Benedetti portò un dito alle labbra.
Il rumore proveniente dal piano superiore cessò.
Per alcuni secondi sentii soltanto il battito del mio cuore.
Poi il pavimento scricchiolò di nuovo.
Qualcuno si stava muovendo verso le scale.
Benedetti mi afferrò per il polso e mi trascinò dietro la parete del corridoio.
«Chiami la polizia», sussurrò.
Avevo appena sbloccato il telefono quando una figura comparve in cima alle scale.
Era un uomo alto, vestito di nero, con un berretto calato sulla fronte.
Quando ci vide, esitò.
«Fermo!» gridò Benedetti.
L’uomo si voltò e corse verso il retro della casa.
Lo sentimmo attraversare una stanza, poi un vetro infrangersi.
Quando raggiungemmo la cucina, la finestra posteriore era spalancata.
L’uomo era già scomparso nel giardino.
Sul pavimento c’erano frammenti di vetro e una cartellina caduta.
Benedetti la raccolse con un fazzoletto.
«Non la tocchi.»
La copertina riportava il logo della Carli Tecnologie Mediche.
All’interno c’erano fotografie della casa.
Fotografie di Carlo.
E fotografie mie.
Mi vidi uscire dal supermercato.
Entrare nel programma di assistenza domiciliare.
Sedermi in un bar.
Una foto risaliva a quasi un anno prima che conoscessi Carlo.
Sentii il gelo risalirmi lungo la schiena.
«Mi stavano seguendo prima ancora che iniziassi ad assisterlo.»
Benedetti sfogliò rapidamente il resto della cartella.
In fondo trovò una pagina stampata.
PROGRAMMA DI AVVICINAMENTO — SOGGETTO COMPATIBILE.
Sotto c’era il mio nome.
«Carlo ha scritto che il nostro incontro non era casuale», dissi. «Ma questo sembra molto più organizzato di quanto mi abbia raccontato.»
Benedetti rimase in silenzio.
«Lei sapeva qualcosa?»
«Sapevo che Carlo aveva chiesto informazioni sul suo programma di volontariato.»
«Ha organizzato lui tutto questo?»
«Non queste fotografie.»
La sua risposta arrivò troppo velocemente.
Lo fissai.
«Come fa a esserne sicuro?»
Benedetti indicò un piccolo codice stampato nell’angolo inferiore delle pagine.
CTM-SIC.
«Sicurezza interna aziendale.»
Il mio stomaco si strinse.
«Quindi qualcuno nell’azienda mi teneva sotto controllo.»
«Da molto prima del matrimonio.»
Arrivò la polizia.
Raccontammo dell’intruso, consegnammo la cartella e mostrammo i messaggi ricevuti dal numero sconosciuto.
Uno degli agenti controllò il giardino e trovò impronte vicino alla recinzione, ma nessuna automobile era rimasta nei dintorni.
Prima di andarsene, mi consigliò di non tornare a casa da sola.
Benedetti fu ancora più categorico.
«Stanotte non dormirà nel suo appartamento.»
«Non voglio scappare.»
«Non è scappare. Qualcuno ha fotografato casa sua questa mattina e ora ha cercato qualcosa qui. Non sappiamo cosa.»
Guardai il registratore digitale.
Forse lo sapevo.
Carlo aveva lasciato qualcosa che qualcuno voleva recuperare prima di me.
Tornammo nello studio.
Controllai ogni pagina del piccolo quaderno.
Le iniziali L.V. comparivano quattro volte.
Sempre accanto a giorni in cui Carlo aveva scritto di aver avuto nausea improvvisa, vertigini o un battito irregolare.
Ma una quinta annotazione mi fece fermare.
Tre giorni prima della sua morte aveva scritto:
L.V. insiste ancora. Dice che R. non aspetterà oltre.
«Chi è R.?»
Benedetti non rispose.
«Lei sa qualcosa.»
Lo vidi chiudere gli occhi per un istante.
«Il terzo dirigente del fondo si chiama Roberto Rinaldi.»
Rinaldi.
Il cognome originale di mio padre.
«Roberto Rinaldi chi?»
Benedetti si sedette.
«Presidente della fondazione privata collegata all’azienda. Non compare quasi mai sui giornali. Non partecipa agli eventi pubblici e opera soprattutto attraverso deleghe.»
Sentii un improvviso vuoto nello stomaco.
«Quanti anni ha?»
Benedetti aprì il computer.
Sessantotto.
Mio padre avrebbe avuto sessantotto anni.
«Una fotografia.»
«Non so se—»
«Mi faccia vedere una fotografia.»
Benedetti digitò qualcosa.
Comparve una vecchia immagine tratta da una conferenza medica.
Tre uomini erano seduti dietro un tavolo.
Lorenzo Valli.
Un altro dirigente.
E Roberto Rinaldi.
Mi mancò il respiro.
Non vedevo mio padre da undici anni.
Dopo la morte di mia madre eravamo diventati sempre più distanti. Quando avevo lasciato casa, i nostri contatti si erano ridotti fino quasi a scomparire.
Ma avrei riconosciuto quel volto ovunque.
«È lui.»
Benedetti non disse niente.
«Roberto Rinaldi è mio padre.»
Le parole rimasero sospese nella stanza.
All’improvviso, tutto ciò che Carlo aveva scritto assumeva un significato diverso.
Mio padre non ci aveva semplicemente allontanati dalla famiglia di mia madre.
Aveva trascorso anni dentro l’azienda fondata proprio da Carlo.
«Carlo sapeva che lavoravano insieme?»
«Sì.»
Mi voltai di scatto verso Benedetti.
«E non me l’ha detto?»
«Non direttamente.»
Benedetti aprì la cassaforte dietro la scrivania.
Ne estrasse una busta sigillata.
Sul davanti c’era la grafia di Carlo.
PER LEI — SOLTANTO SE SCOPRE IL NOME DI ROBERTO RINALDI.
Le mani ricominciarono a tremarmi.
Strappai il sigillo.
Dentro c’era una sola pagina.
Carlo aveva scritto poche righe.
Se stai leggendo questo, hai scoperto che tuo padre non è l’uomo che ti ha raccontato di essere. Ma non commettere l’errore di pensare che abbia fatto tutto per denaro. La ragione per cui mi ha tenuto lontano da te cominciò la notte in cui morì tua madre.
Sentii il mondo fermarsi.
Continuai a leggere.
Chiedi a Benedetti del rapporto autoptico originale. Non quello consegnato a tuo padre.
Alzai lentamente lo sguardo.
Benedetti era diventato completamente immobile.
«Quale rapporto autoptico?»
Lui abbassò gli occhi.
«Carlo mi aveva proibito di mostrarglielo finché non fosse arrivata a questo punto.»
«Mia madre è morta in un incidente.»
Benedetti inspirò profondamente.
«È quello che suo padre le ha sempre detto.»
Poi aprì un secondo cassetto.
Tirò fuori una cartella ingiallita vecchia di decenni.
Sulla prima pagina c’era il nome di mia madre.
E sotto, scritto in rosso, lessi una parola che non avevo mai associato alla sua morte.
AVVELENAMENTO.
Continua — premi Parte 5 per continuare a leggere.







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