La fotografia rimase sul tavolino per quasi un’ora.
Non riuscivo a smettere di guardarla.
Mio padre al centro, più magro di quanto lo ricordassi negli ultimi mesi di vita. Alberto Valli alla sua destra. Edoardo alla sinistra, con quell’espressione composta che avevo imparato a riconoscere troppo tardi.
E dietro tutto, la grafia di Margherita.
Primo incontro riuscito. Lei non sa nulla.
«Voglio sapere dove è stata scattata», dissi.
Valentina annuì. «Stiamo controllando.»
«E voglio tutti i dispositivi trovati nel box.»
«Sono già sotto sequestro.»
«Non basta sequestrarli. Cercate bozze, fotografie cancellate, note vocali. Edoardo conserva versioni precedenti. Margherita, invece, annota tutto.»
Cesare mi guardò.
«Come fai a saperlo?»
«Perché per tre anni ha tenuto un quaderno in cucina.»
Rachele si voltò verso di me.
«Un diario?»
«No. Almeno così diceva. Liste della spesa, bollette, appuntamenti. Ma non mi lasciava mai toccarlo.»
Ricordavo la copertina marrone, consumata agli angoli.
Una volta l’avevo spostato per pulire il tavolo.
Margherita mi aveva afferrato il polso così forte da lasciarmi un livido.
All’epoca aveva detto che odiava quando qualcuno metteva in disordine le sue cose.
Adesso quella reazione aveva un altro significato.
Valentina fece una telefonata.
Ventidue minuti dopo ricevette una fotografia sul cellulare.
«L’hanno trovato.»
Il quaderno marrone.
Era nel box, nascosto dietro un pannello di compensato.
Valentina non poteva portarmelo subito, ma un tecnico aveva iniziato a fotografarne le pagine.
Le prime erano esattamente ciò che Margherita sosteneva.
Spese.
Farmacia.
Benzina.
Poi, circa cinque anni prima, la grafia cambiava tono.
Non forma.
Tono.
Nomi, cifre, orari.
Valli.
E.R.
Società.
Figlia.
Trust.
Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie.
«Vai avanti.»
Valentina scorse le immagini.
Una pagina riportava:
Valli conferma che il padre non accetterà mai modifica volontaria. Serve accesso tramite lei.
Più sotto:
E.R. deve sembrare incontro casuale. Non parlare di famiglia prima che sia lei a farlo.
Chiusi gli occhi.
Milano.
Il bicchiere rovesciato.
La conversazione che mi era sembrata spontanea.
Avevo raccontato io a Edoardo che mio padre era difficile.
Avevo raccontato io del mio lavoro.
Avevo raccontato io, mesi dopo, dell’esistenza del trust.
O almeno avevo creduto di essere stata la prima.
«Continuate», dissi.
Valentina esitò.
«Sei sicura?»
«Sì.»
La pagina successiva era datata poche settimane dopo il nostro primo incontro.
Lei reagisce bene. E.R. non deve avere fretta.
Poi:
Il padre osserva troppo.
E infine, tre mesi dopo:
Problema Valli: chiede più denaro.
Cesare sollevò lentamente lo sguardo.
«Quindi Valli non era il cervello.»
«No», dissi.
La risposta mi uscì prima ancora che finissi di pensarla.
«Era un fornitore.»
Rachele aggrottò la fronte.
«Fornitore di cosa?»
«Informazioni. Documenti. Accesso.»
Valentina continuò a scorrere.
Una pagina, quasi un anno dopo, riportava una cifra enorme accanto alle iniziali A.V.
Poi una frase:
Ultimo pagamento dopo assemblea.
Cesare si irrigidì.
«Quale assemblea?»
Io lo capii nello stesso istante.
«La società.»
L’assemblea annuale avvenuta quattro anni prima.
Due giorni dopo la morte di mio padre era stata rinviata.
Cesare aprì immediatamente il computer.
«Tuo padre avrebbe dovuto presentare una modifica alla governance.»
«Quale modifica?»
«Una clausola di incompatibilità. Avrebbe escluso consulenti esterni con conflitti d’interesse dall’accesso ai documenti del trust.»
Guardai la fotografia di Valli.
«Lo avrebbe tagliato fuori.»
«Sì.»
La stanza divenne improvvisamente troppo fredda.
«Quando mio padre è morto, la modifica non è mai stata approvata.»
Cesare non rispose.
Non ne aveva bisogno.
Fino a quel momento avevo sempre considerato la morte di mio padre un confine sacro.
Un infarto.
Sessantatré anni.
Stress.
Una tragedia improvvisa, ma plausibile.
Non volevo permettere a Edoardo di contaminare anche quello.
«No», dissi.
Rachele capì immediatamente.
«Non stiamo dicendo che—»
«No.»
La mia voce tremò.
«Non trasformiamo tutto in un omicidio solo perché adesso sappiamo che erano già intorno a lui.»
Valentina annuì.
«Hai ragione. Servono prove.»
Era esattamente ciò che avrei detto io a un cliente.
Eppure, cinque minuti dopo, arrivò una prova che non riguardava la sua morte.
Riguardava la sua paura.
Uno dei telefoni sequestrati nel box apparteneva a Margherita.
Non quello attuale.
Un vecchio modello, spento da anni.
Dentro c’era ancora una registrazione audio.
Data: 12 ottobre.
Due giorni prima del verbale.
Valentina premette play.
All’inizio sentimmo soltanto rumore di stoviglie.
Poi la voce di Valli.
«Il padre ha capito che qualcuno sta cercando la struttura.»
La voce di Margherita arrivò subito dopo.
Più giovane, ma identica.
«Edoardo non deve cambiare strategia.»
«Se Benedetti parla con la figlia, è finita.»
Benedetti.
Il cognome di mio padre.
Mi si fermò il respiro.
Poi Margherita disse:
«Allora faccia in modo che non abbia nulla da dimostrare.»
La registrazione terminava lì.
Rachele mi prese la mano.
Io non la sentii quasi.
«Non basta», dissi.
Valentina mi fissò.
«Per cosa?»
«Per dire che hanno fatto del male a mio padre.»
«No.»
«Ma basta per dimostrare che il piano esisteva prima di Edoardo e me.»
«Sì.»
Cesare rimase in silenzio, poi disse:
«C’è un’altra cosa che devi sapere.»
Lo guardai.
«Quando tuo padre morì, Valli non fu il primo a chiamarmi.»
«Chi fu?»
Cesare esitò.
«Margherita.»
Per un istante pensai di aver capito male.
«Margherita non ti conosceva.»
«Io credevo di no.»
«Cosa voleva?»
«Mi disse che chiamava per conto di Valli. Voleva sapere se, in caso di morte del disponente, il trust diventasse immediatamente modificabile.»
La nausea tornò.
«E tu cosa le dicesti?»
«Che il trust era irrevocabile e che solo tu avevi il controllo previsto dalle clausole.»
Tutto si fermò dentro di me.
Non casa.
Non denaro immediato.
Controllo.
Margherita aveva fatto quella domanda prima ancora che Edoardo entrasse ufficialmente nella mia vita.
Valentina ricevette un altro messaggio.
Il suo volto cambiò.
«Abbiamo localizzato Margherita.»
«Dove?»
«Non stava scappando.»
Mi guardò direttamente.
«È andata nello studio di Alberto Valli.»
«È ancora lì?»
«No. Quando gli agenti sono arrivati, lo studio era vuoto.»
«Entrambi spariti?»
Valentina annuì.
Poi posò sul tavolino un’immagine appena ricevuta dalla scientifica.
Era una fotografia di una pagina strappata trovata nel cestino dello studio.
C’erano tre righe leggibili.
Protocollo B.
Se lei sopravvive, usare incapacità.
Se recupera capacità, procedere con Valli.
Sotto, una data.
Quella stessa mattina.
E per la prima volta capii che l’aggressione con l’olio non era stata il loro piano finale.
Era stato soltanto il momento in cui Margherita aveva perso la pazienza.
Il vero piano era ancora in corso.







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