I passi si fermarono.
Benedetti mi afferrò per un braccio e mi trascinò dietro una fila di scaffali.
Nel buio riuscivo a sentire il suo respiro.
Poi una luce bianca attraversò il deposito.
Una torcia.
Qualcuno avanzava lentamente tra le scatole.
Non stava cercando noi.
Stava leggendo le etichette.
Una dopo l’altra.
Anno.
Progetto.
Codice.
«Sa esattamente cosa vuole», sussurrai.
Benedetti indicò silenziosamente il fondo del corridoio.
Ricordavo di aver visto una porta antincendio quando eravamo entrati.
Cominciammo a muoverci senza fare rumore.
Tre metri.
Cinque.
Poi il mio piede urtò qualcosa.
Una cartellina cadde a terra.
Il rumore sembrò esplodere nel silenzio.
La torcia si voltò verso di noi.
«Fermi.»
Riconobbi immediatamente quella voce.
Lorenzo Valli.
«Signora Carli», disse. «Non renda tutto più difficile del necessario.»
Il modo in cui pronunciò il mio nuovo cognome mi fece rabbrividire.
Benedetti si mise davanti a me.
«La polizia sa dove siamo.»
Valli rise piano.
«No, avvocato. La polizia sa dove si trova il suo telefono.»
Benedetti infilò una mano nella tasca.
Il cellulare non c’era più.
«Il parcheggio», mormorò.
Qualcuno doveva averglielo sottratto prima che partissimo.
Il mio, invece, era ancora stretto nella mano.
Senza farmi vedere, abbassai la luminosità dello schermo e cercai il numero di mio padre.
«Mi serve una sola scatola», continuò Valli.
«Quale?» chiesi.
«Quella che sua madre non avrebbe mai dovuto aprire.»
Quelle parole mi fermarono.
«L’hai uccisa tu?»
Per la prima volta Valli non rispose immediatamente.
«Sua madre ha fatto una scelta molto pericolosa.»
«Non è una risposta.»
«È l’unica che avrà da me.»
Premetti il pulsante di chiamata e lasciai il telefono nella tasca del cappotto.
Non sapevo se mio padre avrebbe risposto.
Pregai soltanto che ascoltasse.
Valli avanzò.
Ora riuscivo a vedere metà del suo volto.
Sembrava tranquillo.
Non la tranquillità di un innocente.
Quella di un uomo convinto di avere ancora il controllo.
«Carlo avrebbe dovuto lasciar morire il passato», disse. «Invece ha passato vent’anni a conservarlo in scatole.»
«E quando ha capito che stava per morire hai cercato di costringerlo a cambiare testamento.»
Il suo sguardo cambiò appena.
Avevo colpito qualcosa.
«Carlo era malato. Confuso.»
«Abbastanza lucido da registrarti.»
Era una bugia.
Nel registratore Carlo non aveva pronunciato il nome di Valli come autore dell’avvelenamento.
Ma Valli non poteva saperlo.
Il suo volto si irrigidì.
«Dov’è il registratore?»
Benedetti mi guardò per una frazione di secondo.
Bastò.
Valli capì.
«Quindi esiste davvero.»
Avevo commesso un errore.
Ma anche lui.
Fino a quel momento non sapeva cosa avessimo trovato.
«Sei stato tu a mettere il farmaco nelle medicine di Carlo», dissi.
Valli strinse la mascella.
«Io cercavo di fargli capire che senza di me l’azienda sarebbe crollata.»
«Avvelenandolo?»
«Dandogli una ragione per smettere di combattere.»
Quelle parole rimasero sospese nell’aria.
Benedetti parlò lentamente.
«Ha appena ammesso di averlo drogato.»
Valli fece un passo verso di lui.
«Ho ammesso che un uomo morente aveva perso il controllo della società che avevo contribuito a costruire.»
«Carlo l’ha fondata.»
«E io l’ho resa potente.»
Il rancore nella sua voce era vecchio.
Molto più vecchio del testamento.
Improvvisamente capii che non si trattava soltanto di quattrocento milioni.
Valli credeva che l’azienda gli appartenesse.
E Carlo, lasciando a me le sue quote, gli aveva tolto l’ultima possibilità di controllarla.
«Per questo hai bisogno che io muoia.»
Valli mi fissò.
«Ho bisogno che lei firmi.»
Estrasse dalla tasca alcuni fogli piegati.
«Rinuncia all’eredità. Trasferimento delle quote al Fondo Direzione Straordinaria. Dopodiché potrà andarsene.»
Quasi risi.
«È la stessa cosa che volevi far firmare a Carlo.»
«Lui ha scelto di essere testardo.»
«Ed è morto.»
Silenzio.
Fu in quel momento che udii qualcosa provenire dalla tasca.
Una voce minuscola.
«Continua a farlo parlare.»
Mio padre.
La chiamata era aperta.
Valli la sentì.
Si lanciò verso di me.
Io indietreggiai e Benedetti gli si mise davanti.
Ci fu una colluttazione breve, caotica.
Una scatola cadde.
I documenti si sparsero sul pavimento.
Io corsi verso la porta antincendio.
La spinsi.
Bloccata.
Valli aveva previsto anche quella via d’uscita.
Poi sentii un tonfo.
Mi voltai.
Benedetti era a terra.
Valli aveva raccolto il mio telefono.
Guardò il display.
«Roberto.»
Portò il telefono all’orecchio.
«Sono passati vent’anni e ancora non sai quando smettere.»
La voce di mio padre arrivò abbastanza forte da farmi sentire ogni parola.
«Questa volta ho smesso di nascondermi.»
Valli sorrise.
«Allora vieni a prenderla.»
«Sono già qui.»
Un rumore violentissimo scosse il cancello esterno.
Valli si voltò.
Un secondo colpo.
Poi un terzo.
La serratura cedette.
Mio padre entrò nel deposito accompagnato da due agenti di polizia.
Per un attimo nessuno si mosse.
Poi Valli lasciò cadere il telefono.
Gli agenti lo immobilizzarono.
Io rimasi a fissare mio padre.
Undici anni.
Undici anni senza vederlo.
Avrei voluto gridargli contro.
Abbracciarlo.
Chiedergli perché mi avesse abbandonata.
Invece dissi soltanto:
«Mamma.»
Il suo volto crollò.
«Lo so.»
«Dimmi la verità.»
Mio padre chiuse gli occhi.
«Tua madre non aveva copiato soltanto i dati clinici.»
Si avvicinò alla scatola che Valli aveva cercato.
La aprì.
Dentro c’era una piccola custodia sigillata.
«Aveva copiato anche i registri che dimostravano chi aveva ordinato di alterare i test.»
Benedetti, ancora dolorante, si rialzò.
«Valli?»
Mio padre scosse lentamente la testa.
«Valli eseguiva gli ordini.»
Sentii il sangue gelarmi.
«Di chi?»
Mio padre aprì la custodia.
Dentro c’era una vecchia chiavetta dati e una fotografia.
Nella foto c’erano Carlo, mia madre, mio padre e Valli.
Accanto a loro c’era un quinto uomo.
Ma il volto era stato cerchiato in rosso.
Sul retro mia madre aveva scritto una frase.
SE MI SUCCEDE QUALCOSA, È COMINCIATO TUTTO CON LUI.
Guardai mio padre.
«Chi è?»
Lui mi fissò con gli occhi pieni di qualcosa che somigliava a vergogna.
«L’uomo che Carlo ha protetto per tutta la vita.»
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