capii che anche lei sapeva.

«Martina», sussurrai, «che cosa è successo sei settimane fa?»

Mia moglie inspirò lentamente.

Quando riaprì gli occhi, non vidi vergogna.

Vidi paura.

«Tua madre ha trovato qualcosa nella nostra camera da letto», disse.

E prima che potessi chiederle che cosa, aggiunse:

«Qualcosa che appartiene a te.»

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