Per alcuni secondi fissai la fotografia senza riuscire a sentire altro che il battito del mio cuore.
Matteo era seduto al tavolino esterno di un bar. Di fronte a lui c’era un uomo sulla cinquantina, completo scuro, valigetta nera ai piedi. L’immagine era stata scattata da lontano, ma il volto di mio marito era perfettamente riconoscibile.
Il Generale Leoni chiuse la porta del suo ufficio.
«Conosce quest’uomo?»
Indicò la persona seduta davanti a Matteo.
«No.»
«Si chiama Adrian Keller. È un intermediario commerciale che lavora per una società straniera del settore della difesa. Ufficialmente vende sistemi elettronici. In realtà stiamo verificando alcuni trasferimenti di informazioni riservate.»
Sentii un gelo attraversarmi la schiena.
«Perché mio marito è in questa fotografia?»
«È quello che dobbiamo scoprire.»
Mi costrinsi a guardare di nuovo l’immagine.
La data era stampata nell’angolo inferiore.
Tre settimane prima.
Quel giorno Matteo mi aveva detto di avere un turno lungo alla concessionaria.
Non avevo avuto motivo di dubitare di lui.
«Da quanto lo state osservando?»
Leoni rimase in silenzio per un istante.
«Keller da mesi. Suo marito è comparso solo recentemente.»
«E nessuno me lo ha detto.»
«Lei non era ancora al comando dell’unità. Inoltre, fino a questa mattina, non avevamo motivo di pensare che il collegamento avesse qualcosa a che fare con lei.»
Quelle ultime parole furono peggiori della fotografia.
«Adesso invece sì.»
Leoni annuì.
Mi mostrò altre due immagini.
Nella prima, Matteo consegnava una busta.
Nella seconda, Keller gli passava qualcosa che sembrava una piccola chiavetta USB.
Mi sedetti lentamente.
Per ventidue anni ero stata addestrata a separare emozione e valutazione operativa. Avevo interrogato persone sotto pressione, analizzato minacce, preso decisioni sapendo che un errore poteva mettere a rischio vite umane.
Ma nessun addestramento ti prepara a vedere tuo marito in una fotografia di sorveglianza.
«Matteo non ha autorizzazione ad accedere a informazioni classificate», dissi.
«Direttamente, no.»
Quella parola mi fece alzare gli occhi.
Direttamente.
Ripensai ai mesi precedenti.
Matteo che entrava nel mio studio mentre lavoravo.
Matteo che mi chiedeva casualmente quando sarei partita per Roma.
Matteo che si lamentava dei miei telefoni protetti e delle regole che mi impedivano di raccontargli il mio lavoro.
Una sera avevo trovato un cassetto aperto.
Avevo pensato di averlo dimenticato così.
Un’altra volta il mio portatile personale si era acceso da solo durante la notte.
Avevo dato la colpa a un aggiornamento.
«Signor Generale, voglio che vengano controllati tutti i miei dispositivi personali.»
«È già stato disposto.»
Inspirai lentamente.
Leoni si sedette di fronte a me.
«C’è un’altra cosa.»
Avrei voluto dirgli che per quella mattina avevo già raggiunto il limite delle “altre cose”.
Non lo feci.
«Parli.»
«Il rifinanziamento della casa potrebbe non essere soltanto una frode finanziaria.»
Spinse verso di me un foglio.
Il prestito era stato erogato attraverso una società di intermediazione collegata, tramite diverse partecipazioni, a un gruppo societario che compariva nella stessa indagine su Keller.
Guardai il documento.
«Mi sta dicendo che i soldi potrebbero essere collegati alla società straniera.»
«Sto dicendo che la coincidenza è abbastanza grave da dover essere verificata.»
Mi alzai.
Volevo tornare a casa.
Non per affrontare Matteo.
Per aprire ogni armadio, controllare ogni cassetto e capire quanti anni della mia vita fossero stati costruiti sopra una menzogna.
Leoni sembrò leggermi in faccia.
«Non torni a casa da sola.»
«Non avevo intenzione di farlo.»
Quella risposta era vera.
Ormai quella casa non era più casa mia.
Era una scena potenzialmente rilevante per due indagini diverse.
Alle 10:06 il mio avvocato mi chiamò.
La banca aveva congelato qualsiasi ulteriore movimento collegato al rifinanziamento.
Avevano inoltre individuato il nome della seconda proprietaria dell’immobile nel Lazio.
Alessia Rinaldi.
Trentasei anni.
Consulente amministrativa.
Quando il mio avvocato pronunciò il nome, sentii qualcosa spezzarsi dentro di me, ma non era più dolore.
Era chiarezza.
«C’è altro?»
«Sì. Matteo e Alessia risultano aver firmato il preliminare sei mesi fa.»
Sei mesi.
Per sei mesi mio marito aveva progettato una casa con un’altra donna mentre io pagavo quella in cui viveva con sua madre.
Chiusi gli occhi.
«Mandami tutto.»
Alle 11:20 ricevetti un messaggio di Matteo.
**Sei impazzita. Torna immediatamente e sistema le carte. Mia madre non riesce nemmeno a pagare la spesa.**
Tre minuti dopo arrivò un altro messaggio.
**Se non torni, ti pentirai di quello che stai facendo.**
Lo inoltrai all’investigatore senza rispondere.
Quello che Matteo non capiva era che ogni minaccia che inviava rendeva la situazione peggiore per lui.
A mezzogiorno la polizia aveva già avviato le procedure per acquisire i documenti originali del prestito e le registrazioni della banca.
Il medico del presidio fotografò le ferite sul mio cuoio capelluto e compilò il referto.
Laura continuava a lasciare messaggi vocali.
Nel terzo urlava.
Nel quinto piangeva.
Nel settimo sosteneva che mi aveva rasato i capelli «per il bene del matrimonio».
Conservammo anche quello.
Poi arrivò la prima scoperta concreta dai tecnici che stavano controllando i miei dispositivi.
Un maresciallo bussò alla porta.
Aveva in mano una busta trasparente.
«Colonnello, abbiamo trovato qualcosa nel suo portatile personale.»
Mi mostrò una fotografia ingrandita.
Sotto la scocca, vicino a una delle porte laterali, era stato installato un minuscolo dispositivo.
«Che cos’è?»
«Un registratore di attività. Può copiare dati inseriti nel computer e memorizzare informazioni.»
Sentii la mascella irrigidirsi.
«Da quanto tempo è lì?»
«Difficile dirlo. Ma non è stato installato accidentalmente.»
Pensai immediatamente a Matteo.
Poi ricordai Laura.
Entrambi avevano accesso alla casa.
Entrambi sapevano che lavoravo spesso la sera.
Entrambi mi avevano sempre accusata di tenere troppi segreti.
Leoni entrò pochi minuti dopo.
«La polizia sta richiedendo l’autorizzazione per una perquisizione.»
Annuii.
«Voglio essere presente?»
«No.»
La mia risposta lo sorprese.
«Se entro in quella casa, Matteo proverà a trasformare tutto in una discussione matrimoniale. Questa non è più una discussione matrimoniale.»
Guardai ancora una volta la fotografia di Keller.
«Lasciamo che siano le prove a parlare.»
Alle 14:37 arrivò la telefonata.
Gli agenti erano entrati nell’abitazione.
Matteo aveva protestato.
Laura aveva tentato di impedire loro di accedere al mio studio.
Quello fu il primo errore.
Il secondo fu ciò che trovarono dietro un pannello removibile nell’armadio di Matteo.
Documenti bancari.
Due telefoni che non avevo mai visto.
E una cartellina contenente copie dei miei programmi di servizio.
Non informazioni operative complete.
Ma date.
Luoghi.
Riunioni.
Orari.
Abbastanza da far cambiare tono a tutti nella stanza.
Poi l’investigatore pronunciò una frase che trasformò nuovamente l’intera giornata.
«Colonnello Benedetti, abbiamo trovato anche una fotografia.»
«Di cosa?»
Ci fu una breve pausa.
«Di lei.»
Mi irrigidii.
«Scattata mentre dormiva.»
Sentii il sangue gelarsi.
«Quando?»
«La data del file risale a quasi un anno fa.»
Guardai il Generale Leoni.
Il problema non era iniziato quella notte.
La rasatura dei miei capelli non era stata l’inizio.
Era stata soltanto la prima volta in cui Matteo e Laura avevano smesso di preoccuparsi di nascondere ciò che stavano facendo.
**Continua — premi Parte 4 per leggere il seguito.**







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