Per qualche secondo nessuno nella stanza parlò.
La richiesta di aumento dell’assicurazione sulla vita era davanti a me, perfettamente ordinata, con la mia firma falsa in fondo.
«Di quanto?» domandai.
L’ufficiale del controspionaggio fece scorrere il documento verso di me.
«Un milione e duecentomila euro.»
Sentii un brivido lungo la schiena.
Il Generale Leoni non cercò di addolcire la situazione.
«Non possiamo concludere che intendessero farle del male. Ma con quello che abbiamo già trovato, questa richiesta cambia il livello di rischio.»
Annuii.
Non avevo bisogno che qualcuno lo dicesse ad alta voce.
Una casa rifinanziata alle mie spalle.
Firme falsificate.
Contatti con Keller.
Sorveglianza dei miei movimenti.
Un dispositivo nascosto sul mio computer.
E ora una polizza che avrebbe reso Matteo milionario se fossi morta.
«Quando è stata presentata?»
«Tredici giorni fa.»
Tredici giorni prima Laura mi aveva chiesto, durante cena, se le mie nuove responsabilità mi avrebbero costretta a viaggiare più spesso.
Avevo risposto di sì.
Matteo aveva continuato a mangiare senza guardarmi.
All’epoca non avevo dato importanza alla domanda.
Adesso ricordavo ogni parola.
«Laura è ancora in questura?»
«Sì.»
«E Matteo?»
Leoni si voltò verso uno degli investigatori.
«È stato convocato nuovamente. Non è ancora formalmente arrestato per tutto ciò che stiamo esaminando, ma la sua libertà di movimento è sotto controllo.»
Mi costrinsi a respirare lentamente.
«Voglio sapere che cosa ha detto Laura riguardo a Keller.»
L’investigatore aprì una cartella.
«All’inizio ha negato di conoscerlo.»
«E dopo la fotografia?»
«Ha cambiato versione. Ora sostiene di averlo incontrato perché Matteo glielo aveva presentato come consulente finanziario.»
Indicò un verbale.
«Dice che pensava potesse aiutarli a fare investimenti.»
«Sette mesi fa?»
«Esatto.»
«E il rifinanziamento della casa è avvenuto solo ieri.»
L’investigatore annuì.
«È una delle incongruenze.»
Ce n’erano troppe.
Quando lasciai la stanza, il medico mi fermò nel corridoio.
I primi risultati tossicologici erano arrivati.
Nel sangue erano state rilevate tracce compatibili con un sedativo.
La quantità residua era minima, ma sufficiente a rendere plausibile che ne avessi assunto uno durante la notte.
«Io non prendo sedativi», dissi.
«Questo sarà registrato.»
Quella conferma cancellò l’ultima possibilità che la rasatura fosse stata soltanto un gesto impulsivo di Laura.
Mi avevano resa incapace di reagire.
Poi avevano toccato il mio corpo mentre dormivo.
Alle 9:30 gli investigatori tornarono nella casa per una seconda perquisizione più approfondita.
Questa volta aprirono anche gli armadietti chiusi di Laura.
Trovarono la confezione del farmaco prescritto.
Mancavano diverse compresse.
Trovarono anche un piccolo mortaio da cucina con residui dello stesso principio attivo.
Quando me lo dissero, provai una rabbia così intensa da diventare quasi fredda.
Matteo aveva ragione su una cosa.
I capelli sarebbero ricresciuti.
Ma ormai non si trattava più dei capelli.
Verso mezzogiorno Alessia Rinaldi chiese di parlare ancora con gli investigatori.
Aveva ricordato qualcosa.
Due mesi prima, durante una cena con Matteo, lui aveva ricevuto una telefonata.
Si era allontanato, ma Alessia aveva sentito alcune parole.
«Dopo la nomina sarà più semplice.»
E poi:
«A casa possiamo gestirla.»
Quella frase venne trascritta immediatamente.
Alessia raccontò anche che Matteo aveva cominciato a parlare della mia morte in modo stranamente casuale.
Non minacce dirette.
Commenti.
Battute.
Una volta aveva detto che «con il lavoro che fa, potrebbe succederle qualcosa in qualsiasi momento».
Un’altra volta aveva spiegato ad Alessia che, se fosse rimasto vedovo, avrebbe finalmente avuto abbastanza denaro per iniziare una nuova vita.
Quando lessi quella parte del verbale, appoggiai il foglio.
Non sentivo più dolore per il matrimonio.
Sentivo repulsione.
Nel pomeriggio arrivò una svolta.
Keller aveva tentato di lasciare l’Italia.
Era stato fermato prima dell’imbarco.
La notizia attraversò il comando rapidamente, ma nessuno celebrò.
Un uomo che fugge può avere paura.
Oppure può sapere che qualcuno ha commesso un errore.
Durante il primo interrogatorio Keller negò quasi tutto.
Conosceva Matteo, sì.
Lo aveva incontrato per questioni commerciali.
Conosceva Laura soltanto superficialmente.
Non aveva mai chiesto informazioni militari.
Non aveva mai installato dispositivi.
Non sapeva nulla della mia polizza.
Poi gli mostrarono i trasferimenti di denaro.
Keller cambiò tono.
Disse che Matteo gli aveva venduto soltanto «informazioni pubbliche e personali».
Orari.
Abitudini.
Spostamenti.
Nulla di classificato.
Quando gli chiesero perché quelle informazioni valessero decine di migliaia di euro, smise di rispondere.
Alle 17:40 ricevetti un aggiornamento dal mio avvocato.
La banca aveva confermato che la mia firma sul rifinanziamento era stata autenticata tramite documenti digitali caricati da remoto.
Documenti che provenivano da una scansione del mio passaporto.
«Chi aveva quella scansione?» chiese.
Mi venne in mente immediatamente.
Un anno prima Matteo mi aveva aiutata a preparare alcuni documenti assicurativi mentre ero in partenza.
Gli avevo inviato via mail una copia del passaporto.
Una sola volta.
Era bastata.
«Matteo.»
«Allora abbiamo un altro collegamento.»
Prima che la chiamata finisse, qualcuno bussò alla porta.
Era Leoni.
Aveva il volto teso.
«Abbiamo recuperato un file audio dal telefono di Laura.»
Entrai con lui nella sala operativa.
Un tecnico premette play.
Per alcuni secondi si sentirono rumori indistinti.
Poi la voce di Matteo.
«Deve capire che non comanda qui.»
La voce di Laura rispose:
«Dopo domani non avrà più scelta.»
Una pausa.
Poi Matteo disse:
«Basta che dorma abbastanza.»
Nella registrazione si sentì Laura ridere piano.
Sentii le mani diventare fredde.
Il tecnico fermò l’audio.
«Il file risale alla sera prima dell’aggressione.»
Leoni mi guardò.
Ormai non c’erano più dubbi sul fatto che Matteo sapesse.
Ma il file continuava.
Il tecnico fece ripartire la registrazione.
Questa volta parlò Laura.
«E dopo che avrà lasciato l’Esercito?»
Matteo rispose con una calma che non gli avevo mai sentito usare con me.
«Keller ha detto che se non sarà più utile, ci penseranno loro.»
Nella stanza cadde un silenzio assoluto.
Per la prima volta non pensai alla frode, al tradimento o alla mia carriera.
Pensai soltanto a quelle ultime tre parole.
**Ci penseranno loro.**
E capii che Matteo non era più soltanto un marito che mi aveva tradita.
Forse era l’uomo che aveva aperto la porta a qualcuno che aspettava il momento giusto per farmi sparire.
**Continua — premi Parte 7 per leggere il seguito.**







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