Rimasi a fissare quella fotografia senza riuscire a muovermi.
Quattro culle trasparenti.
Quattro neonati avvolti nelle coperte dell'ospedale.
I miei figli.
Sul retro, cinque parole.
Confermati quattro. Procedere con il piano.
Il maggiore Esposito infilò immediatamente la fotografia in una busta trasparente.
«Non tocchi più niente.»
«Chi l'ha scattata?»
«Lo scopriremo.»
Mi voltai verso la madre di Daniele.
«Hai mai visto queste fotografie?»
Lei scosse la testa con tanta forza che quasi perse l'equilibrio.
«Mai. Ti giuro che non sapevo che fossero qui.»
«Ma la valigia era in casa tua.»
«Daniele la portò personalmente. Il giorno prima di partire definitivamente.»
Esposito si fermò.
«Quanto tempo dopo la nascita dei bambini?»
La donna deglutì.
«Tre giorni.»
Sentii un gelo attraversarmi la schiena.
Tre giorni.
Daniele aveva saputo.
Aveva avuto fotografie.
Aveva posseduto prove.
Eppure non aveva mai chiamato.
Non aveva mai chiesto di vederli.
Non aveva mai nemmeno pronunciato i loro nomi.
Il maggiore Esposito continuò a esaminare il contenuto della valigia.
Sotto la cartella con il mio nome trovò un vecchio telefono protetto, privo di batteria, una scheda di memoria e un piccolo taccuino nero.
«Capitano Conti», disse attraverso la radio, «ci serve immediatamente personale tecnico al piano superiore.»
La risposta arrivò quasi subito.
«Ricevuto.»
Esposito sfogliò il taccuino senza toccare direttamente le pagine.
C'erano date, numeri di pratica e brevi annotazioni.
Poi si fermò.
«Riconosce questa sigla?»
Mi mostrò una pagina.
L17.
Accanto erano riportate tre date.
Una di otto anni prima.
Una di quattro anni prima.
E quella di quarantotto ore prima.
Pensai alla fotografia dell'armadietto blindato.
«Locker diciassette?»
Esposito annuì lentamente.
«È lo stesso armadietto.»
Sotto la terza data compariva una sola parola.
CHIUDERE.
La porta dello studio si aprì.
Il capitano Conti entrò accompagnato da due tecnici e tenendo il proprio tablet.
«Maggiore, abbiamo un problema.»
Esposito si raddrizzò.
«Quale?»
«La squadra è arrivata all'armadietto.»
«E?»
Conti mi guardò per un istante prima di rispondere.
«È vuoto.»
La madre di Daniele si portò una mano alla bocca.
Esposito non mostrò alcuna sorpresa.
«Segni di manomissione?»
«Nessuno. Apertura regolare con chiave e credenziali autorizzate.»
«Due giorni fa.»
«Esatto.»
Guardai il taccuino.
CHIUDERE.
«Daniele sapeva che qualcuno stava arrivando.»
Conti annuì.
«O temeva che sarebbe successo.»
Esposito prese il telefono.
«Bloccate immediatamente ogni accesso del colonnello Rinaldi alle strutture operative, ai sistemi informatici e agli archivi della base.»
Poi aggiunse:
«E nessuno lascia la proprietà.»
La madre di Daniele diventò pallida.
«Anche gli invitati?»
«Finché non avremo capito chi sapeva cosa, sì.»
Scendemmo.
Nel salone l'atmosfera era cambiata completamente.
Lo champagne era rimasto intatto.
Le rose bianche sembravano assurde accanto ai due investigatori che sorvegliavano Daniele.
La sua compagna era seduta lontano da lui.
Quando mi vide con Esposito, si alzò.
«Che cosa avete trovato?»
Daniele la interruppe.
«Non ti riguarda.»
Lei lo fissò.
Poi si tolse lentamente l'anello che già portava alla mano destra, un regalo che avevo notato entrando, e lo posò sul tavolo.
«Credo che da questo momento mi riguardi molto poco.»
Daniele non reagì.
Guardava me.
«Hai aperto la valigia.»
Non era una domanda.
«Tua madre ha autorizzato gli investigatori.»
Per un istante qualcosa attraversò il suo volto.
La conferma che sapeva esattamente cosa contenesse.
Esposito lo notò.
«Colonnello Rinaldi, l'armadietto diciassette è vuoto.»
Daniele sollevò appena le sopracciglia.
«E quindi?»
«È stato svuotato quarantotto ore fa usando le sue credenziali.»
«Ve l'ho già detto. Qualcuno potrebbe averle usate.»
«Forse.»
Esposito appoggiò sul tavolo una copia fotografica della pagina del taccuino.
«Ma quel qualcuno ha anche scritto la data esatta nel taccuino che lei nascose otto anni fa.»
Daniele smise di respirare per un istante.
«Non è la mia grafia.»
La madre parlò dal fondo della stanza.
«Sì che lo è.»
Tutti si voltarono.
Lei fissava il taccuino.
«Scrivi il numero sette così da quando eri all'accademia.»
Daniele la guardò con incredulità.
«Mamma.»
«Ho firmato abbastanza biglietti di compleanno, richieste e lettere per riconoscere la grafia di mio figlio.»
Daniele abbassò gli occhi.
Il maggiore Esposito fece cenno a Conti.
«Procediamo.»
Per la prima volta vidi un lampo di vera paura sul volto di Daniele.
«Procedete con cosa?»
«Con il sequestro dei suoi dispositivi personali e con una perquisizione completa delle aree della proprietà che lei utilizza.»
«Non avete il diritto—»
«Abbiamo appena trovato materiale collegato a un'indagine militare attiva dentro una valigia che le appartiene.»
Esposito si avvicinò.
«Il tempo delle obiezioni è finito.»
In quel momento la porta laterale si aprì.
Elena comparve con i bambini.
Non li aveva lasciati entrare.
Era soltanto venuta a cercarmi.
Olivia teneva in mano un foglio piegato.
«Mamma.»
Mi avvicinai immediatamente.
«Che succede?»
«L'ho trovato nel mio cappotto.»
Mi bloccai.
«Nel tuo cappotto?»
«Nella tasca.»
Presi il foglio senza aprirlo.
«Chi te l'ha dato?»
Olivia scosse la testa.
«Non lo so. Prima non c'era.»
Esposito ci raggiunse e indossò un nuovo paio di guanti.
Aprì il biglietto.
C'erano soltanto due righe, stampate in caratteri anonimi.
NON APRITE L'ARMADIETTO DICIASSETTE.
I BAMBINI NON DOVEVANO VENIRE QUI.
Sentii Sofia afferrarmi il braccio.
Alzai lentamente lo sguardo verso il salone pieno di parenti, ufficiali e amici della famiglia Rinaldi.
Qualcuno in quella casa aveva appena messo un messaggio nella tasca di mia figlia.
E qualunque cosa Daniele avesse nascosto otto anni prima, evidentemente non era più l'unico a volerla tenere sepolta.
Continua — premi Parte 6 per continuare a leggere.







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