Divertimento

Cinque minuti dopo il divorzio, mio padre mi disse di cambiare tutti i PIN: quella sera il conto da 920.000 euro del mio ex fu rifiutato

Rimasi a fissare l’indirizzo sullo schermo.

Zurigo.

La stessa città della fotografia.

La stessa rete di conti che mio padre aveva seguito dodici anni prima.

E, forse, l’unico posto in cui avrei potuto scoprire perché Daniele mi avesse sposata.

«Non ci vai», disse papà.

La sua voce era così ferma che per un istante tornai a sentirmi una ragazzina.

«Mi hanno chiesto di andare da sola.»

«Ed è esattamente per questo che non ci andrai.»

Indicai la minuscola telecamera sopra la porta.


«Sanno dove siamo. Conoscono il numero di quel telefono. Sanno che hai conservato l’archivio per dodici anni. A questo punto non credo che restare a Milano sia più sicuro.»

Riccardo strinse la mascella.

Poi afferrò una sedia, la trascinò sotto la telecamera e la strappò dal soffitto.

Dietro non c’era alcun trasmettitore visibile.

Solo un minuscolo cavo che scompariva nel muro.

Mio padre lo fissò.

«Questa telecamera non è stata installata oggi.»

La frase mi fece gelare.

«Quanto tempo è che non vieni qui?»

«Quasi tre anni.»


«Quindi qualcuno conosce questo posto almeno da allora.»

Papà non rispose.

Tornò al computer e iniziò ad aprire i documenti della cartella del 2014.

Io mi avvicinai.

Questa volta non guardavo più le cifre.

Guardavo i nomi.

Società.

Intermediari.

Consulenti.

Fondazioni.


Alcune erano state chiuse da anni.

Altre esistevano ancora.

Poi ne vidi una che riconobbi.

Villa Serena Holdings.

«Aspetta.»

Riccardo si fermò.

«Questa società la conosco.»

La usavamo nella mia azienda di design per alcune proprietà di clienti facoltosi. Avevo ricevuto pagamenti da Villa Serena Holdings almeno quattro volte negli ultimi cinque anni.

«Chi è il proprietario?»

Papà aprì un documento.


«Formalmente? Una fiduciaria svizzera.»

«E realmente?»

Scorse una serie di pagine.

«Nel 2014, la persona che ne controllava i movimenti era Alberto Conti.»

Il padre di Vanessa.

Mi sedetti lentamente.

Vanessa non era semplicemente la donna con cui mio marito mi aveva tradita.

La sua famiglia era collegata alla stessa rete che aveva distrutto quella di mio padre.

«Daniele e Vanessa si conoscevano prima di me?»

«Non lo so.»


«Scoprilo.»

Riccardo mi guardò.

Per la prima volta quella sera, vidi nei suoi occhi qualcosa che somigliava all’orgoglio.

Non perché stessi reagendo bene.

Ma perché avevo smesso di avere paura abbastanza a lungo da cominciare a fare le domande giuste.

Mio padre prese un secondo telefono dalla scatola e chiamò un vecchio contatto.

Mentre parlava, io continuai a esplorare i file.

Trovai una cartella con il nome di Tommaso.

Dentro c’era un’unica registrazione audio.

Data: 21 ottobre 2014.


Premetti play.

La voce di mio zio riempì la stanza.

Era più giovane, ma la riconobbi.

«Se Riccardo sta ascoltando questa registrazione, significa che qualcosa è andato storto.»

Mio padre interruppe la telefonata.

Si voltò lentamente.

Tommaso continuò.

«I soldi non sono il vero obiettivo. Sono il metodo. Stanno usando società, matrimoni, successioni e patrimoni familiari per spostare capitale senza attirare controlli immediati.»

Mi si seccò la bocca.

Poi arrivò la frase che cambiò tutto.


«Una parte delle prove è stata nascosta in un conto che non può essere aperto con una password.»

La registrazione si interruppe.

«È tutto?»

Papà controllò.

«Sì.»

«Che significa “non può essere aperto con una password”?»

Riccardo rimase in silenzio.

Poi guardò la fotografia di Daniele e Tommaso a Zurigo.

«Significa che potrebbe essere necessario qualcosa di fisico.»

«Una chiave?»


«O una persona.»

Il mio telefono personale, spento da quando avevamo lasciato casa, si accese improvvisamente.

Io non lo avevo toccato.

Lo schermo lampeggiò.

Una notifica.

Poi un’altra.

Papà lo prese immediatamente.

«Non è possibile.»

Sul display comparve un avviso bancario.

Tentativo di accesso al conto aziendale.


Milano.

Secondo tentativo.

Milano.

Terzo.

Poi un messaggio da un numero sconosciuto.

Se non vieni a Zurigo, tua madre paga per gli errori di Riccardo.

Sentii il sangue abbandonarmi il viso.

«Dobbiamo andare da lei.»

«No.»

«Papà—»


«Tua madre non è più a casa.»

Lo guardai.

«Cosa?»

«L’ho fatta trasferire dieci minuti fa.»

La rabbia si mescolò al sollievo.

«Dove?»

«Non te lo dirò finché non saremo sicuri che il tuo telefono non sia compromesso.»

Prima che potessi rispondere, il suo vecchio contatto richiamò.

Riccardo mise il vivavoce.

«Ho controllato Moretti e Conti», disse una voce maschile. «C’è qualcosa che dovete vedere.»

«Parla.»

«Daniele Moretti e Vanessa Conti non si sono conosciuti di recente.»

Sentii il cuore accelerare.

«Da quanto si conoscono?»

«Almeno quindici anni.»

Mio padre chiuse gli occhi.

La voce continuò.

«E c’è di più. Dodici anni fa erano entrambi presenti a Zurigo nello stesso periodo in cui Tommaso Ferri scomparve.»

Il silenzio nella stanza diventò pesante.

Quindici anni.

Daniele aveva sposato me otto anni prima.

Quindi Vanessa era entrata nella sua vita molto prima di me.

Non ero stata tradita alla fine del matrimonio.

Forse ero stata scelta dall’inizio.

«Mandami tutto», disse papà.

«Lo sto facendo.»

Arrivò un file.

Aprii la prima immagine.

Era una vecchia fotografia di sicurezza.

Daniele.

Vanessa.

Alberto Conti.

E, qualche passo dietro di loro, Tommaso.

Data: 18 ottobre 2014.

Luogo: stazione centrale di Zurigo.

«Papà.»

Riccardo non rispose.

Ingrandii l’immagine.

Tommaso non sembrava prigioniero.

Stava parlando con Daniele.

Quasi come se fossero alleati.

Poi notai qualcosa nella mano di mio zio.

Una piccola custodia di pelle rossa.

Papà si avvicinò allo schermo.

Il suo volto cambiò.

«Conosco quella custodia.»

«Cos’è?»

Riccardo impiegò qualche secondo prima di rispondere.

«Apparteneva a tua nonna.»

«E cosa conteneva?»

Mi guardò.

«Il certificato originale del fondo Ferri.»

Non avevo mai sentito quelle parole.

«Quale fondo?»

Papà fece un respiro lento.

«Quello che tua madre e io abbiamo nascosto quando eri ancora bambina.»

Prima che potessi parlare, un nuovo messaggio apparve sul telefono.

Questa volta non c’era testo.

Solo una fotografia.

Mia madre.

Seduta sul sedile posteriore di un’auto.

Viva.

Spaventata.

E accanto a lei, con una mano sulla spalla, c’era un uomo dai capelli ormai grigi.

Tommaso.

Sotto la foto comparve una sola frase.

Riccardo ti ha mentito più di Daniele.

Continua — premi Parte 5 per leggere il seguito.

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