Divertimento

Tornai Dalla Missione E Trovai Mia Moglie Massacrata — Ma Il Vero Traditore Indossava L’Uniforme

Quando arrivammo nella mia strada, la porta di casa era di nuovo aperta.

Esattamente come la prima volta.

Ma questa volta non provai paura.

Provai chiarezza.

La berlina di Rinaldi era parcheggiata due case più avanti, con il motore ancora caldo.

«Entriamo insieme», disse Lorenzo.

Scossi la testa.

«No.»

«Ettore.»

«Se entra una squadra armata, lui dirà che è stato un assalto. Se entro io, penserà di avere ancora il controllo.»


Laura, seduta nell’auto degli investigatori, mi guardò attraverso il finestrino aperto.

«Non sottovalutarlo.»

«Non lo farò.»

Consegnai il mio telefono a Lorenzo.

«Registrazione attiva.»

Poi entrai.

L’odore della candeggina era ancora lì.

Più debole.

Sotto, quasi impercettibile, restava quello metallico che non sarei mai più riuscito a dimenticare.

Attraversai il corridoio.


Nel soggiorno mancavano alcune assi del parquet.

Rinaldi era inginocchiato sul pavimento.

Aveva già trovato il nascondiglio.

Accanto a lui c’era una busta impermeabile.

La stessa dimensione di una cartella documenti.

Quando mi vide, non sembrò sorpreso.

«Sapevo che saresti arrivato.»

«Certo.»

Si alzò lentamente.

Aveva una pistola nella mano destra.


Io tenni le braccia lungo i fianchi.

«Non sei armato.»

«No.»

Rinaldi sorrise.

«Finalmente stai imparando.»

«Da te.»

Il sorriso svanì.

Guardai la busta.

«Sono quelli?»

«Non ha importanza.»


«Se non avessero importanza, non saresti venuto personalmente.»

Rinaldi spostò appena il piede davanti ai documenti.

«Teresa era più intelligente di quanto pensassi.»

«Questo è stato il tuo primo errore.»

«Il mio primo errore è stato lasciarti vivo.»

Le parole non mi colpirono più.

Le avevo già sentite ad Aurora.

Adesso volevo altro.

«Perché loro?»

«Chi?»


«I miei uomini.»

Rinaldi sospirò.

«Non fare il sentimentale.»

«Tre uomini sono morti.»

«Tre uomini muoiono in guerra.»

«Perché tu avevi venduto la rotta.»

«Avevo venduto un’informazione.»

«Che li ha uccisi.»

«Che ha protetto interessi molto più grandi di loro.»

Sentii Lorenzo dall’esterno nella mia mente: continua a farlo parlare.


Non provocarlo.

Non reagire.

«Interessi di chi?»

Rinaldi rise piano.

«Pensi davvero che Vittorio abbia costruito tutto questo da solo?»

«No.»

«Almeno questo l’hai capito.»

«Quindi Vittorio pagava.»

«Vittorio eseguiva.»

Quella frase mi fece concentrare.


«E tu?»

«Io garantivo che certi contratti arrivassero alle persone giuste.»

«In cambio vendevi informazioni operative.»

«In cambio mantenevo l’equilibrio.»

«Lo chiami equilibrio?»

«Tu vedi soltanto uomini sul campo. Io vedevo sistemi. Bilanci. Alleanze. Pressioni. Opportunità.»

«E bare.»

Per la prima volta Rinaldi perse la calma.

«Non parlare con me delle bare!»

La sua voce rimbalzò tra le pareti.


«Io ho firmato lettere alle famiglie per trent’anni. Ho visto politici ordinare operazioni e poi fingere di non averlo fatto. Ho visto aziende arricchirsi comunque. Io almeno ho imparato a scegliere da che parte stare.»

«Dalla parte di chi pagava meglio.»

Rinaldi sollevò la pistola di qualche centimetro.

«Attento.»

Rimasi immobile.

«Teresa ha capito tutto attraverso le fatture, vero?»

La sua espressione cambiò.

Avevo colpito il punto giusto.

«Ha visto che dopo determinate missioni comparivano ordini urgenti», continuai. «Sostituzioni. Nuove forniture. Contratti gonfiati.»

«Lei non capiva il quadro.»


«Capiva abbastanza da contattare Laura Bassi.»

«E questo l’ha resa un problema.»

«Per questo hai mandato i Lupo.»

«Ho detto a Vittorio di recuperare i documenti.»

«E di mettere Teresa a tacere.»

Rinaldi non rispose.

«Domenico ha già parlato.»

Una bugia parziale.

Aveva detto abbastanza.

Rinaldi strinse la mascella.


«Domenico è un animale.»

«Un animale che Vittorio ha mandato a casa mia.»

«E che ha rovinato un’operazione semplice.»

«Trentuno fratture.»

«Non le avevo ordinate.»

«Ma hai cercato di ucciderla in ospedale.»

Silenzio.

Poi un sorriso sottile.

«Non puoi provarlo.»

«Hai ordinato il trasferimento.»

«Per proteggerla.»

«Hai mandato qualcuno con una siringa.»

«Hai visto chi era?»

«No.»

«Allora non dire sciocchezze.»

Eccolo.

Ancora convinto di poter dividere ogni crimine in pezzi abbastanza piccoli da renderlo innocente.

Guardai la busta.

«Cosa c’è dentro?»

Rinaldi abbassò lo sguardo per mezzo secondo.

«Niente che ti serva.»

«Allora bruciala.»

Lui mi fissò.

«Cosa?»

«Se è inutile, bruciala.»

Non si mosse.

«Non puoi.»

«Perché?»

«Perché quei documenti non sono solo prove contro di te.»

Il suo sguardo divenne duro.

Avevo capito.

«Contengono nomi.»

Nessuna risposta.

«Date.»

Ancora niente.

«Operazioni.»

Rinaldi fece un passo verso di me.

«Non sai quanto in alto arriva questa cosa.»

«Abbastanza in alto da farti paura.»

Fu allora che lo vidi.

Non rabbia.

Non arroganza.

Paura.

Marco Rinaldi non era il vertice.

Era potente.

Ma non era il vertice.

Teresa non aveva scoperto soltanto una rete.

Aveva trovato la mappa.

«Vittorio conserva i pagamenti», dissi.

Rinaldi reagì troppo in fretta.

«Vittorio non conserva niente.»

Sorrisi.

«Grazie.»

Si rese conto dell’errore.

«Tu non sai niente.»

«So che hai appena confermato che esistono registri dei pagamenti.»

La pistola si alzò.

Questa volta verso il mio petto.

«Basta.»

Sentii movimento fuori dalla casa.

Rinaldi lo sentì anche lui.

«Chi hai portato?»

«Nessuno che tu possa far sparire.»

Mi afferrò per la giacca e mi trascinò verso di sé.

«Dimmi dove sono le copie.»

«Le hai davanti.»

«Queste non sono copie complete.»

Quella frase fu il suo secondo errore.

«Quindi le hai già viste.»

Silenzio.

«Come?»

Rinaldi mi lasciò andare.

«Teresa mandò alcuni file alla Bassi.»

«E tu li hai intercettati.»

«Non tutti.»

«Ecco perché Laura era viva.»

«Aveva una password.»

Finalmente.

Il motivo per cui non l’avevano uccisa.

Non misericordia.

Necessità.

«Quale password?»

Rinaldi rise.

«Pensi che te lo dica?»

«No.»

Guardai verso il pavimento.

«Penso che Teresa l’abbia lasciata a me.»

Per la prima volta sembrò davvero preoccupato.

La nostra casa.

I nostri ricordi.

Le nostre conversazioni.

Se Teresa aveva scelto una password che Rinaldi non poteva ottenere con la forza, probabilmente non era una parola casuale.

Era qualcosa che soltanto noi due avremmo capito.

Rinaldi vide il cambiamento sul mio volto.

«Non provarci.»

«Hai paura.»

«Ettore.»

«Hai paura che io sappia qualcosa che tu non sai.»

«Stai zitto.»

«Per tutta questa storia hai pensato di conoscermi meglio di me stesso.»

La pistola tremò appena.

«Hai anticipato il mio ritorno perché credevi che avrei massacrato i Lupo.»

Feci un passo avanti.

«Hai usato i miei morti.»

Un altro.

«Hai usato Teresa.»

«Fermo.»

«Hai costruito tutto intorno alla mia rabbia.»

Un altro passo.

La canna della pistola era ormai a pochi centimetri dal mio petto.

«Ma hai dimenticato una cosa.»

«Quale?»

«Teresa mi conosce meglio di te.»

Un rumore alle sue spalle.

Rinaldi si voltò.

Fu sufficiente.

Lorenzo entrò dalla porta laterale insieme agli investigatori.

«Arma a terra!»

Rinaldi afferrò la busta e arretrò verso la cucina.

«Nessuno si muova!»

Gli uomini si fermarono.

La pistola tornò contro di me.

Rinaldi sorrise.

«Vedi? Alla fine sei comunque tu quello che mi serve.»

Si spostò verso la porta sul retro.

«Se mi seguite, lo uccido.»

«Marco», disse Lorenzo, «è finita.»

«Non hai idea di cosa significhi finita.»

Rinaldi aprì la porta.

Poi un motore ruggì fuori.

Un SUV nero arrivò ad alta velocità nel vicolo.

Rinaldi sorrise.

Aveva una via di fuga pronta.

Fece un altro passo indietro.

Poi un colpo secco risuonò.

Non uno sparo.

Una portiera che si chiudeva.

Dal SUV scese Vittorio Lupo.

Era solo.

Rinaldi lo fissò.

«Che diavolo ci fai qui?»

Vittorio aveva il volto devastato dalla rabbia.

«Mio figlio è stato arrestato.»

«Non è il momento.»

«Michele è stato colpito.»

«Era inutile.»

Vittorio si bloccò.

«Inutile?»

Rinaldi capì di aver parlato troppo.

Vittorio guardò la busta nelle sue mani.

Poi me.

Poi gli investigatori.

«Hai intenzione di dare tutto a loro e lasciare che cada su di noi.»

Rinaldi alzò la pistola verso Vittorio.

«Vattene.»

«Per anni ho fatto quello che volevi.»

«Sei stato pagato.»

«Ho messo i miei figli in questa cosa.»

«Scelta tua.»

Vittorio fece un passo avanti.

«Domenico rischia l’ergastolo.»

«Problema tuo.»

In quell’istante il Branco Lupo si spezzò davvero.

Non perché Vittorio diventasse innocente.

Ma perché finalmente comprese ciò che Ferri aveva capito troppo tardi.

Per Rinaldi erano tutti sacrificabili.

Vittorio infilò lentamente una mano nella giacca.

Gli investigatori puntarono le armi.

«Mani fuori!»

«Fermo!»

Vittorio tirò fuori un telefono.

Lo lanciò sul pavimento davanti a me.

«Prendilo.»

Rinaldi impallidì.

«Vittorio.»

«Ci sono sei anni di pagamenti.»

Nessuno respirò.

«Bonifici, società di copertura, date, codici dei contratti.»

Rinaldi fece un passo verso il telefono.

«Stai facendo un errore.»

Vittorio rise amaramente.

«Il mio errore è stato credere che il lupo più grande proteggesse il branco.»

Rinaldi sollevò la pistola.

Io vidi il movimento prima degli altri.

Mi lanciai contro Vittorio.

Lo sparo partì.

Il proiettile colpì il muro.

Gli investigatori travolsero Rinaldi.

La busta cadde.

La pistola scivolò lontano.

Lorenzo la raccolse.

Per la prima volta da quando ero tornato dalla missione, Marco Rinaldi era a terra.

Ammanettato.

Senza uniforme.

Senza uomini pronti a obbedirgli.

Senza il controllo della storia.

Raccolsi il telefono di Vittorio.

Lo schermo era bloccato.

«Codice.»

Vittorio mi guardò.

«La data di fondazione della Lupo Industrie.»

Inserii le cifre.

Si aprì una cartella.

Centinaia di documenti.

Transazioni.

Messaggi.

Nomi.

Date.

Riferimenti a operazioni.

E in cima, un file audio.

Creato tre giorni prima dell’aggressione a Teresa.

Nome:

“TERESA_CONTINGENZA.”

Lo aprii.

La voce di Vittorio riempì la stanza.

«Se la contabile consegna i documenti, siamo finiti.»

Poi Rinaldi:

«Non li consegnerà.»

«E se lo fa?»

Una pausa.

«Allora Ettore tornerà a casa da vedovo.»

Vittorio chiuse gli occhi.

Rinaldi smise di lottare.

Io non dissi nulla.

Non ne avevo bisogno.

La prova che mancava era finalmente nelle nostre mani.

Ma mentre Lorenzo scorreva i file, il suo volto cambiò.

«Ettore.»

«Cosa?»

Mi mostrò lo schermo.

Tra i documenti c’era un ordine firmato digitalmente.

Non riguardava Teresa.

Non riguardava Laura.

Riguardava me.

Un ordine operativo classificato, emesso prima della mia ultima missione.

Nome in codice dell’operazione.

Coordinate.

Orario.

Composizione della squadra.

E accanto alla voce “destinatario esterno”, un codice che compariva in decine di trasferimenti.

Lo stesso codice collegato ai pagamenti di Vittorio.

Guardai Rinaldi.

«Hai venduto anche la missione da cui sono appena tornato.»

Non rispose.

Lorenzo scorse più in basso.

Poi impallidì.

«Ettore...»

«Cosa?»

«L’ordine non indicava soltanto il percorso.»

Mi mostrò l’ultima riga.

Priorità obiettivo:

ETTORE.

Quella missione non era stata semplicemente compromessa.

Rinaldi aveva già provato a farmi uccidere prima ancora di ordinare l’aggressione contro Teresa.

E se ero tornato vivo, non era perché il suo piano non esistesse.

Era perché qualcuno, dentro la rete, lo aveva sabotato.

**Continua — clicca sulla Parte 9 per leggere il finale.**

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