Per alcuni minuti nessuno parlò.
Io continuavo a guardare il fermo immagine sul tablet: Edoardo con il flacone in mano, Margherita alle sue spalle, il mio corpo a terra.
Avevo passato tre anni a cercare di capire quando avevo smesso di riconoscermi.
Adesso avevo una risposta.
Non era successo in un giorno.
Mi avevano tolto lucidità a piccole dosi.
Una sera in cui mi sentivo troppo stanca per discutere. Una mattina in cui non ricordavo dove avessi lasciato le chiavi. Una riunione saltata. Una firma che Edoardo sosteneva avessi già apposto. Ogni volta lui arrivava con la stessa voce calma.
«Vedi? Sei sotto stress.»
E Margherita aggiungeva:
«Una donna fragile deve imparare a fidarsi della famiglia.»
Mi venne da vomitare.
Rachele se ne accorse e prese una bacinella, ma scossi la testa.
«Da quanto tempo possono averlo fatto?»
Valentina si sedette accanto al letto.
«Il laboratorio può analizzare il flacone, ma stabilire da quanto tempo lei assumesse quella sostanza sarà più difficile.»
«Le mie cartelle cliniche.»
Rachele mi guardò.
«Quali?»
«Negli ultimi due anni Edoardo insisteva perché facessi controlli. Diceva che ero sempre stanca.»
«Dove?»
Pronunciai il nome di una clinica privata.
Rachele aggrottò la fronte.
«Non mi piace.»
«Perché?»
«Perché conosco il direttore sanitario. E quella clinica non prescrive abitualmente farmaci per il sonno senza un piano specialistico.»
Mi voltai verso Valentina.
«Acquisite tutto.»
Lei annuì.
Quella frase mi sorprese.
Non avevo chiesto.
Avevo ordinato.
Forse la vecchia me non era sparita. Era soltanto rimasta sepolta sotto abbastanza paura da sembrare morta.
Poco dopo Cesare tornò con notizie peggiori.
«Qualcuno ha cercato di convocare d’urgenza il consiglio della società.»
«Chi?»
«Edoardo.»
Lo fissai.
«Non ne ha il potere.»
«Lo sa.»
«Allora perché provarci?»
Cesare posò sul tavolino alcune stampe.
«Perché ha inviato ai consiglieri una certificazione medica secondo cui tu saresti temporaneamente incapace di esercitare le funzioni di controllo.»
Sentii Rachele irrigidirsi.
«Chi l’ha firmata?»
Cesare indicò il foglio.
Rachele lo prese.
Il suo volto cambiò.
«Dottor Lorenzo Bassi.»
«Lo conosci?» chiesi.
«Lavora nella clinica che hai appena nominato.»
La trama si chiudeva intorno a noi.
«La data?»
«Questa mattina», disse Cesare.
Rachele scosse la testa. «Non può certificare una cosa simile senza visitarla oggi.»
Valentina prese il documento.
«Quindi è falso?»
«O comunque gravemente irregolare.»
«Edoardo sta accelerando», dissi.
Cesare annuì. «Perché sa che la polizia ha il video.»
«No.»
Tutti mi guardarono.
«Non solo per quello.»
Pensai alla cassetta di sicurezza. Alla procura. Al verbale del 14 ottobre.
«Sa che il piano sta fallendo. E sa che, se perdo conoscenza o risulto incapace abbastanza a lungo, qualcuno proverà a usare quella vecchia clausola mai approvata come se fosse valida.»
Cesare rimase immobile.
«Non dovrebbe essere possibile.»
«Non dovrebbe.»
Quella era una frase che avevo sentito troppe volte nei casi di frode.
I soldi non dovrebbero sparire.
Le firme non dovrebbero essere contraffatte.
I sistemi non dovrebbero essere aggirati.
Eppure succedevano.
Valentina ricevette una chiamata. Si allontanò verso la porta, parlò sottovoce, poi tornò.
«Abbiamo un problema.»
«Quale?»
«Margherita non è più qui.»
Rachele si voltò di scatto. «Come sarebbe?»
«Era stata lasciata in una sala d’attesa mentre venivano completate alcune procedure. Ha detto a un agente di sentirsi male. Quando il personale è arrivato, era sparita.»
Mi si gelò il sangue.
«Edoardo?»
«È ancora sotto controllo.»
«Allora lei andrà a casa.»
Valentina scosse la testa. «La casa è sorvegliata.»
«Non le serve la casa.»
Pensai a tutte le volte in cui Margherita aveva insistito per gestire la posta. Alle chiavi che teneva. Alle buste che sparivano prima che io le vedessi.
«Ha un deposito.»
Cesare mi guardò.
«Che deposito?»
«Un box fuori città. Diceva che conteneva mobili del suo vecchio appartamento.»
«Indirizzo?»
«Non lo so.»
Poi ricordai.
Una ricevuta spiegazzata sul tavolo della cucina. Margherita che me l’aveva strappata di mano troppo in fretta.
«Aspetta. Zona Tiburtina. Un’autorimessa con box numerati. Il numero finiva per diciassette.»
Valentina era già al telefono.
Quaranta minuti dopo ricevemmo la conferma.
Avevano trovato il box.
Margherita no.
Dentro, però, c’erano scatole.
Molte.
Documenti bancari.
Copie di mie cartelle cliniche.
Vecchi telefoni.
Fotografie.
E una stampante professionale per tessere, certificati e moduli.
Ma fu un’altra cosa a farmi smettere di respirare.
Valentina entrò nella stanza con una busta trasparente per reperti.
Dentro c’era una chiave.
Una normale chiave di sicurezza con un’etichetta bianca.
Sull’etichetta c’era scritto il numero della mia cassetta bancaria.
«Non è possibile», dissi.
«È una copia», spiegò Valentina. «Dovremo verificare se funziona.»
«La banca richiede anche identificazione.»
«Sì.»
«Allora perché conservarla?»
Valentina posò accanto alla chiave una fotografia trovata nello stesso box.
Era stata scattata anni prima.
Mostrava mio padre fuori dal suo ufficio.
Accanto a lui c’era Alberto Valli.
E un terzo uomo.
Più giovane.
Capelli scuri. Completo chiaro.
Edoardo.
Sul retro, scritto a penna, c’era una data.
Quasi un anno prima che io lo conoscessi.
Sotto la data, una frase:
Primo incontro riuscito. Lei non sa nulla.
Rachele mi guardò.
«Chi ha scritto questo?»
Non risposi subito.
Conoscevo quella grafia.
L’avevo vista su liste della spesa, biglietti lasciati sul frigorifero, annotazioni sul calendario di casa.
Era la calligrafia di Margherita.
Fu allora che capii che avevo commesso un errore per tutto quel tempo.
Avevo creduto che Margherita fosse entrata nella mia vita perché ero diventata la moglie di suo figlio.
Ma quella fotografia dimostrava il contrario.
Margherita non era una comparsa nel piano di Edoardo.
C’era dall’inizio.
E forse era stata lei a costruirlo.







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