Divertimento

Mia Madre Picchiava Mia Moglie Incinta Mentre Io Ero Al Lavoro — Poi Sollevai Quella Coperta Blu

Rimasi a fissare quel messaggio così a lungo che lo schermo del telefono si oscurò.

Quella volta non era sola.

Lo riattivai immediatamente.

Chi era con lei?

La risposta arrivò quasi subito.

Non riesco a identificarlo con certezza. È un uomo. Porta una cassetta degli attrezzi.

Sentii lo stomaco stringersi.

Una cassetta degli attrezzi.

Per qualche secondo pensai alla ferramenta.

Ai fabbri che conoscevo.


Agli elettricisti.

Agli artigiani che ogni giorno entravano nel mio negozio per comprare cilindri, chiavi, serrature e materiali.

Poi vidi Martina attraverso il vetro della stanza d’ospedale.

Era sdraiata sul lettino, una mano sulla pancia, mentre l’infermiera le sistemava il cuscino.

Non potevo permettermi di trasformare ogni dettaglio in una supposizione.

Scrissi soltanto:

Conservate tutto. Non toccate altro finché non arriva la polizia.

Un agente venne a parlare con noi meno di un’ora dopo.

Martina raccontò ciò che riusciva a raccontare.

Non la interruppe quasi mai.


Quando la sua voce si spezzava, aspettava.

Quando lei aveva bisogno di fermarsi, non la pressava.

Io rimasi seduto accanto al letto e scoprii quanto fosse difficile ascoltare sei settimane della vita di mia moglie raccontate giorno dopo giorno.

Mia madre che entrava.

Mia madre che chiudeva la porta.

Mia madre che le ordinava di alzarsi.

Mia madre che le toglieva il telefono dalle mani quando cercava di chiamarmi.

Mia madre che le ripeteva che io ero già stanco di lei.

«Mi diceva che Giacomo aveva cominciato a capire che ero diventata un peso», raccontò Martina.

Abbassai gli occhi.


L’agente mi guardò.

«Le aveva mai detto qualcosa del genere?»

«Mai.»

La risposta mi uscì immediatamente.

Poi mi fermai.

Perché non era del tutto vero.

Non avevo mai detto a Martina che fosse un peso.

Ma avevo iniziato a fare domande.

Perché non ti alzi?

Perché non mangi?


Perché piangi?

Cosa mi stai nascondendo?

Domande nate dalle bugie di mia madre.

Domande che, agli occhi di Martina, potevano essere sembrate l’inizio di ciò che sua suocera le aveva promesso.

«Le ho fatto capire che dubitavo di lei», ammisi.

Martina girò la testa verso di me.

«Non sapevi.»

«Avrei dovuto capire.»

«Giacomo...»

«Avrei dovuto almeno chiedermi perché avevi paura.»


L’agente non intervenne.

Annotò qualcosa.

Poi gli mostrai i messaggi dell’addetto alla sicurezza.

Il suo sguardo cambiò.

«Quando è stata registrata quella scena?»

Controllai.

«Cinque settimane e quattro giorni fa.»

Martina corrugò la fronte.

«Quel giorno ero fuori.»

La guardai.


«Dove?»

«Dal ginecologo.»

Ricordai.

L’avevo accompagnata io la mattina presto, poi ero andato direttamente alla ferramenta.

Dopo la visita, Martina aveva preso un taxi per tornare a casa.

«Quanto tempo sei rimasta fuori?»

«Quasi tre ore. Dovevo fare anche delle analisi.»

L’agente alzò gli occhi.

«Quindi l’appartamento era vuoto.»

Annuii lentamente.


Un uomo con una cassetta degli attrezzi.

Un appartamento vuoto.

Una madre che non avrebbe dovuto possedere alcuna chiave.

Il pensiero arrivò da solo.

«La serratura.»

Martina mi fissò.

«Cosa?»

Mi alzai.

«Quando abbiamo preso l’appartamento, ho tenuto tre copie della chiave. Una per me, una per te e una di scorta nel cassetto della ferramenta.»

Mi si gelò la schiena.


«Mia madre sapeva dove tenevo quella di scorta.»

L’agente chiuse il taccuino.

«Potrebbe averla presa?»

«Sì.»

Poi ricordai qualcosa che fino a quel momento non aveva avuto alcuna importanza.

Circa due mesi prima avevo cercato quella chiave.

Non c’era.

Avevo pensato di averla spostata.

Avevo perfino scherzato con uno dei fornitori dicendo che un ferramenta capace di perdere le proprie chiavi meritava di cambiare mestiere.

Non l’avevo mai ritrovata.


«Dobbiamo controllare la porta», dissi.

L’agente annuì.

«Lo faremo.»

Due ore dopo ricevette le immagini dal condominio.

Non ci permisero di guardare l’intero archivio, ma l’agente tornò nella stanza con un’espressione che mi fece capire immediatamente che aveva trovato qualcosa.

«L’uomo è un fabbro.»

Il cuore mi batté più forte.

«Lo conosce?»

Mi mostrò un fotogramma.

Impiegai qualche secondo.


Poi lo riconobbi.

Era passato diverse volte dalla mia ferramenta.

Non era un amico.

Non era nemmeno un cliente abituale.

Era uno degli artigiani che compravano cilindri e materiale da noi qualche volta all’anno.

«L’ho visto in negozio.»

«La signora gli aveva detto di essere la madre del proprietario dell’appartamento», spiegò l’agente. «Dalle immagini risulta che sono rimasti davanti alla vostra porta per circa diciassette minuti.»

«Ha cambiato la serratura?»

«No.»

Fece una pausa.

«Sembra aver aperto il cilindro e lavorato sulla chiave.»

Mi sedetti lentamente.

«Una copia.»

L’agente annuì.

«È una possibilità molto concreta.»

Martina impallidì.

«Quindi poteva entrare quando voleva.»

Quelle parole riempirono la stanza.

Quando voleva.

Non aveva bisogno del citofono.

Non aveva bisogno che Martina aprisse.

Non aveva bisogno che nessuno sapesse che fosse lì.

Le sei settimane di aggressioni improvvisamente apparvero ancora diverse.

Non erano visite finite male.

Non erano esplosioni di rabbia.

Mia madre aveva preparato l’accesso.

Prima.

«Il fabbro ha detto qualcosa?» chiesi.

«Stiamo cercando di rintracciarlo.»

Il mio telefono vibrò.

Questa volta era un numero sconosciuto.

Risposi.

«Pronto?»

Per alcuni secondi sentii soltanto il rumore di traffico.

Poi una voce maschile.

«Parlo con Giacomo?»

«Sì.»

«Sono l’uomo che era con sua madre nel condominio.»

Mi alzai di scatto.

L’agente mi fece segno di mettere il telefono in vivavoce.

«Dove ha preso questo numero?»

«Sua madre me l’aveva dato quando mi aveva chiamato.»

La voce dell’uomo tremava.

«Ho appena ricevuto una telefonata dalla polizia. Voglio chiarire una cosa. Io non sapevo niente di sua moglie.»

«Che cosa le ha chiesto mia madre?»

Silenzio.

«Mi disse che suo figlio aveva perso una chiave e che lei doveva entrare nell’appartamento per occuparsi di alcune cose mentre voi eravate fuori.»

«E lei le ha fatto una copia.»

«Mi aveva mostrato una chiave originale.»

La chiave di scorta.

«Perché ha aperto anche la porta?»

«Dovevo verificare che la copia funzionasse.»

Strinsi il telefono.

«È entrato dentro?»

«Solo per pochi secondi.»

«Mia madre è entrata?»

Un’altra pausa.

«Sì.»

Martina si portò una mano alla bocca.

«Che cosa ha fatto?»

«Non lo so. Io ero rimasto all’ingresso.»

«Quanto tempo?»

«Forse dieci minuti.»

Il fotogramma mostrava diciassette.

«Quando è uscita», continuò lui, «aveva qualcosa in mano.»

Il cuore mi mancò un battito.

«Che cosa?»

«Un quaderno.»

Guardai Martina.

Il quaderno nero.

Quindi mia madre non lo aveva trovato casualmente durante una visita.

Era entrata deliberatamente in casa nostra mentre non c’eravamo.

Aveva aperto il mio comodino.

Aveva letto ciò che avevo scritto.

E soltanto dopo erano cominciati i maltrattamenti.

«C’è altro?» chiese l’agente.

L’uomo esitò.

«Sì.»

«Parli.»

«Qualche settimana dopo mi richiamò.»

Sentii Martina stringermi il braccio.

«Per cosa?»

«Voleva sapere se potevo cambiare la serratura dall’esterno senza che chi viveva dentro se ne accorgesse subito.»

La stanza diventò immobile.

«Perché?»

«Non me lo disse.»

«Lo ha fatto?»

«No. Le dissi che non volevo avere niente a che fare con una cosa del genere.»

L’agente prese nota rapidamente.

Io non riuscivo più a distogliere lo sguardo da Martina.

La paura nei suoi occhi mi fece capire cosa significava quella richiesta.

Mia madre non voleva soltanto entrare.

A un certo punto aveva pensato anche a controllare chi potesse uscire o rientrare.

«Grazie», disse l’agente all’uomo. «Non cancelli nulla dal suo telefono. Verremo a parlare con lei.»

La chiamata terminò.

Per alcuni secondi nessuno disse nulla.

Poi Martina parlò.

«Adesso capisci perché non riuscivo più a dormire?»

La sua voce non conteneva rabbia.

Quasi avrei preferito che ne contenesse.

«A volte mi svegliavo perché pensavo di sentire la chiave girare nella serratura.»

Mi sedetti accanto a lei.

«Pensavo di stare impazzendo», continuò.

«Lei mi diceva che non avevo più il controllo nemmeno della mia testa.»

Le presi la mano.

Questa volta Martina la strinse subito.

«Non torneremo in quell’appartamento finché la serratura non sarà cambiata.»

Lei mi guardò.

«E tua madre?»

«Non avrà più una chiave della nostra vita.»

Fu la prima volta che pronunciai quelle parole senza sentire il bisogno di difendermi.

Non stavo scegliendo tra mia madre e mia moglie.

Stavo finalmente riconoscendo che mia madre aveva trasformato quella scelta in un’arma.

L’agente si alzò.

«Dobbiamo anche recuperare quel quaderno.»

Annuii.

«Perché?»

«Perché potrebbe dimostrare il momento preciso in cui la situazione è cambiata.»

Poi mi guardò con attenzione.

«E perché sua madre potrebbe averlo preso per un motivo diverso dal semplice rancore.»

«Cosa intende?»

«Nel quaderno c’era soltanto il progetto di trasferirvi?»

Stavo per rispondere di sì.

Poi mi fermai.

Un ricordo mi attraversò come una scossa.

Nelle ultime pagine avevo annotato anche i conti.

Non soltanto quelli miei e di Martina.

Da mesi mia madre mi chiedeva piccole somme.

Bollette.

Spese mediche.

Rate che diceva di non riuscire a pagare.

Avevo iniziato a segnare tutto perché le cifre non tornavano.

E una settimana prima che il quaderno sparisse avevo scritto una domanda.

Dove finiscono davvero i soldi che le sto dando?

L’agente vide cambiare la mia espressione.

«Signor Giacomo?»

Guardai Martina.

Poi il telefono.

Per la prima volta capii che il quaderno poteva aver contenuto qualcosa che mia madre temeva ancora più del nostro trasferimento.

«Credo di sapere perché l’ha portato via.»

E in quel momento il mio telefono si illuminò di nuovo.

Questa volta il messaggio arrivava da mia madre.

C’erano soltanto sette parole.

Se vuoi il quaderno, vieni da solo.

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