Divertimento

Cinque minuti dopo il divorzio, mio padre mi disse di cambiare tutti i PIN: quella sera il conto da 920.000 euro del mio ex fu rifiutato

Fissai la mia firma falsa finché le lettere smisero quasi di sembrare il mio nome.

Era perfetta.

Non semplicemente simile.

Perfetta.

Ogni curva della E.

La pressione più marcata sulla F.

Persino quel piccolo tratto finale che avevo cominciato a usare quando avevo vent’anni.

«Questa firma è stata presa da un originale», dissi.

Mio padre si avvicinò.

«Da quale documento?»


Pensai al divorzio.

Ai contratti della società.

Ai documenti bancari che Daniele aveva avuto davanti per anni.

Poi ricordai una cosa.

«Il contratto prematrimoniale.»

Vanessa sollevò lo sguardo.

«Daniele ne conservava una copia.»

«Non una copia.»

Sentii il gelo salirmi lungo la schiena.

«L’originale firmato.»


Riccardo guardò l’orologio.

11:03.

«Abbiamo ventisette minuti.»

Vanessa si alzò.

«Se andate in banca e contestate la firma prima dell’esecuzione, il trasferimento potrebbe essere bloccato.»

«Potrebbe?»

«Non so che tipo di mandato abbia presentato Daniele.»

«Tu sai molte cose per essere una persona che sostiene di essere stata usata.»

Vanessa incassò il colpo senza protestare.

«Ho passato tre mesi a cercare di capire quanto mi stesse mentendo.»


Mio padre prese la busta.

«Tu resti qui.»

Vanessa rise.

«Se mi lasciate qui, Daniele capirà che ho parlato.»

«Non è un problema nostro.»

«Lo diventa se io sono l’unica persona che può riconoscere Alberto Conti.»

Riccardo si fermò.

Io la guardai.

«Pensi che tuo padre sarà alla banca?»

«No.»


«Allora perché dovremmo portarti?»

Vanessa deglutì.

«Perché stamattina ho visto l’uomo che lo rappresenta.»

«Chi?»

Lei non rispose subito.

Poi pronunciò un nome.

«L’avvocato Giulio Serra.»

Papà diventò pallido.

«Impossibile.»

«Lo conosci?»


Riccardo mi guardò.

«Serra era il notaio che certificò il Fondo Ferri.»

Il tempo sembrò fermarsi.

«Quindi la persona che ha costruito il sistema di protezione del fondo potrebbe essere quella che ora sta cercando di trasferirlo.»

«O qualcuno sta usando anche lui.»

Vanessa scosse la testa.

«L’ho visto entrare nell’ufficio di Daniele tre settimane fa.»

Alle 11:18 arrivammo alla Banca Helvetia Privée.

L’edificio sembrava più un museo che una banca.

Marmo chiaro.


Vetro scuro.

Silenzio assoluto.

Appena dissi il mio nome alla reception, l’atmosfera cambiò.

Una dirigente ci condusse immediatamente in una sala riunioni al terzo piano.

«Signora Ferri, stavamo aspettando la sua presenza.»

«Non ho autorizzato alcun trasferimento.»

La donna non mostrò sorpresa.

«È proprio per questo che la procedura prevede una verifica finale.»

Mi porse un tablet.

Sul display appariva il valore del fondo aggiornato.


86.420.000 euro.

Sotto c’era il trasferimento richiesto.

Beneficiario finale: Helios Meridian Trust.

Giurisdizione: Liechtenstein.

«Chi controlla questo trust?»

«La struttura proprietaria è riservata.»

«Allora bloccatelo.»

La dirigente esitò.

«La richiesta è accompagnata da documentazione notarile valida e da una delega con doppia verifica.»

«Una firma è falsa.»


«Dovremo accertarlo.»

Papà posò entrambe le mani sul tavolo.

«Quanto tempo abbiamo?»

La donna guardò l’orologio.

«Nove minuti.»

Sentii il cuore accelerare.

«Chi è la seconda verifica?»

La dirigente aprì un fascicolo.

«Un custode storico del fondo.»

«Nome.»


«Tommaso Ferri.»

Papà inspirò bruscamente.

Vanessa impallidì.

«È qui?»

La dirigente non rispose.

La porta si aprì.

Daniele entrò.

Da solo.

Nessun sorriso.

Nessuna arroganza da Aurum Club.


Sembrava non dormire da giorni.

«Emilia.»

Mi alzai.

«Hai falsificato la mia firma.»

«No.»

«Il documento porta il tuo nome.»

«Perché doveva.»

«Questa sarebbe la tua difesa?»

Daniele chiuse la porta.

«Non sto cercando di rubarti il fondo.»

«Lo stai trasferendo in un trust segreto.»

«Per impedirgli di finire nelle mani sbagliate.»

Vanessa fece un passo avanti.

«Tu mi hai usata.»

Daniele la guardò appena.

«Vanessa, non adesso.»

«Mio padre è vivo?»

Per la prima volta vidi Daniele perdere il controllo.

Non rabbia.

Paura.

«Chi te l’ha detto?»

«Rispondi.»

Daniele guardò papà.

Poi me.

«Sì.»

Vanessa barcollò all’indietro.

Io strinsi i pugni.

«E Tommaso?»

«È vivo.»

«Lo so.»

Daniele mi fissò.

«No. Non sai tutto.»

La porta si aprì di nuovo.

Entrò un uomo anziano in un impeccabile abito blu.

Lo riconobbi da vecchie fotografie.

Giulio Serra.

Dietro di lui camminava mia madre.

«Mamma.»

Mi mossi verso di lei.

Lei mi abbracciò forte.

«Sto bene.»

«Tommaso dov’è?»

Mia madre guardò Serra.

L’avvocato appoggiò una cartella sul tavolo.

«Tommaso non verrà.»

Papà fece un passo avanti.

«Perché?»

Serra lo fissò.

«Perché sa che qualcuno in questa stanza lo ha tradito dodici anni fa.»

Nessuno parlò.

Sul muro, l’orologio digitale segnava 11:26.

Quattro minuti.

«Chi?» chiesi.

Serra aprì la cartella.

Dentro c’erano copie di rapporti interni della Guardia di Finanza.

Uno portava la firma di mio padre.

Riccardo Ferri.

«Nel 2014», disse Serra, «Tommaso scoprì che l’indagine era compromessa dall’interno. Preparò il registro completo dei nomi e decise di sparire.»

Guardai papà.

«Tu lo sapevi?»

«No.»

Serra fece scivolare un documento verso di noi.

«Qualcuno trasmise la posizione di Tommaso alla rete poche ore prima che scomparisse.»

La firma in fondo era di Riccardo.

Mio padre scosse la testa.

«Questo rapporto è falso.»

Serra annuì.

«La firma sì.»

Poi tirò fuori un’altra pagina.

«Ma il codice di autorizzazione no.»

Mio padre smise di respirare.

«Che codice?»

«Quello personale assegnato a Riccardo Ferri.»

Mi voltai verso di lui.

«Papà?»

«Qualcuno lo copiò.»

Serra abbassò lo sguardo.

«Solo tre persone avevano accesso a quel codice.»

Riccardo.

Tommaso.

E mia madre.

Guardai lentamente la donna che mi teneva ancora una mano.

Il suo volto si spezzò.

«Emilia...»

«Mamma.»

Lei cominciò a piangere.

«Io non volevo consegnarlo.»

Il mondo sembrò inclinarsi.

Papà la fissava come se non la riconoscesse.

«Che cosa hai fatto?»

«Mi dissero che avrebbero ucciso Emilia.»

Silenzio.

«Aveva dodici anni», sussurrò mia madre. «Mi mandarono fotografie della scuola. Degli orari. Della sua stanza.»

Papà fece un passo indietro.

Serra guardò l’orologio.

11:28.

«Due minuti.»

«Due minuti per cosa?» chiesi.

Daniele si avvicinò al tavolo.

«Per decidere.»

«Decidere cosa?»

«Se bloccare il trasferimento.»

«Ovviamente lo blocco.»

Daniele scosse la testa.

«Se lo blocchi, il fondo torna accessibile attraverso la struttura originale.»

«E quindi?»

Vanessa impallidì prima ancora che lui rispondesse.

«Helios Meridian», disse piano.

Daniele annuì.

«Non è il trust che sta cercando di rubare il denaro.»

Indicò il documento.

«È il rifugio che Tommaso ha costruito otto anni fa.»

Guardai Serra.

L’avvocato confermò con un lento cenno del capo.

«E la firma falsa?»

Daniele rispose.

«Non l’ho messa io.»

«Allora chi?»

Una voce arrivò dall’altoparlante della sala.

«Io.»

Tutti alzammo gli occhi.

Il sistema video si accese.

Sul monitor apparve un uomo anziano seduto in una stanza buia.

Vanessa portò una mano alla bocca.

«Papà.»

Alberto Conti era vivo.

E sorrideva.

«Buongiorno, Emilia», disse.

«Finalmente possiamo parlare del motivo per cui Daniele ti ha davvero sposata.»

Continua — premi Parte 8 per leggere il seguito.

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