Matteo lasciò l’ospedale venti minuti dopo, da solo e tremante.
Lo seguii a distanza, non perché avessi intenzione di fargli del male, ma perché gli uomini spaventati spesso correvano dritti verso la verità.
Guidò fino a un magazzino merci abbandonato vicino al fiume.
Attraverso una finestra rotta, lo vidi entrare e lasciarsi cadere su una cassa di legno.
Poi un’altra figura emerse dall’ombra.
L’ispettore Michele Ferri.
«Dovevi tenere la bocca chiusa», sibilò Ferri.
Matteo si coprì il viso. «Ci ha riconosciuti.»
Mi si gelò il sangue.
Ferri lo afferrò per il colletto. «Vittorio ti aveva pagato per spaventarla, non per distruggerla.»
«Domenico non si fermava», sussurrò Matteo. «Lei ha detto che aveva delle copie.»
«Copie di cosa?»
«Dei contratti. Delle forniture militari. Di tutto.»
All’improvviso, l’aggressione a Teresa acquistò un senso.
Da mesi lavorava come contabile per la Lupo Industrie. Non era stata presa di mira a causa mia.
Aveva scoperto qualcosa.
Registrai ogni parola con il telefono.
Poi una tavola scricchiolò sotto il mio stivale.
Ferri si voltò di scatto verso la finestra.
«C’è qualcuno.»
Mi infilai dietro una colonna d’acciaio mentre due uomini armati si precipitarono all’esterno. L’addestramento prese il sopravvento. Disarmai il primo senza sparare, scaraventai il secondo a terra e sparii prima che riuscissero a capire cosa fosse successo.
All’alba ero di nuovo accanto a Teresa.
Il monitor pulsava con regolarità mentre la pioggia batteva contro i vetri della terapia intensiva.
Le presi la mano e sussurrai: «So perché ti hanno fatto questo.»
Le sue dita si mossero.
Appena.
Poi di nuovo.
I suoi occhi rimasero chiusi, ma le labbra si schiusero sotto la maschera dell’ossigeno.
«Non... Vittorio», respirò.
Mi chinai più vicino.
«Teresa, chi?»
Il suo battito accelerò.
«Il generale.»
Prima che riuscisse ad aggiungere altro, il monitor cominciò a urlare.
I medici si precipitarono nella stanza e mi costrinsero a uscire nel corridoio.
Lì, ad aspettare accanto agli ascensori, c’era il mio ex comandante, il generale Marco Rinaldi.
Indossava l’alta uniforme bianca e teneva in mano un mazzo di rose.
Sul suo volto c’era un’espressione di perfetta preoccupazione.
«Ettore», disse piano, «sono venuto appena ho saputo.»
Poi notai l’anello d’argento alla sua mano.
Lo stesso anello con la testa di lupo che si vedeva nelle immagini delle telecamere di sicurezza di casa mia.
Rinaldi sorrise e mi posò una mano sulla spalla.
«Hai l’aria distrutta, soldato.»
Fissai negli occhi l’uomo che una volta mi aveva salvato la vita.
Non era venuto a consolarmi.
Era venuto per assicurarsi che Teresa non si svegliasse mai più.
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