Per qualche secondo non riuscii a staccare gli occhi da quella parola.
AVVELENAMENTO.
La lessi una seconda volta.
Poi una terza.
«No.»
La mia voce uscì così piano che quasi non la riconobbi.
«Mia madre morì in macchina. Mio padre disse che aveva perso il controllo tornando a casa.»
Benedetti spinse lentamente la cartella verso di me.
«L’incidente avvenne. Ma non fu necessariamente la causa di tutto.»
Aprii il rapporto.
Le mani mi tremavano tanto che dovetti appoggiare i fogli sul tavolo.
L’autopsia originale riportava concentrazioni anomale di un composto appartenente alla stessa famiglia di farmaci cardiaci trovata nel sangue di Carlo.
Mi si gelò la schiena.
«Lo stesso farmaco?»
«Non posso dire che fosse esattamente la stessa sostanza senza una nuova analisi», rispose Benedetti. «Ma il meccanismo era compatibile.»
Mi alzai bruscamente.
«Quindi qualcuno potrebbe aver fatto a Carlo quello che era stato fatto a mia madre.»
Benedetti non rispose.
E quel silenzio mi spaventò più di qualsiasi conferma.
Continuai a leggere.
Il rapporto descriveva vertigini, possibile alterazione del ritmo cardiaco e perdita improvvisa di coscienza prima dell’impatto.
Poi arrivai a una pagina diversa.
Una nota del medico legale.
Richiesta di ulteriori accertamenti tossicologici.
Sotto c’era un timbro.
ACCERTAMENTI NON AUTORIZZATI.
«Chi li bloccò?»
Benedetti indicò una firma quasi illeggibile.
Non era di mio padre.
Era di un uomo che, all’epoca, sedeva nel consiglio amministrativo di una piccola azienda biomedicale.
L’azienda che anni dopo sarebbe diventata Carli Tecnologie Mediche.
Mi lasciai cadere sulla sedia.
«Carlo lo sapeva.»
«Non subito.»
«Ma alla fine lo scoprì.»
Benedetti annuì.
«Sua madre telefonò a Carlo la sera prima di morire.»
Mi voltai verso di lui.
«Come lo sa?»
Aprì un’altra sezione della cartella.
C’era una copia di un vecchio registro telefonico.
Una chiamata durata diciassette minuti.
«Carlo conservò tutto.»
«Di cosa parlarono?»
«Non esiste una registrazione.»
Abbassai lo sguardo.
Per un attimo provai una delusione assurda, quasi infantile.
Volevo sentire la voce di mia madre.
Volevo che una donna morta quando avevo sei anni comparisse all’improvviso da qualche parte e mi spiegasse tutto.
Ma Benedetti prese un foglio piegato.
«Esiste però questo.»
Era una pagina scritta a mano da Carlo.
Un appunto fatto quella stessa notte.
Mia sorella ha paura. Dice che Roberto ha scoperto che ha copiato i dati. Dice che qualcuno sta modificando i risultati clinici.
Il cuore mi martellò.
«Quali risultati?»
Benedetti scosse la testa.
«Carlo non lo specificò.»
Continuai.
Se le succede qualcosa, devo trovare la bambina prima che lo facciano loro.
La bambina.
Io.
Dovetti posare il foglio.
«Mio padre mi ha portata via per impedire a Carlo di trovarmi.»
«È ciò che Carlo credeva.»
«E lei?»
Benedetti esitò.
«Io credo che Carlo abbia passato vent’anni cercando di dimostrarlo.»
La rabbia cominciò a sostituire la paura.
Tutto ciò che ricordavo della mia infanzia cambiava forma.
Le scuole diverse.
I traslochi improvvisi.
Mio padre che insisteva perché non lasciassi mai il nostro indirizzo ai vecchi amici.
Le fotografie di mia madre sparite dagli scatoloni.
Le lettere che diceva fossero pubblicità e buttava senza aprirle davanti a me.
Per anni avevo creduto che fosse semplicemente un uomo distrutto dal dolore.
Ora non sapevo più cosa credere.
Il telefono di Benedetti squillò.
Guardò il display e il suo volto cambiò.
«È il mio studio.»
Rispose.
Ascoltò senza parlare per quasi venti secondi.
Poi si alzò.
«Non toccate nulla. Arrivo subito.»
Chiuse la chiamata.
«Che cosa è successo?»
«Qualcuno è entrato nel mio archivio.»
Sentii un brivido.
«Cosa hanno preso?»
Benedetti guardò la cartella davanti a noi.
«Non lo so ancora.»
Andammo insieme.
Quando arrivammo, la porta dell’archivio non presentava segni di effrazione.
La serratura era intatta.
La segretaria di Benedetti ci aspettava nel corridoio.
«Ho trovato tutto così.»
All’interno, diversi cassetti erano stati aperti.
Ma niente era stato rovesciato.
Chiunque fosse entrato sapeva esattamente cosa cercare.
Benedetti controllò una scaffalatura.
Poi una seconda.
Infine rimase immobile davanti a uno spazio vuoto.
«Manca il fascicolo sanitario originale di Carlo.»
«Solo quello?»
«E una copia del vecchio dossier di sua madre.»
Mi sentii improvvisamente osservata.
«Quindi sanno che abbiamo collegato le due morti.»
Benedetti si voltò verso la telecamera di sicurezza nel corridoio.
«Vediamo chi è entrato.»
La registrazione mostrava un uomo con un completo scuro arrivare alle 16:42.
Non aveva forzato la porta.
Aveva usato una tessera elettronica.
«Chi possiede quella tessera?» chiesi.
La segretaria controllò il registro degli accessi.
Poi impallidì.
«Avvocato… questa tessera risulta disattivata da undici anni.»
Benedetti le prese il foglio.
Sul registro compariva il nome dell’ultimo titolare autorizzato.
Roberto Rinaldi.
Mio padre.
Il mondo sembrò stringersi intorno a me.
«È stato qui?»
«Aspetti.»
Benedetti ingrandì il fotogramma.
L’uomo aveva la stessa corporatura di mio padre.
Ma mentre usciva dall’archivio, voltò per un istante il viso verso la telecamera.
Non era lui.
Era Lorenzo Valli.
Il direttore operativo della Carli Tecnologie Mediche.
L’uomo le cui iniziali comparivano quattro volte nel quaderno di Carlo.
L’uomo che lo aveva visitato nei giorni in cui si era sentito male.
«Ha usato la tessera di mio padre.»
Benedetti annuì lentamente.
«Oppure suo padre gliel’ha data.»
Quella possibilità mi fece ancora più male.
Prima che potessi parlare, il telefono di Benedetti vibrò.
Un nuovo messaggio.
Questa volta era indirizzato a lui.
Una sola fotografia.
Mostrava me, seduta nel suo ufficio meno di un’ora prima, con il rapporto autoptico di mia madre tra le mani.
Sotto c’era scritto:
SMETTETE DI CERCARE NEL PASSATO.
ALTRIMENTI LA PROSSIMA AUTOPSIA SARÀ LA SUA.
Rimasi immobile.
Non per la minaccia.
Ma per un dettaglio nell’angolo della fotografia.
Nel riflesso del vetro dietro di me si vedeva chiaramente chi l’aveva scattata.
Un uomo che conoscevo.
Un uomo che credevo di non vedere da undici anni.
Mio padre.
Continua — premi Parte 6 per continuare a leggere.







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