Per alcuni secondi non riuscii nemmeno a respirare.
Continuavo a fissare la fotografia sullo schermo del telefono.
Carlo era lì.
O almeno, l’uomo nella foto aveva il suo volto, i suoi capelli leggermente spettinati e persino quel vecchio cappotto grigio che gli avevo visto indossare decine di volte.
Era in piedi davanti all’ingresso del mio palazzo.
Sotto l’immagine compariva un orario.
07:14.
Quella mattina.
«È impossibile», dissi.
Benedetti mi prese delicatamente il telefono senza toccare lo schermo più del necessario.
«Non cancelli nulla.»
«Io ero qui alle sette e un quarto.»
Mi voltai verso la porta.
«Qualcuno era fuori da casa mia.»
Benedetti ingrandì l’immagine.
«Guardi bene.»
Lo feci.
Più osservavo la fotografia, più qualcosa mi disturbava.
Il volto sembrava quello di Carlo, ma l’immagine era stata scattata da lontano e leggermente di lato. Una parte della faccia era nascosta dall’ombra del cappuccio.
«Potrebbe non essere lui», dissi.
«È quello che dobbiamo scoprire.»
Il telefono vibrò di nuovo.
Stesso numero.
Questa volta c’era solo una frase.
NON TUTTI I MORTI SONO DAVVERO MORTI.
Sentii il sangue gelarmi.
Benedetti fotografò lo schermo con il proprio telefono.
«Da questo momento non risponda a nessun messaggio.»
«Chi sa che sono sua moglie?»
Lui sollevò lentamente gli occhi.
Quella domanda sembrava preoccuparlo più della fotografia.
«Il matrimonio era legalmente registrato. Ma Carlo mi aveva ordinato di non comunicarlo a nessuno fino alla sua morte.»
«Nessuno?»
«Nessuno all’interno dell’azienda.»
Mi tornò in mente la cartella di pelle.
Carlo in mezzo a uomini potenti.
Carlo proprietario di centinaia di milioni.
Carlo che beveva tè con me in un salotto troppo piccolo, indossando maglioni consumati.
«Quindi qualcuno ci stava già osservando.»
Benedetti non rispose.
Il silenzio bastò.
Andammo immediatamente nell’ufficio amministrativo del mio palazzo.
Il portiere mi conosceva e, quando Benedetti mostrò il proprio tesserino professionale, accettò di farci vedere le registrazioni delle telecamere esterne.
Alle 07:09 apparve un uomo.
Cappotto grigio.
Corporatura simile a quella di Carlo.
Camminava lentamente lungo il marciapiede.
Mi avvicinai allo schermo.
«Fermi.»
L’addetto bloccò il video.
L’uomo aveva una mano nella tasca destra.
L’altra era stretta lungo il fianco.
Sentii un nodo formarsi in gola.
Carlo faceva sempre così quando aveva dolore.
Ma c’era qualcosa di sbagliato.
«Torna indietro.»
Rivedemmo la sequenza.
L’uomo passava davanti alla telecamera, si fermava per quasi trenta secondi davanti all’ingresso, poi si allontanava.
Non entrava.
Non suonava.
Non guardava direttamente verso l’obiettivo.
E soprattutto…
«Carlo trascinava leggermente la gamba sinistra negli ultimi giorni», dissi.
Benedetti annuì.
L’uomo nel video zoppicava con la destra.
Qualcuno lo stava imitando.
Sentii quasi sollievo.
Quasi.
Perché significava che una persona conosceva abbastanza bene Carlo da sapere come si vestiva, come teneva le mani e persino come camminava.
Solo che non lo conosceva abbastanza da ricordare quale gamba gli facesse male.
«Dobbiamo andare a casa sua», dissi.
Benedetti mi guardò.
«Pensavo che avrebbe detto esattamente questo.»
La piccola casa sembrava identica all’ultima volta in cui vi ero entrata.
La tazza che Carlo usava sempre era ancora accanto al lavello.
Il gioco da tavolo che non avevamo finito era rimasto sul tavolino.
Per un momento dimenticai il patrimonio, il testamento e i messaggi.
Vidi soltanto il mio amico.
L’uomo che avevo sposato perché non voleva morire solo.
Mi sedetti sulla sua poltrona.
Poi notai qualcosa.
La scatola di legno accanto al divano era aperta.
«Quella era sempre chiusa.»
Benedetti si avvicinò.
Dentro c’erano confezioni di medicinali, ricevute della farmacia e un piccolo quaderno.
Sfogliai le pagine.
Carlo annotava ogni compressa che prendeva.
Orario.
Dose.
Effetti collaterali.
Negli ultimi cinque giorni, accanto ad alcune righe, compariva una sigla.
L.V.
«Sa cosa significa?»
Scossi la testa.
Benedetti invece impallidì.
«Lorenzo Valli.»
«Chi è?»
«Direttore operativo della Carli Tecnologie Mediche.»
Sentii il cuore accelerare.
«Carlo lo vedeva?»
«Credevo di no.»
Cercammo ancora.
Sotto le confezioni trovai una piccola chiave.
Apriva un cassetto della scrivania.
All’interno c’era un registratore digitale.
Premetti il pulsante.
Per alcuni secondi sentimmo soltanto il respiro affaticato di Carlo.
Poi arrivò la sua voce.
«Se qualcuno sta ascoltando questa registrazione, significa che Benedetti ha seguito le mie istruzioni.»
Mi portai una mano alla bocca.
La voce continuò.
«Non fidarti del certificato di morte. E soprattutto non credere che la persona che ha messo il farmaco nel mio sangue volesse soltanto uccidermi.»
Un rumore metallico interruppe la registrazione.
Poi Carlo disse qualcosa che mi fece venire i brividi.
«Volevano costringermi a cambiare il testamento.»
La registrazione terminò.
Guardai Benedetti.
«Cambiarlo a favore di chi?»
Lui non rispose subito.
Aprì lentamente la cartella che aveva portato con sé e tirò fuori una copia di un documento.
«Tre settimane prima che lei incontrasse Carlo, qualcuno presentò al mio studio una bozza di nuovo testamento.»
«Qualcuno?»
Benedetti fece scivolare il foglio verso di me.
In fondo alla pagina c’era il nome del beneficiario proposto.
Carli Tecnologie Mediche — Fondo Direzione Straordinaria.
«Che cos’è?»
«Un fondo controllato da tre dirigenti dell’azienda.»
Indicò il primo nome.
Lorenzo Valli.
Il secondo era quello del direttore finanziario.
Il terzo mi fece smettere di respirare.
Conoscevo quel cognome.
Lo avevo visto per tutta la mia infanzia.
Era lo stesso cognome che mio padre aveva prima di cambiarlo.
Alzai lentamente lo sguardo.
«Perché uno dei dirigenti dell’azienda di Carlo porta il cognome originale di mio padre?»
Benedetti diventò pallido.
Prima che potesse rispondere, sentimmo un rumore provenire dal piano superiore.
Un passo.
Poi un altro.
Qualcuno era dentro la casa con noi.
Continua — premi Parte 4 per continuare a leggere.







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