Divertimento

Ho sposato un uomo che stava morendo per esaudire il suo ultimo desiderio — dopo il funerale, il suo avvocato bussò alla mia porta con una lettera che Carlo aveva nascosto fino all’ultimo

Fissai il riflesso nel vetro finché gli occhi iniziarono a bruciarmi.

Era mio padre.

Più vecchio di come lo ricordavo, i capelli quasi completamente grigi, il volto scavato.

Ma era lui.

Non avevo alcun dubbio.

«Era nel suo ufficio.»

Benedetti prese il telefono dalle mie mani e ingrandì la fotografia.

«Non necessariamente dentro.»

Indicò il vetro alle mie spalle.

«Il riflesso potrebbe provenire dal corridoio.»


Mi voltai verso la porta.

All’improvviso mi sembrò che ogni angolo dello studio nascondesse qualcuno.

«Quindi ci stava osservando.»

«Sì.»

«E poi Valli è entrato nell’archivio usando la sua vecchia tessera.»

Benedetti rimase in silenzio.

«Dica qualcosa.»

«Sto cercando di non arrivare a una conclusione prima delle prove.»

«Carlo è morto. Mia madre potrebbe essere stata avvelenata. Mio padre ha mentito per tutta la mia vita e ora compare mentre qualcuno mi minaccia. Di quante prove ha bisogno?»

La mia voce si spezzò sull’ultima parola.


Benedetti non reagì.

Prese semplicemente il proprio cappotto.

«Venga con me.»

«Dove?»

«C’è una cosa che Carlo mi ordinò di fare soltanto se lei avesse riconosciuto suo padre.»

Quella frase mi fece gelare.

«Un’altra busta?»

«No.»

Mi portò nel parcheggio sotterraneo.

Salimmo sulla sua auto e guidammo per quasi quaranta minuti fuori città.


Non mi disse dove stavamo andando.

Attraversammo una zona industriale, poi una strada secondaria circondata da capannoni quasi abbandonati.

Infine Benedetti si fermò davanti a un piccolo deposito.

Sul cancello non c’era alcun logo.

Solo un numero.

17.

«Che cos’è questo posto?»

«Carlo lo affittò personalmente diciotto anni fa.»

Benedetti inserì un codice.

La serratura scattò.


All’interno non trovammo denaro, opere d’arte o oggetti appartenuti a un uomo da quattrocento milioni.

C’erano scaffali.

Scatole.

Decine di scatole.

Ognuna portava una data.

Benedetti accese le luci.

«Carlo chiamava questo posto l’archivio fantasma.»

Mi avvicinai alla scatola più vecchia.

Sul lato era scritto l’anno della morte di mia madre.

«Che cosa conservava qui?»


«Tutto ciò che non voleva finisse nei sistemi dell’azienda.»

Aprii la scatola.

Documenti clinici.

Fatture.

Rapporti interni.

Fotografie di confezioni farmaceutiche.

E una serie di fascicoli contrassegnati con codici di pazienti.

«Questi sono dati medici.»

«Copie», disse Benedetti. «Carlo sospettava che alcuni risultati originali fossero stati modificati.»

Mi tornò in mente l’appunto della notte prima della morte di mia madre.


Qualcuno sta modificando i risultati clinici.

Cominciai a capire.

«Mia madre aveva scoperto questo.»

«Probabilmente.»

«Che ruolo aveva nell’azienda?»

Benedetti mi guardò.

«Non lavorava per l’azienda.»

La risposta mi sorprese.

«Allora come poteva avere accesso ai dati?»

«Attraverso suo marito.»


Mi irrigidii.

«Mio padre.»

Benedetti annuì.

«Roberto Rinaldi era uno dei primi consulenti finanziari e amministrativi della società. All’epoca Carlo era ancora un medico-imprenditore con una piccola struttura. Suo padre gestiva contratti, sperimentazioni e rapporti con alcuni ospedali.»

Presi un fascicolo a caso.

Dentro c’erano risultati di una sperimentazione clinica di un vecchio dispositivo cardiaco.

Alcune pagine erano segnate in rosso.

EVENTO AVVERSO NON DICHIARATO.

«Che cosa stavano nascondendo?»

«Non lo so con certezza.»


«Carlo lo sapeva.»

«Alla fine sì. Ed è per questo che tentò di chiudere il progetto.»

Sfogliai un altro documento.

Compariva il nome di Lorenzo Valli.

Aveva lavorato per l’azienda già allora.

Molto prima di diventare direttore operativo.

«Valli era coinvolto fin dall’inizio.»

«Sì.»

Poi vidi una firma.

Roberto Rinaldi.


Mio padre aveva autorizzato il trasferimento di alcuni dossier clinici.

Mi mancò il fiato.

«Quindi era parte di tutto.»

«Continui a leggere.»

Lo feci.

Tre pagine dopo trovai un memorandum scritto da mio padre.

Richiesta immediata di sospensione del progetto.

Rischio per i pazienti non dichiarato.

Dati alterati senza autorizzazione.

Mi fermai.


Lessi di nuovo.

«Lui cercò di fermarlo.»

Benedetti annuì.

Il terreno sotto i miei piedi sembrò spostarsi.

«Ma Carlo mi ha scritto che mio padre lo teneva lontano da me.»

«Le due cose possono essere vere contemporaneamente.»

Non volevo accettarlo.

Volevo un colpevole semplice.

Un uomo malvagio che aveva distrutto tutto.

Invece ogni nuova prova rendeva mio padre più difficile da capire.

Aprii un fascicolo con il nome di mia madre.

Dentro trovai copie delle lettere che aveva spedito a Carlo.

In una di esse aveva scritto:

Roberto vuole andare alla polizia. Dice che Valli ha falsificato le autorizzazioni e che ci useranno come capri espiatori se tutto verrà fuori.

Sentii la gola chiudersi.

Un’altra lettera era datata due giorni prima della sua morte.

Non mi fido più di nessuno. Roberto ha paura. Carlo, se succede qualcosa, proteggi nostra figlia.

Mi appoggiai allo scaffale.

«Mia madre si fidava ancora di lui.»

«A quanto pare.»

«Allora perché dopo la sua morte mio padre mi ha nascosta a Carlo?»

Benedetti non rispose.

Ma avevo già trovato qualcosa.

Sul fondo della scatola c’era una busta con scritto il nome di mio padre.

Dentro c’era una lettera mai spedita.

Carlo l’aveva scritta pochi mesi dopo la morte di mia madre.

Roberto, so che sei stato tu a portarla via quella notte. So anche perché sei fuggito con la bambina. Ma non puoi continuare a nasconderla per sempre. Se Valli scopre dove siete, non smetterà.

Mi sedetti sul pavimento.

«Mio padre non mi nascondeva da Carlo.»

Benedetti si abbassò accanto a me.

«No.»

La verità mi colpì lentamente.

«Mi nascondeva da Valli.»

Per la prima volta da quando era iniziato tutto, sentii qualcosa di diverso dalla rabbia.

Paura.

Una paura molto più profonda.

Perché se mio padre aveva trascorso anni a tenermi lontana da quell’uomo, allora Valli non stava semplicemente cercando l’eredità di Carlo.

Cercava me.

Il mio telefono vibrò.

Numero sconosciuto.

Benedetti mi fece cenno di non rispondere.

Ma questa volta non era un messaggio.

Era una chiamata.

Guardai lo schermo.

Poi accettai.

«Pronto?»

Per qualche secondo ci fu soltanto silenzio.

Poi sentii una voce che non ascoltavo da undici anni.

«Non dire a Benedetti dove sei.»

Mi si fermò il respiro.

«Papà.»

Dall’altra parte mio padre inspirò profondamente.

«Ascoltami. Carlo ha commesso un errore lasciandoti quelle quote. Ora Valli non può prendere il controllo dell’azienda finché tu sei viva.»

Sentii Benedetti irrigidirsi accanto a me.

«Sei stato tu a mandarmi le minacce?»

«No.»

«Ti ho visto nella fotografia.»

«Lo so. Ti stavo seguendo perché sapevo che lui avrebbe fatto lo stesso.»

«Perché hai usato Valli per rubare i dossier?»

Un silenzio.

Poi mio padre disse:

«Non gli ho dato quella tessera. Me l’ha rubata undici anni fa, la notte in cui ho capito che non sarei mai riuscito a fermarlo dall’interno.»

La porta metallica del deposito sbatté improvvisamente alle nostre spalle.

Benedetti si voltò.

Qualcuno aveva chiuso il cancello esterno.

Le luci si spensero.

Nel telefono, mio padre gridò:

«Esci subito da lì! Valli conosce l’archivio!»

Poi la linea cadde.

Nel buio sentii un rumore.

Passi.

Non provenivano dall’esterno.

Qualcuno era già dentro.

Continua — premi Parte 7 per continuare a leggere.

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