Divertimento

Cinque minuti dopo il divorzio, mio padre mi disse di cambiare tutti i PIN: quella sera il conto da 920.000 euro del mio ex fu rifiutato

Per alcuni secondi rimasi immobile con la fotografia tra le dita.

Mia madre sorrideva nell’immagine.

Indossava il cappotto color cammello che metteva quasi ogni mattina quando usciva per comprare il pane. Dietro di lei riconobbi immediatamente il piccolo bar all’angolo della sua strada, quello dove ordinava sempre un cappuccino senza zucchero.

La fotografia era stata scattata quella stessa mattina.

Non c’erano dubbi.

Sul retro, le sei parole sembravano bruciarmi tra le dita.

Cambia i PIN e lei muore.

Mio padre prese lentamente la fotografia.

Il suo viso cambiò.

Non vidi paura.


Vidi qualcosa che non gli avevo mai visto prima.

Colpa.

«Papà.»

Riccardo non rispose.

Si alzò dal tavolo e andò verso la finestra della cucina. Scostò appena la tenda, osservò la strada per pochi secondi, poi spense tutte le luci della stanza.

«Chiama tua madre.»

Presi subito il telefono.

Una volta.

Due.

Tre.


Nessuna risposta.

Alla quarta chiamata partì la segreteria.

Sentii lo stomaco stringersi.

«Forse sta dormendo.»

Mio padre si voltò.

«Tua madre non dorme mai con il telefono spento.»

Quelle parole mi fecero più paura della fotografia.

Provai di nuovo.

Niente.

Riccardo afferrò il suo cellulare e compose un numero che non conoscevo.


«Sono Ferri», disse appena qualcuno rispose. «Ho bisogno di una verifica immediata all’indirizzo di mia moglie.»

Silenzio.

«No. Non mandate una pattuglia con sirene. Voglio qualcuno in borghese.»

Lo fissai.

«Papà, cosa sta succedendo?»

Terminò la chiamata e appoggiò lentamente il telefono sul tavolo.

«Prima dobbiamo capire se tua madre è davvero in pericolo.»

«C’è una fotografia scattata stamattina.»

«Una fotografia dimostra che qualcuno la stava osservando. Non dimostra che l’abbiano presa.»

«E dovrebbe farmi sentire meglio?»


«No.»

La sua risposta fu immediata.

«Dovrebbe impedirti di fare esattamente quello che vogliono.»

Abbassai gli occhi verso la busta nera.

Fu allora che notai qualcosa.

Il mio nome era scritto nella grafia di Daniele.

Ma la frase sul retro della fotografia no.

Avevo visto migliaia di volte la sua calligrafia durante il nostro matrimonio.

Daniele scriveva inclinando leggermente le lettere verso destra.

Quelle parole erano dritte.


Quasi geometriche.

«Non l’ha scritto lui.»

Papà guardò la fotografia.

«Lo so.»

«Allora perché usare la sua grafia sulla busta?»

«Perché vogliono che tu creda che Daniele controlli tutto.»

Mi sentii gelare.

«E non è così?»

Riccardo tornò al tavolo.

«Daniele è coinvolto. Ma se Tommaso è davvero tornato, tuo marito potrebbe essere soltanto una parte di qualcosa di molto più vecchio.»


Il telefono di mio padre vibrò.

Lesse il messaggio.

Il colore gli tornò appena in volto.

«Tua madre è a casa.»

Chiusi gli occhi per un istante.

«Sta bene?»

«Un collega l’ha vista dalla finestra. Sta parlando al telefono.»

Inspirai lentamente.

Poi il mio cellulare squillò.

Numero sconosciuto.


Io e papà ci guardammo.

«Non rispondere», disse.

Il telefono smise.

Cinque secondi dopo arrivò un messaggio.

Hai dieci minuti per riattivare le carte.

Poi un secondo.

Nessuna polizia.

Poi un terzo.

Chiedi a Riccardo cosa successe nel 2014.

Guardai mio padre.


«Che cosa è successo nel 2014?»

Lui non disse nulla.

«Papà.»

«Non qui.»

«Questa è casa tua.»

«Appunto.»

Si avvicinò a un mobile antico accanto alla libreria e tirò fuori una piccola scatola di metallo.

Dentro c’erano tre telefoni vecchi, alcune chiavi e una chiavetta USB.

Prese uno dei telefoni.

«Andiamo.»


«Dove?»

«In un posto dove nessuno dovrebbe sapere che esiste.»

Ventidue minuti dopo stavamo attraversando Milano sulla vecchia Alfa Romeo di mio padre.

Non usammo i nostri telefoni.

Non parlammo quasi mai.

Io guardavo continuamente negli specchietti.

Ogni automobile dietro di noi mi sembrava sospetta.

Ogni moto che rallentava mi faceva trattenere il respiro.

Riccardo fece tre deviazioni senza spiegarmi nulla.

Alla fine entrammo nel parcheggio sotterraneo di un edificio commerciale apparentemente abbandonato nella periferia nord della città.


Scendemmo fino al secondo piano interrato.

Mio padre aprì una porta metallica con una delle chiavi della scatola.

Dietro c’era una piccola stanza con un tavolo, due sedie e un vecchio computer scollegato da qualsiasi rete.

«Cos’è questo posto?»

«Un archivio che avrei dovuto distruggere dodici anni fa.»

Posò la chiavetta USB sul tavolo.

«Quando Tommaso scomparve, tutti dissero che aveva rubato delle prove.»

«Anche tu.»

«Perché era quello che risultava dai documenti.»

«Ma non era vero.»

Riccardo mi guardò.

«Non completamente.»

Sentii un peso crescermi nel petto.

Inserì la chiavetta nel computer.

Sul monitor comparvero decine di cartelle numerate.

Una portava la data 17 ottobre 2014.

Mio padre la aprì.

Dentro c’erano fotografie di estratti conto, registrazioni audio e copie di trasferimenti bancari internazionali.

Una cifra compariva ripetutamente.

47.300.000 euro.

«Che cos’è?»

«Denaro proveniente da una rete di frodi societarie che stavamo seguendo allora.»

«Tommaso lavorava al caso?»

«Sì.»

Riccardo aprì un file.

Comparve l’immagine di un documento firmato.

Poi un’altra.

Poi un’altra ancora.

In fondo alla pagina vidi un nome.

Moretti.

Il cognome di Daniele.

Mi avvicinai allo schermo.

«La famiglia di Daniele era coinvolta?»

«Non direttamente.»

Papà fece scorrere il documento.

Un’altra firma apparve in basso.

Conti.

Vanessa.

O meglio, suo padre.

Mi girai verso mio padre.

«Tu sapevi chi era Daniele quando l’ho sposato?»

Il silenzio durò troppo.

«Papà.»

«Conoscevo il cognome.»

La rabbia esplose prima ancora che riuscissi a controllarla.

«E non mi hai detto niente?»

«Non avevo prove che Daniele fosse coinvolto.»

«Ma sapevi abbastanza da sospettare.»

«Sì.»

Mi allontanai dal tavolo.

Per la prima volta da quando il divorzio era diventato definitivo, non provai rabbia verso Daniele.

La provai verso mio padre.

«Mi hai lasciata sposare un uomo collegato a un’indagine che ha distrutto tuo fratello.»

Riccardo abbassò lo sguardo.

«Pensavo che Tommaso fosse morto.»

«E adesso?»

Prima che potesse rispondere, il vecchio telefono nella sua tasca vibrò.

Era impossibile.

Nessuno, secondo lui, conosceva quel numero.

Riccardo lo tirò fuori lentamente.

Sul display compariva un unico messaggio.

Hai finalmente aperto l’archivio.

Mio padre impallidì.

Poi arrivò una fotografia.

Mostrava noi due dentro quella stanza.

Scattata pochi secondi prima.

Mi voltai di scatto verso il soffitto.

Nell’angolo sopra la porta lampeggiava una minuscola luce rossa.

Una telecamera.

Il telefono vibrò ancora.

Questa volta c’erano solo quattro parole.

Emilia deve venire sola.

Subito dopo comparve un indirizzo.

Zurigo.

Lo stesso quartiere della banca privata davanti alla quale Daniele era stato fotografato con mio zio Tommaso.

Continuava — premi Parte 4 per leggere il seguito.

No comments yet