Divertimento

Tornai Dalla Missione E Trovai Mia Moglie Massacrata — Ma Il Vero Traditore Indossava L’Uniforme

Non andai alla cassetta.

Non subito.

Era esattamente ciò che chiunque mi stesse osservando si aspettava che facessi: reagire, correre, trasformarmi nel soldato impulsivo che Rinaldi sembrava aver già deciso di usare contro di me.

Quella volta, invece, rimasi fermo.

Guardai il corridoio dell’ospedale come se nulla fosse accaduto, infilai il telefono in tasca e tornai accanto al letto di Teresa.

La chiave numero 317 era ancora nella busta trasparente.

Non la toccai.

«Chiunque abbia mandato quel messaggio sa che l’abbiamo trovata», dissi alla dottoressa. «Da questo momento nessuno deve sapere che è ancora qui.»

Lei mi fissò.

«Cosa vuole fare?»


«Far credere loro che io abbia abboccato.»

Presi una busta identica dal carrello delle medicazioni, ci infilai dentro una chiave qualsiasi recuperata dal mazzo che portavo con me e la chiusi.

Poi misi la vera 317 nella tasca interna della giacca.

Quando uscii dalla stanza, camminai lentamente.

Non guardai le telecamere.

Non cercai facce sospette.

Chi mi stava osservando doveva credere che fossi agitato.

Prevedibile.

Facile da seguire.

Arrivai al parcheggio e salii in macchina.


Dopo tre isolati vidi il primo veicolo.

Una berlina scura.

Non si avvicinava troppo.

Non cambiava corsia quando lo facevo io.

Non ne aveva bisogno.

Chi la guidava sapeva come seguire qualcuno senza farsi notare.

Feci altre due svolte.

Era ancora lì.

Perfetto.

Chiamai Lorenzo con il vivavoce.


«Hai cinque minuti.»

«Per cosa?»

«Per ascoltare senza fare domande.»

Gli spiegai della siringa, della chiave e del messaggio.

Dall’altra parte sentii solo il rumore del suo respiro.

«Ti stanno seguendo?» chiese.

«Sì.»

«Allora non andare alla banca.»

«Non ne avevo intenzione.»

«Ettore, questa non è più soltanto una storia di corruzione industriale.»


«Lo so.»

«No, non lo sai. Se Rinaldi è davvero dentro questa cosa, non puoi fidarti della catena di comando. Non puoi nemmeno sapere quanti uomini abbiano accesso ai tuoi movimenti.»

Guardai nello specchietto.

La berlina era ancora a tre auto di distanza.

«Per questo ho chiamato te.»

«Non mi piace quando dici così.»

«Trova il posto a cui appartiene la cassetta 317.»

«Con una chiave e basta?»

«Teresa non avrebbe scelto un posto a caso. Cerca vicino al suo ufficio, vicino a casa, qualcosa raggiungibile senza lasciare tracce evidenti.»

Lorenzo rimase in silenzio qualche secondo.


«Dammi tutto quello che ricordi.»

Chiusi gli occhi per un istante.

Tre mesi prima.

La videochiamata.

Teresa seduta in cucina.

Una cartellina blu sul tavolo.

Una battuta sui gioielli della Corona.

Dietro di lei, sul frigorifero, avevo notato una ricevuta infilata sotto una calamita.

Allora non ci avevo fatto caso.

Adesso ricordavo una parola.


San Michele.

«Cerca istituti o depositi privati con quel nome.»

«Ricevuto.»

Riattaccai.

Poi guidai verso la periferia industriale.

La berlina continuava a seguirmi.

Li portai davanti a una filiale bancaria chiusa da mesi.

Parcheggiai.

Entrai dall’ingresso laterale di un edificio adiacente, dove sapevo che una telecamera comunale mi avrebbe ripreso.

Rimasi dentro sette minuti.


Quando uscii, lasciai cadere deliberatamente la falsa busta trasparente accanto a un cassonetto.

Ripartii.

La berlina non mi seguì.

Uno degli uomini scese.

Nello specchietto lo vidi chinarsi.

Raccogliere la busta.

Avevano preso l’esca.

Per la prima volta da quando avevo visto Teresa in terapia intensiva, non stavo soltanto inseguendo gli altri.

Stavo decidendo io dove avrebbero guardato.

Lorenzo mi richiamò ventitré minuti dopo.


«Credo di averlo trovato.»

«Parla.»

«Deposito fiduciario San Michele. Non è una banca tradizionale. Affittano cassette private a professionisti e aziende. Teresa risulta essere entrata lì almeno tre volte negli ultimi due mesi.»

«Come fai a saperlo?»

«Una delle società che gestisce la sicurezza lavora anche con il Ministero. Ho trovato registrazioni d’accesso.»

«Qualcun altro ha controllato quelle registrazioni?»

«Sì.»

La sua voce cambiò.

«Chi?»

«L’ufficio del generale Rinaldi.»


Mi fermai a un semaforo.

«Quando?»

«Due giorni fa.»

Due giorni.

Prima del mio rientro.

Prima che Teresa venisse quasi uccisa.

Significava che sapevano dell’esistenza del deposito.

Forse non sapevano il numero della cassetta.

Forse era l’unica informazione che mancava.

«Lorenzo, ascoltami. Da ora in poi non cercare più nulla dai sistemi militari.»


«Troppo tardi.»

«Che significa?»

«Qualcuno ha appena provato ad accedere al mio terminale da remoto.»

Guardai la strada davanti a me.

«Spegni tutto.»

«L’ho già fatto.»

«E vattene.»

«Ettore—»

«Adesso.»

Riattaccai.

Non andai al deposito San Michele.

Andai da Matteo.

Avevo memorizzato la targa della sua auto al magazzino.

Trovare l’indirizzo collegato richiese meno di quanto avrei voluto ammettere.

Abitava in un appartamento anonimo al quarto piano di un edificio moderno.

Quando bussai, nessuno rispose.

Bussai di nuovo.

«Matteo.»

Silenzio.

«So che sei dentro.»

Sentii qualcosa cadere.

Poi passi.

La porta si aprì appena.

Il volto di Matteo era bianco.

«Sei pazzo.»

«Probabile.»

«Se mio padre scopre che sei qui—»

«Tuo padre ha problemi più grandi.»

Provò a chiudere.

Misi il piede tra la porta e lo stipite.

Non lo spinsi.

Non ne avevo bisogno.

«Hanno provato a uccidere Teresa in ospedale.»

Matteo smise di muoversi.

Vidi la paura trasformarsi in qualcosa di diverso.

Colpa.

«Io non c’entro.»

«Non ho detto che c’entravi.»

«Non sapevo che sarebbero arrivati a questo.»

«A cosa pensavi sarebbero arrivati dopo trentuno colpi?»

Abbassò gli occhi.

Per qualche secondo credetti che avrebbe richiuso comunque.

Poi aprì la porta.

Entrai.

L’appartamento puzzava di fumo e caffè freddo.

Matteo camminava avanti e indietro.

«Domenico ha perso il controllo», disse.

«Questo lo so.»

«No. Non capisci.»

«Allora spiegamelo.»

Si fermò davanti alla finestra.

«Papà ci aveva detto soltanto di prendere i documenti. Dovevamo spaventarla. Farle capire che non poteva giocare con cose più grandi di lei.»

«Sette uomini per spaventare una donna?»

Matteo chiuse gli occhi.

«Non eravamo tutti lì.»

Quella frase mi fece gelare.

«Quanti?»

«Quattro.»

Lo fissai.

«All’ospedale eravate in sette.»

«Gli altri sono arrivati dopo.»

«Chi era in casa?»

Matteo esitò.

«Io. Domenico. Sergio. Paolo.»

Quattro.

Non sette.

«E Vittorio?»

«Non c’era.»

«Ferri?»

«È arrivato dopo.»

«Rinaldi?»

Il silenzio fu sufficiente.

Mi avvicinai.

«Era lì?»

«Non l’ho visto.»

«Non ti ho chiesto questo.»

Matteo si passò una mano sul viso.

«C’era qualcuno al piano di sopra.»

Sentii il battito accelerare.

«Chi?»

«Non lo so.»

«Menti.»

«Ti giuro che non l’ho visto. Domenico ci ordinò di restare al piano terra. Disse che qualcuno stava controllando lo studio.»

«Qualcuno con un anello d’argento?»

Matteo impallidì.

Avevo la risposta.

«Teresa vi ha riconosciuti», dissi.

«Sì.»

«E non ha combattuto.»

Matteo si voltò.

«Perché?»

La domanda mi bruciava da giorni.

«Perché sapeva che eravate voi?»

Lui si morse il labbro.

«Perché Domenico le disse che se avesse reagito, avrebbero fatto del male a te.»

Rimasi immobile.

«A me?»

«Le disse che sapevano dove eri in missione.»

Per un istante il salotto scomparve.

Sentii solo quella frase.

Sapevano dove ero.

Non genericamente.

Dove ero in missione.

Informazioni che Vittorio Lupo non avrebbe mai dovuto possedere.

Informazioni che soltanto qualcuno molto in alto nella struttura militare poteva fornirgli.

Teresa non aveva smesso di combattere perché si fidava dei Lupo.

Aveva smesso perché credeva che ogni resistenza potesse uccidere me.

Trentuno fratture.

E non aveva reagito.

Per proteggermi.

Strinsi i pugni finché le unghie mi entrarono nei palmi.

Matteo indietreggiò.

«Non farlo.»

«Fare cosa?»

«Quella faccia.»

«Quale faccia?»

«Quella che avevi al magazzino.»

Inspirai lentamente.

Rinaldi voleva esattamente questo.

Rabbia.

Perdita di controllo.

Un cadavere da attribuirmi.

Lasciai rilassare le mani.

«Dimmi della cassetta 317.»

Matteo spalancò gli occhi.

«Come sai il numero?»

Eccolo.

Il dettaglio che non avrebbe dovuto conoscere.

«Chi te l’ha detto?»

«Io...»

Lo afferrai per la giacca e lo spinsi contro il muro.

Non lo colpii.

«Chi conosce il numero?»

«Domenico.»

«Chi gliel’ha dato?»

«Non lo so.»

«Matteo.»

«Ferri!»

Lo lasciai andare.

Scivolò quasi a terra.

«Ferri aveva una foto», continuò ansimando. «Una foto della chiave. Disse che era stata trovata durante l’aggressione, ma poi Teresa se l’era ripresa prima che perdessimo il controllo.»

Non tornava.

Teresa aveva ancora la chiave in ospedale.

«Quando avrebbe visto la chiave?»

«Prima.»

«Prima dell’aggressione?»

Matteo annuì.

«Ferri seguiva Teresa da settimane.»

Il quadro cambiò ancora.

Teresa non aveva semplicemente scoperto dei contratti sospetti.

Aveva già capito di essere sorvegliata.

Forse aveva lasciato apposta che Ferri vedesse una chiave.

Forse la 317 non era nemmeno la vera destinazione.

Il telefono di Matteo vibrò sul tavolo.

Lui lo guardò e smise di respirare.

Sul display comparve un nome.

Domenico.

«Rispondi.»

«No.»

«Rispondi.»

«Se capisce che sei qui, sono morto.»

«Se non rispondi, lo capirà comunque.»

Matteo prese il telefono con la mano tremante.

Attivò il vivavoce.

«Pronto?»

La voce di Domenico riempì la stanza.

«Dove sei?»

«A casa.»

«Da solo?»

Matteo guardò me.

«Sì.»

«Bene. Papà vuole tutti al deposito San Michele tra mezz’ora.»

Mi irrigidii.

Domenico continuò.

«Abbiamo trovato il numero.»

Matteo deglutì.

«Quale numero?»

«Trecentodiciassette.»

La chiamata terminò.

Guardai l’orologio.

Trenta minuti.

Avevano preso la mia esca, ma qualcuno gli aveva comunque dato il numero corretto.

Questo significava una sola cosa.

Il messaggio anonimo non era stato mandato da uno dei Lupo per spaventarmi.

Chi mi aveva scritto “NON ANDARE ALLA CASSETTA” stava cercando davvero di avvertirmi.

E se Vittorio stava portando tutta la famiglia al deposito, allora credeva che lì dentro ci fosse qualcosa abbastanza pericoloso da costringerlo a muoversi personalmente.

Guardai Matteo.

«Adesso scegli.»

«Cosa?»

«Puoi andare da tuo padre e sperare che continui a proteggerti.»

Feci una pausa.

«Oppure puoi aiutarmi a capire perché Teresa ha rischiato la vita per nascondere ciò che c’è nella 317.»

Matteo fissò il pavimento.

Poi sollevò lentamente gli occhi.

«C’è una cosa che non ti ho detto.»

«Parla.»

«La notte prima che la picchiassimo, Teresa mi chiamò.»

Mi si strinse lo stomaco.

«Perché avrebbe chiamato te?»

Matteo tirò fuori il telefono.

Aprì una cartella nascosta.

Dentro c’era un unico messaggio vocale.

La voce di Teresa riempì la stanza.

Debole.

Controllata.

Terribilmente lucida.

«Matteo, se stai ascoltando questo, significa che non sono riuscita a fermarli. Non fidarti di tuo padre. Ma soprattutto non fidarti dell’uomo che lui chiama Generale.»

Il messaggio proseguì.

«La cassetta 317 non contiene le prove.»

Sentii ogni muscolo del corpo irrigidirsi.

Teresa inspirò dall’altra parte della registrazione.

Poi disse:

«Contiene il nome della persona che può distruggere tutto.»

**Continua — clicca sulla Parte 5 per leggere il seguito.**

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