Divertimento

Sono Entrata A Casa Del Mio Amico D’Infanzia, Ho Sbattuto L’Anello Sul Tavolo E Ho Detto: «Non Ti Sposerò Mai.» Poi Lui È Sceso Dalle Scale

Per alcuni secondi nessuno disse niente. Sentivo soltanto il ticchettio dell’orologio appeso sopra il camino e il sangue che mi pulsava nelle orecchie. Matteo teneva ancora l’anello tra le dita, osservandolo come se fosse un oggetto molto più importante di quanto avessi creduto fino a quel momento. Io, invece, avrei voluto attraversare il pavimento e sparire. «Tu… lo sapevi?» riuscii finalmente a chiedere. La mia voce uscì più bassa di quanto avrei voluto. Matteo sollevò gli occhi su di me, e il sorriso che avevo sempre trovato irresistibile al bar era scomparso. «Sapevo il tuo nome.» Lucia fece un piccolo movimento, come se volesse intervenire, ma lui la fermò con uno sguardo. «Sapevo che eri Giulia Bianchi. Sapevo chi erano i tuoi genitori. E sì, sapevo che le nostre famiglie avevano ricominciato a parlare di quel vecchio accordo.»

La vergogna lasciò spazio a qualcosa di più duro. Rabbia. «E allora perché ti sei presentato come Teo?» Matteo posò lentamente l’anello sul tavolo. «Perché volevo sapere se mi avresti riconosciuto.» Rimasi incredula. «Dopo più di dieci anni?» «Eravamo bambini quando sono partito.» «Non è una risposta.» Mi avvicinai di un passo. «Hai bevuto caffè con me per mesi sapendo esattamente chi ero. Io ti ho raccontato cose personali. Ti ho parlato della mia famiglia. Ti ho persino detto che odiavo l’idea di questo matrimonio combinato.» Matteo inspirò profondamente. «Lo so.» «E non hai detto niente.» «Perché per la prima volta potevo parlarti senza che fossimo “Giulia e Matteo, quelli che un giorno dovrebbero sposarsi”.»

Quelle parole mi colpirono più di quanto volessi ammettere. Lucia si allontanò in silenzio verso la cucina, lasciandoci soli. Matteo appoggiò entrambe le mani sul tavolo. «Quando sono tornato a Milano, mia madre mi ha detto che tuo padre voleva riprendere quel discorso. Io ho risposto che non avrei sposato una donna che non conoscevo più.» «Molto romantico.» «Non sto cercando di esserlo.» La sua voce rimase calma, ma nei suoi occhi comparve una tensione nuova. «Poi ti ho vista al bar.»

Ricordai la prima volta. Pioveva. Avevo rovesciato metà del cappuccino sui documenti che stavo leggendo, e lui mi aveva passato dei tovaglioli ridendo. Avevo pensato che fosse un incontro casuale. «Mi stai dicendo che anche quello era organizzato?» chiesi. Matteo esitò appena. Quel mezzo secondo fu sufficiente a farmi stringere lo stomaco. «La prima volta sì.»

Mi allontanai dal tavolo. «Incredibile.» «Giulia—» «Mi hai seguita?» «No.» «Allora come sapevi dove trovarmi?» Matteo passò una mano tra i capelli. «Tua madre aveva detto alla mia che lavoravi in zona Porta Nuova e che prendevi spesso il caffè lì.» Lo fissai. «Quindi eri andato apposta.» «Solo quella volta. Volevo vederti prima di accettare qualsiasi incontro ufficiale tra le famiglie.»

«E poi?» chiesi.

«Poi sei entrata lamentandoti al telefono perché il tuo capo aveva spostato una riunione per la terza volta. Hai quasi urtato un cameriere, ti sei scusata cinque volte e hai dato il tuo ombrello a una ragazza che non ne aveva uno.» Un angolo della sua bocca si sollevò. «E ho deciso di tornare il giorno dopo.»

Quelle parole incrinarono la mia rabbia, ma non abbastanza da cancellarla. «Avresti potuto dirmelo.» «Sì.» Nessuna scusa. Nessuna giustificazione. Solo quella parola. Per qualche ragione mi fece arrabbiare ancora di più.

Presi la borsa dalla sedia. «Non so cosa sia peggio. Il fatto che le nostre famiglie abbiano deciso qualcosa per noi quando eravamo bambini o il fatto che tu abbia trasformato gli ultimi mesi in una specie di esperimento.» Matteo si irrigidì. «Non era un esperimento.» «Come dovrei chiamarlo?» «Volevo sapere se tra noi poteva esserci qualcosa senza il peso dei nostri cognomi.»

Mi fermai vicino alla porta. «E adesso lo sai?»

Per la prima volta sembrò davvero incerto. «So che aspettavo ogni mattina di vederti.» La sincerità nella sua voce mi tolse per un attimo il respiro. «So che quando non venivi al bar mi chiedevo dove fossi. E so che avrei voluto invitarti a cena già settimane fa.»

«Ma non l’hai fatto.»

«Perché c’era un problema.»

Mi voltai. «Quale?»

Matteo guardò verso il corridoio, assicurandosi che Lucia non fosse vicina. Poi abbassò la voce. «Il matrimonio non è l’unica cosa di cui stanno parlando le nostre famiglie.»

Sentii una fitta allo stomaco. «Che significa?»

«Significa che tuo padre e il mio hanno firmato qualcosa anni fa. Qualcosa che riguarda entrambe le famiglie.» Matteo fece una pausa. «E il tuo matrimonio con me potrebbe essere soltanto una parte dell’accordo.»

Lo fissai senza capire. «Che accordo?»

Prima che potesse rispondere, la porta d’ingresso si aprì.

Mio padre entrò nella casa dei Rinaldi con il volto teso. Non sembrò sorpreso di vedermi lì. Guardò me, poi Matteo, poi l’anello sul tavolo.

«Giulia», disse lentamente. «Tua madre mi ha detto che eri venuta qui.»

«Perfetto. Allora puoi spiegarmi cosa avete firmato con i Rinaldi.»

Il colore gli sparì dal viso.

Matteo mi guardò, e capii immediatamente che la mia domanda aveva colpito qualcosa che mio padre non avrebbe voluto sentire.

«Chi te ne ha parlato?» chiese.

«Non importa.»

«Importa eccome.»

«Papà, che cosa c’entra il mio matrimonio con un accordo tra voi?»

Mio padre rimase immobile per qualche secondo. Poi guardò Matteo con un’espressione che non gli avevo mai visto.

Non era rabbia.

Era paura.

«Matteo», disse. «Mi avevi promesso che non glielo avresti detto.»

Il silenzio diventò pesante.

Mi voltai verso Matteo. «Promesso?»

Lui strinse la mascella.

Mio padre si avvicinò al tavolo e prese l’anello, ma questa volta non me lo porse. Lo girò tra le dita finché, sul lato interno, apparve qualcosa che non avevo mai notato.

Una piccola incisione.

Due iniziali.

G.R.

E una data.

17 ottobre 1998.

Rimasi a fissarla.

«Io sono nata nel 1997», sussurrai.

Mio padre chiuse lentamente la mano attorno all’anello.

«Lo so.»

Alzai lo sguardo verso di lui.

«Allora perché questo anello porta le mie iniziali… e una data di quando avevo appena un anno?»

Mio padre non rispose.

Ma Matteo sì.

«Perché quell’anello non è stato scelto per il nostro matrimonio, Giulia.»

Si fermò.

«È stato lasciato a tuo padre da qualcuno che non avrebbe mai dovuto far parte di questa storia.»

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