Nel buio sentii quattro voci chiamarmi quasi nello stesso istante.
«Mamma!»
«Sono qui.»
Allargai immediatamente le braccia, cercando i miei figli.
Trovai prima Sofia, poi Olivia. Elena aveva già afferrato Noè ed Emanuele e li stava spingendo verso il muro interno, lontano dalle finestre.
«Tutti giù», ordinai.
Una luce rossa d'emergenza si accese lungo il corridoio, debole ma sufficiente a distinguere le sagome.
Il maggiore Esposito aveva già estratto la radio.
«Squadra esterna, rapporto.»
Silenzio.
Provò di nuovo.
Soltanto interferenze.
Il capitano Conti guardò Daniele.
«Il sistema radio della proprietà può essere disturbato dall'interno?»
Daniele fissava il corridoio dei sotterranei.
«Sì.»
Esposito gli si avvicinò.
«Da dove?»
«Dal vecchio locale comunicazioni sotto l'archivio.»
«Serra.»
Daniele annuì.
Poi guardò me.
«Portali fuori.»
«Con qualcuno che controlla le uscite? No.»
«Kesha—»
«Smettila di darmi ordini.»
Un terzo rumore metallico risuonò dal piano inferiore.
Questa volta riconobbi il suono.
Una porta antincendio.
Qualcuno la stava chiudendo.
Esposito fece cenno a due investigatori.
«Con Conti. Scale posteriori.»
Daniele li fermò.
«Se Serra è entrato nei sotterranei, non userà le scale.»
Conti lo fissò.
«Come uscirà?»
Daniele esitò.
Sua madre rispose al posto suo.
«C'è un passaggio di servizio.»
Mi voltai verso di lei.
«Dove porta?»
«Al vecchio hangar.»
Esposito serrò la mascella.
«Perché nessuno l'ha detto prima?»
«Perché non viene usato da decenni.»
Daniele scosse la testa.
«Paolo lo conosce.»
Quella frase fu sufficiente.
Esposito impartì ordini rapidi.
Due uomini verso l'hangar.
Conti al sistema di sicurezza.
Elena con i bambini.
Io rimasi accanto a loro.
Ma quando Daniele iniziò a seguire Esposito, gli afferrai il braccio.
«Tu resti.»
«Se vuoi trovare Serra, hai bisogno di me.»
«Sei sotto indagine.»
«E sono l'unico qui che sa cosa c'è nella custodia.»
Esposito si fermò.
«Allora cominci a parlare.»
Daniele guardò la porta della sala laterale, dove i bambini ci osservavano.
«Non qui.»
Lo trascinammo nello studio adiacente.
Elena rimase sulla soglia con i quattro piccoli.
Daniele si passò una mano sul viso.
Sembrava improvvisamente molto più vecchio.
«Otto anni fa, durante la missione, scoprii che alcune spedizioni militari venivano registrate due volte.»
Esposito non reagì.
«Una consegna reale. Una seconda consegna inesistente.»
«Per coprire materiale sottratto», dissi.
Daniele annuì.
«Armi, componenti, sistemi di comunicazione.»
«E Serra gestiva la logistica.»
«Sì.»
«Tu cosa facevi?»
Daniele rimase zitto troppo a lungo.
«Firmavo alcune autorizzazioni.»
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Quindi eri coinvolto.»
«All'inizio non sapevo cosa fossero.»
Esposito lo interruppe.
«E dopo?»
Daniele abbassò lo sguardo.
«Dopo sì.»
Nessuna giustificazione poteva cancellare quella risposta.
«Perché non hai denunciato tutto?»
Daniele rise senza alcuna allegria.
«Perché quando capii quanto fosse grande, era già troppo tardi.»
«Quanto grande?»
Lui guardò Esposito.
«Non era soltanto Serra.»
«Nomi.»
«Non li conosco tutti.»
«Quelli che conosce.»
Daniele esitò ancora.
Poi pronunciò la frase che cambiò il volto di sua madre.
«Mio padre lo sapeva.»
La vedova del generale Rinaldi impallidì.
«Non osare.»
Daniele si voltò verso di lei.
«È la verità.»
«Tuo padre ha servito questo Paese per quarant'anni.»
«E negli ultimi anni ha cercato di coprire quello che stava succedendo.»
Lei gli diede uno schiaffo.
Il rumore esplose nello studio.
Daniele non reagì.
«Perché?» chiesi.
Lui guardò me.
«Perché ero già dentro.»
La madre di Daniele indietreggiò.
«No.»
«Papà scoprì le firme. Capì che Serra mi aveva coinvolto.»
«Tu hai firmato volontariamente.»
«Dopo un certo punto, sì.»
La confessione rimase sospesa tra noi.
Esposito parlò con voce fredda.
«E la custodia numero diciassette?»
Daniele indicò il soffitto, come se potesse vedere attraverso i piani fino al vecchio archivio.
«Mio padre cominciò a raccogliere prove.»
«Contro Serra?»
«Contro tutti.»
«Compreso suo figlio.»
Daniele annuì.
Sua madre si aggrappò alla scrivania.
Adesso capivo perché la custodia era stata nascosta nella proprietà.
Il generale Rinaldi non stava proteggendo soltanto suo figlio.
Stava conservando qualcosa che un giorno avrebbe potuto distruggerlo.
«Che cosa contiene?» chiesi.
«Registri originali. Fotografie. numeri di serie. Copie delle autorizzazioni.»
Daniele inspirò lentamente.
«E una registrazione.»
Esposito si irrigidì.
«Di chi?»
«Mia.»
Il silenzio diventò assoluto.
«Una conversazione tra me e Serra di otto anni fa.»
Mi avvicinai.
«E i miei figli che cosa c'entrano?»
Daniele finalmente mi guardò.
«Serra venne a sapere della gravidanza.»
Sentii il cuore rallentare.
«Come?»
«Mi seguiva. Controllava tutto.»
«E allora tu hai deciso di dichiarare che non esisteva nessuna gravidanza.»
«Non l'ho fatto per proteggerti.»
La sincerità brutale della frase mi colpì.
«L'ho fatto per proteggere me stesso.»
Almeno non tentava più di mentire.
«Se fossi rimasto legato legalmente a te e ai bambini, chiunque avesse indagato sulla mia vita avrebbe avuto quattro motivi in più per guardarmi da vicino.»
«Quindi li hai cancellati.»
«Sì.»
La parola mi fece male, anche dopo otto anni.
Daniele abbassò la voce.
«Ma Serra continuò a controllare l'ospedale. Quelle fotografie nella valigia le fece lui.»
Mi tornò davanti agli occhi la frase scritta dietro l'immagine.
Confermati quattro. Procedere con il piano.
«Quale piano?»
«Non l'ho mai saputo.»
Un rumore improvviso arrivò dal corridoio.
Il capitano Conti comparve sulla porta.
«Abbiamo ripristinato una telecamera dell'hangar.»
Posò il tablet sulla scrivania.
L'immagine notturna mostrava Paolo Serra accanto a un vecchio veicolo militare.
La custodia numero diciassette era sul sedile.
Ma non era solo.
Davanti a lui c'era una seconda persona.
La telecamera riprendeva soltanto la schiena.
Cappotto lungo.
Capelli grigi.
Serra gli consegnò la custodia.
La madre di Daniele emise un suono soffocato.
«Fermate l'immagine.»
Conti bloccò il video.
Lei si avvicinò allo schermo con il volto completamente bianco.
«Conosco quel cappotto.»
Daniele la guardò.
«Mamma?»
Lei indicò la figura.
«Apparteneva a tuo padre.»
Esposito aggrottò la fronte.
«Suo marito è morto.»
«Sì.»
Le labbra della donna tremarono.
«Ma quel cappotto l'ho regalato a una sola persona dopo il funerale.»
Daniele smise di respirare.
«A chi?»
Sua madre alzò lentamente gli occhi verso di lui.
«A Paolo Serra non era mai appartenuto.»
Poi pronunciò un nome che fece sbiancare Daniele molto più di qualsiasi prova vista fino a quel momento.
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