Per alcuni secondi non sentii più nulla.
Né il monitor di Teresa.
Né i passi nel corridoio.
Né la pioggia contro i vetri.
Vedevo soltanto tre bare avvolte nel tricolore.
Ricordavo i nomi.
Ricordavo i volti.
Ricordavo Rinaldi davanti alle famiglie mentre parlava di sacrificio, coraggio e fatalità della guerra.
E adesso una frase di Matteo aveva trasformato quel ricordo in qualcosa di intollerabile.
“Vendevano le nostre missioni.”
Presi il telefono e chiamai Lorenzo.
«Dobbiamo parlare di quella missione.»
Capì immediatamente quale.
«Ettore...»
«Voglio il rapporto originale.»
«Quello ufficiale lo conosci.»
«Ho detto quello originale.»
Dall’altra parte calò il silenzio.
«Esisteva una prima versione», ammise.
Mi si irrigidì la mascella.
«Continua.»
«Fu ritirata prima dell’archiviazione.»
«Da chi?»
«Dall’ufficio di Rinaldi.»
Chiusi gli occhi.
Un’altra tessera.
Un’altra menzogna.
«Cosa diceva?»
«Che il nemico sembrava conoscere il vostro percorso prima ancora che la squadra entrasse nell’area.»
«Lo sapevamo già.»
«No. Nel rapporto finale quella frase venne modificata. Divenne: “probabile osservazione preventiva delle forze ostili”.»
Sentii la rabbia salire.
Non esplose.
Quella era la differenza.
Qualcuno voleva che diventassi incontrollabile.
Io sarei diventato preciso.
«Trova chi scrisse la prima versione.»
«Era il capitano Riccardo Neri.»
Ricordavo Neri.
Ufficiale d’intelligence.
Taciturno.
Meticoloso.
Aveva lasciato il servizio poco dopo quella missione.
«Dov’è?»
«Non lo so.»
«Scoprilo.»
«Ettore, stanno già monitorando—»
«Niente sistemi militari. Vecchi contatti. Registri pubblici. Qualunque cosa.»
Riattaccai.
Teresa si mosse.
Questa volta non fu un riflesso.
Le dita si chiusero debolmente attorno alle mie.
Mi chinai immediatamente.
«Teresa?»
Le palpebre tremarono.
Si aprirono appena.
Il suo sguardo era confuso, pieno di dolore, ma vivo.
«Sono qui.»
Provò a parlare.
La fermò un colpo di tosse.
«Non sforzarti.»
Scosse quasi impercettibilmente la testa.
«Matteo...»
«Mi ha aiutato.»
I suoi occhi si riempirono di paura.
«No.»
«Cosa?»
«Lo... uccideranno.»
In quel momento il telefono vibrò.
Un messaggio da Matteo.
Nessuna parola.
Solo una posizione.
Un punto sulla mappa.
Zona industriale a nord della città.
Poi più niente.
Provai a chiamarlo.
Telefono spento.
Teresa vide la mia espressione.
«È successo qualcosa.»
Non era una domanda.
«Matteo ha mandato una posizione.»
Lei chiuse gli occhi.
«Vittorio... ha un capannone.»
«Dove?»
«Vecchia... officina.»
Il punto coincideva.
Le presi il volto delicatamente senza toccare le zone ferite.
«Ascoltami. Non vado lì per vendicarmi.»
I suoi occhi tornarono su di me.
«Promettimelo.»
Sapeva esattamente chi ero.
Sapeva esattamente cosa quella scoperta avrebbe potuto risvegliare.
«Te lo prometto.»
Lasciai due uomini di cui mi fidavo fuori dalla terapia intensiva.
Non militari in servizio.
Vecchi compagni che non fecero domande quando dissi soltanto che Teresa era in pericolo.
Poi raggiunsi il punto inviato da Matteo.
Non entrai subito.
Osservai.
Un furgone nero.
L’auto di Domenico.
Quella di Ferri.
Nessun segno di Vittorio.
Il capannone aveva due ingressi.
Una telecamera sul lato sud.
Un’altra sopra la porta principale.
Se fossi entrato di forza, avrebbero avuto le immagini perfette.
Il soldato violento.
L’uomo fuori controllo.
La storia che Rinaldi voleva.
Mi spostai sul retro.
Una finestra era socchiusa.
Da dentro arrivavano voci.
«Hai mandato qualcosa?»
Domenico.
Poi un tonfo.
«No.»
Matteo.
Un altro colpo.
Strinsi i denti.
«Papà ti ha dato tutto», continuò Domenico. «E tu lo tradisci per quella donna?»
«Teresa aveva ragione.»
Silenzio.
Poi Ferri.
«Abbassate la voce.»
«Tu stai zitto», ringhiò Domenico. «Se avessi fatto bene il tuo lavoro, Ettore sarebbe già in una cella.»
Quella frase mi fermò.
Accesi il registratore.
Ferri rispose:
«Io ho ripulito la casa. Ho fatto sparire il martello. Ho modificato il primo verbale. Ho fatto più di quanto avrei dovuto.»
Il martello.
Avevano finalmente ammesso l’arma.
Domenico rise.
«E Rinaldi ti ha pagato abbastanza.»
«Non pronunciare quel nome.»
«Perché? Hai paura che ci senta?»
Un altro tonfo.
Matteo gemette.
«La Bassi è ancora viva?» chiese improvvisamente.
Dentro il capannone calò il silenzio.
Mi avvicinai alla finestra.
Ferri parlò piano.
«Non sono affari tuoi.»
«Teresa diceva che aveva consegnato tutto a lei.»
«Teresa parlava troppo.»
«Quindi l’avete presa.»
Il rumore di una sedia trascinata.
«Matteo», disse Ferri, «devi imparare una cosa. Le persone intelligenti sanno quando smettere di fare domande.»
Avevo abbastanza.
Ma non ancora tutto.
Poi Domenico pronunciò la frase che cambiò il piano.
«Rinaldi vuole il soldato vivo.»
Il mio sangue si raffreddò.
Ferri rispose:
«Finché non firma la confessione.»
«E dopo?»
Una breve risata.
«Dopo può avere un incidente.»
Ecco cosa stavano costruendo.
Non solo un’accusa.
Una confessione.
Probabilmente falsa.
Probabilmente ottenuta dopo avermi attirato lì.
Guardai la porta.
Avrei potuto entrare.
Avrei potuto abbatterli tutti in meno di un minuto.
Ma avrei fatto esattamente ciò che volevano.
Presi invece il telefono e inviai la registrazione a Lorenzo.
Poi inviai anche la posizione.
Una sola frase:
“Se smetto di rispondere, consegna tutto fuori dalla catena militare.”
Mi mossi verso il quadro elettrico esterno.
Tagliai l’alimentazione.
Il capannone piombò nel buio.
Urla.
Passi.
Una porta sbatté.
Aspettai.
Domenico uscì per primo con una pistola in mano.
Lo lasciai avanzare.
Quando passò accanto a me, gli bloccai il polso e lo disarmai.
Non lo colpii.
Gli torcei il braccio quanto bastava per portarlo a terra.
«Spara!» gridò.
Ferri comparve sulla porta.
Mi vide.
Alzò l’arma.
Io avevo già quella di Domenico in mano.
Avrei potuto sparare.
Non lo feci.
«Abbassa l’arma, Michele.»
«Sei finito, Ettore.»
«Possibile.»
Gli mostrai il telefono.
«Ma adesso lo sei anche tu.»
Il suo volto cambiò.
Aveva capito.
Registrazione.
Confessione.
Martello.
Verbale falsificato.
Rinaldi.
Per la prima volta l’ispettore Michele Ferri ebbe paura di me non come soldato.
Ma come testimone.
Dall’interno del capannone arrivò un rumore metallico.
Poi Matteo comparve barcollando.
Aveva il volto insanguinato, ma era in piedi.
Ferri si voltò istintivamente verso di lui.
Fu il suo errore.
Matteo gli colpì il braccio.
La pistola cadde.
La raccolsi.
Due armi.
Nessun colpo sparato.
Esattamente l’opposto della storia che avevano preparato.
Poi udimmo delle sirene.
Ferri impallidì.
«Chi hai chiamato?»
«Io nessuno.»
Guardai Matteo.
Scosse la testa.
Le sirene si avvicinarono.
Auto civili.
Non pattuglie locali.
Quando i fari illuminarono l’ingresso del capannone, scesero uomini che non riconoscevo.
Uno mostrò un tesserino.
«Nucleo investigativo centrale.»
Dietro di lui apparve Lorenzo.
Mi guardò.
«Ho deciso che fuori dalla catena militare significava davvero fuori.»
Ferri fece un passo indietro.
«Non sapete in cosa vi state mettendo.»
L’uomo col tesserino rispose:
«Lo scopriremo.»
Domenico venne ammanettato.
Ferri anche.
Matteo fu portato verso un’ambulanza.
Per la prima volta avevamo spezzato un pezzo della rete.
Ma non provai sollievo.
Perché Vittorio non era lì.
Rinaldi non era lì.
E Laura Bassi era ancora scomparsa.
Il telefono di Ferri, sequestrato pochi secondi prima, cominciò a squillare sul cofano di un’auto.
Nessuno lo toccò.
Sul display comparve un nome.
“GENERALE.”
Poi la chiamata si interruppe.
Subito dopo arrivò un messaggio.
L’investigatore lo lesse ad alta voce.
«Avete il soldato?»
Nessuno parlò.
Arrivò un secondo messaggio.
«Portatelo al punto Aurora. La donna viene spostata stanotte.»
Guardai Lorenzo.
«La donna.»
Non poteva essere Teresa.
Era sotto sorveglianza.
Lorenzo capì nello stesso momento.
Laura Bassi.
Era viva.
E Rinaldi aveva appena commesso il primo errore che non avrebbe più potuto cancellare.
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