Divertimento

Cinque Anni Dopo Avermi Lasciata Incinta, Ha Visto I Miei Gemelli Al Centro Commerciale — E Sua Madre È Impallidita Quando Ha Capito Che Il Segreto Da Due Milioni Stava Per Venire Fuori

Per qualche secondo non sentii più nulla. Né Damiano. Né Evelina. Né la voce di Leone ancora collegata in vivavoce. Vedevo soltanto quel nome sul documento. Bianca Benedetti. Mia sorella. La donna che era stata accanto a me quando avevo lasciato Milano con una valigia e abbastanza paura da non riuscire a dormire. La donna che mi aveva accompagnata alle visite durante la gravidanza, che aveva dormito su una sedia dell'ospedale quando Noè era in terapia intensiva, che aveva tenuto Edoardo tra le braccia mentre io piangevo dietro una porta perché non sapevo come avrei cresciuto due bambini da sola. La stessa donna che, in quel momento, aveva con sé i miei figli.

Presi il telefono.

Chiamai Bianca.

Uno squillo.

Due.

Tre.

Nessuna risposta.

«Mara», disse Damiano.

«Non parlare.»

Richiamai.


Questa volta la chiamata venne rifiutata.

Il sangue mi si gelò.

«Dobbiamo andare.»

Damiano prese immediatamente il cappotto. «Vengo con te.»

«No.»

«Sono anche figli miei.»

Mi voltai di scatto. «Da meno di un'ora, Damiano. Per me lo sono da cinque anni.»

Il dolore gli attraversò il volto, ma non arretrò. «Hai ragione. Però se qualcuno ha ottenuto il loro DNA e Bianca è coinvolta, non andrai da sola.»

Prima che potessi rispondere, arrivò un messaggio.

Bianca.


**Mara, non venire a casa. I bambini stanno bene. Ti spiego tutto tra poco.**

Lo lessi due volte.

Poi comparve un secondo messaggio.

**Non fidarti di nessuno dei Mercuri. Nemmeno di Damiano.**

Gli mostrai soltanto il primo.

Non sapevo perché nascosi il secondo. Forse perché, dopo tutto ciò che avevo appena scoperto, non ero più sicura di chi meritasse la mia fiducia.

«Dove può essere?» chiese Damiano.

Pensai rapidamente. Bianca conosceva pochi luoghi dove avrebbe potuto portare i bambini senza avvisarmi. Casa sua. Il nostro vecchio appartamento. Oppure la piccola casa di nostra madre a Frascati, vuota da quando era morta tre anni prima.

Il telefono squillò.

Bianca.


Risposi immediatamente.

«Dove sono i bambini?»

«Con me.»

«Dove?»

«Mara, ascoltami prima.»

«Dimmi dove sono Edoardo e Noè.»

Silenzio.

Poi sentii la voce di Edoardo in lontananza.

«Zia, posso prendere i biscotti?»

Le gambe smisero quasi di sostenermi.


Stavano bene.

«Casa della mamma», dissi.

Bianca non negò.

«Arrivo.»

«No.»

«Non puoi portare via i miei figli e dirmi di non venire.»

«Non li sto portando via. Li sto proteggendo.»

«Da chi?»

La risposta arrivò piano.

«Dall'uomo che è con te.»


Guardai Damiano.

Lui non poteva sentire Bianca, ma capì immediatamente che qualcosa era cambiato.

«Perché?» chiesi.

«Perché quel test non dice tutto.»

La linea cadde.

Quaranta minuti dopo parcheggiai davanti alla casa di nostra madre. Damiano era venuto comunque. Evelina era rimasta indietro per contattare il notaio, mentre Leone aveva promesso di raggiungerci soltanto se glielo avessimo chiesto.

La porta si aprì prima che suonassi.

Bianca era pallida.

«Dove sono?»

«In cucina. Stanno mangiando.»


Entrai senza aspettare.

Edoardo corse verso di me. Noè lo seguì. Li strinsi entrambi così forte che Edoardo protestò ridendo. Solo quando sentii i loro corpi contro il mio riuscii a respirare normalmente.

Damiano rimase sulla soglia.

I bambini lo guardarono.

Noè inclinò la testa. «È ancora lui.»

Damiano quasi sorrise. «Sì.»

«Perché ci segue?» chiese Edoardo.

Bianca mi guardò.

Era arrivato il momento che avevo sempre saputo sarebbe arrivato, ma non così. Non in quel giorno. Non dentro quella casa.

«Perché dobbiamo parlare di alcune cose», dissi ai bambini. «Adesso voi finite la merenda.»


Li lasciai con un cartone animato e portai Bianca nel soggiorno.

Damiano entrò dietro di noi.

«Fuori», disse Bianca.

Lui la fissò. «Hai fatto analizzare il DNA dei miei figli.»

«Non sapevo che fossero tuoi.»

«Il documento porta il tuo nome.»

Bianca chiuse gli occhi.

«Sì.»

Mi sembrò di ricevere un pugno nello stomaco. «Perché?»

«Perché qualcuno mi pagò.»


La stanza diventò immobile.

«Quanto?»

«Cinquantamila euro.»

Non riconoscevo più mia sorella.

«Hai venduto il DNA dei miei bambini per cinquantamila euro?»

«No!» La sua voce si spezzò. «Non capisci. Avevo debiti. Dopo la malattia della mamma ero disperata. Un uomo mi contattò. Disse che lavorava per uno studio legale e che Damiano voleva verificare in segreto se i bambini fossero suoi.»

Guardai Damiano.

«Non ne sapevo niente», disse immediatamente.

Bianca annuì. «Adesso lo so.»

«Come hai ottenuto i campioni?» chiesi.


Le lacrime le riempirono gli occhi.

«Gli spazzolini.»

Mi voltai, incapace di guardarla.

«Mara, pensavo che sarebbe finita lì. Poi, quando ricevetti il denaro, capii che qualcosa non andava. Il bonifico non proveniva da uno studio legale.»

«Da chi?»

Bianca andò verso un vecchio mobile, aprì un cassetto e tirò fuori una cartellina.

«Ho conservato tutto.»

Damiano si avvicinò.

Dentro c'erano ricevute, mail stampate e una copia del contratto che Bianca aveva firmato.

Il pagamento proveniva da una società chiamata Aurelia Consulting SA.


Damiano la riconobbe.

«Svizzera.»

«La stessa società che ricevette il milione e ottocentocinquantamila euro?» chiesi.

Lui annuì lentamente.

Bianca tirò fuori un altro foglio.

«Questo arrivò sei mesi dopo.»

Era una copia del risultato genetico.

Damiano era confermato come padre dei gemelli al 99,99%.

Ma sotto compariva un'altra analisi.

Una comparazione tra Damiano e Leone Valenti.

**Compatibilità biologica padre-figlio: esclusa.**

Damiano si immobilizzò.

«Cosa?»

Lessi di nuovo.

Leone non era suo padre.

Tutto ciò che avevamo appena creduto di capire crollò.

Bianca prese l'ultimo documento.

«Questo è il motivo per cui oggi vi ho detto di non fidarvi di nessuno.»

Era un secondo confronto genetico.

Il nome del soggetto maschile era stato oscurato.

Ma il risultato era inequivocabile.

**Probabilità di paternità biologica rispetto a Damiano Mercuri: 99,97%.**

Damiano fissò Bianca.

«Chi è?»

«Non lo so. Nel documento che ricevetti il nome era già cancellato.»

Poi Bianca girò il foglio.

Sul retro qualcuno aveva scritto a mano una sola frase.

**Alessandro lo sapeva. Per questo ha pagato Vassalli.**

Damiano prese il documento con mani tremanti.

In quel momento il campanello suonò.

Nessuno di noi si mosse.

Suonò di nuovo.

Poi una voce maschile arrivò da fuori.

«Bianca, sono io.»

Lei diventò bianca come il muro.

«Chi è?» chiesi.

Bianca mi afferrò il braccio.

«L'uomo che mi pagò per prendere il DNA.»

Damiano si voltò verso la porta.

Ma Bianca scosse la testa freneticamente.

«Non aprire.»

«Perché?»

Le sue dita si strinsero sul mio polso.

«Perché cinque anni fa si presentò come collaboratore di Vittorio Mercuri.»

Deglutì.

«Ma tre mesi fa ho scoperto il suo vero nome.»

Il campanello suonò una terza volta.

Bianca guardò Damiano.

«È Riccardo Vassalli.»

No comments yet