Divertimento

L’Amante Colpì La Moglie Incinta Davanti Al Marito Miliardario, Ma Una Frase Del Direttore Fece Crollare 27 Anni Di Segreti

Rimasi a fissare la fotografia sul telefono mentre intorno a noi la stazione continuava a vivere come se niente fosse. Annunci metallici rimbalzavano sotto il soffitto, valigie correvano sulle ruote, persone si abbracciavano davanti ai binari. Io, invece, riuscivo a vedere soltanto quella donna.

Gli occhi.

Erano quelli di mia madre.

Non semplicemente simili. C’era la stessa leggera inclinazione dell’occhio sinistro, la stessa linea scura delle sopracciglia, perfino quella piega quasi impercettibile vicino alla bocca che compariva nelle fotografie di mamma quando cercava di non sorridere.

«Quando è stata scattata?» chiesi.

Matteo prese il telefono.

In basso compariva un orario.

09:37.

Quella mattina.

«È viva», dissi.

Matteo non rispose.

«Hai detto che era morta.»

«Ti ho detto ciò che ci dissero.»

«Per ventisette anni?»

La mia voce si alzò abbastanza da far voltare una donna poco distante.

Matteo abbassò il tono. «Elena, dobbiamo uscire da qui.»

«No.»

«Qualcuno sa dove siamo.»

Indicò il messaggio.

Aveva ragione.

La fotografia era arrivata pochi secondi dopo l’apertura del deposito.

Qualcuno ci stava osservando.

Guardai istintivamente intorno. Uomini in giacca, turisti, una coppia anziana, un ragazzo con le cuffie. Nessun volto sembrava interessato a noi.

«Prendiamo tutto», disse Matteo.

Mise la videocassetta, il braccialetto e la fotografia nella scatola. Io continuavo a stringere il telefono.

Poi notai qualcosa nell’immagine.

Dietro la donna c’era una targa di ottone.

Ingrandii.

CASA SERENA.

Matteo la riconobbe.

«È una residenza privata vicino a Monza.»

«Andiamo.»

«Prima torniamo in ospedale.»

«Se quella donna è mia sorella, non torno da nessuna parte.»

«E se chi ti sta mandando questi messaggi vuole esattamente questo?»

Mi fermai.

Quella possibilità mi irritava perché era sensata.

Qualcuno ci aveva portati al deposito. Qualcuno aveva scelto cosa mostrarci. Qualcuno aveva fotografato Chiara proprio quella mattina.

Non stavamo conducendo un’indagine.

Stavamo seguendo un percorso preparato da qualcun altro.

«Allora facciamo una cosa che non si aspettano», dissi.

Chiamai Lorenzo.

Rispose immediatamente.

«Dove sei?»

«Non è importante.»

«Elena, sei uscita dall’ospedale?»

«Conosci Casa Serena?»

Silenzio.

Bastò.

«Lorenzo.»

«Sì.»

Matteo mi guardò.

«Come?»

«Il gruppo Marchetti finanzia quella struttura da anni.»

Sentii qualcosa chiudersi dentro di me.

«Naturalmente.»

«Non significa quello che pensi.»

«Ultimamente dici spesso questa frase.»

«Perché continui a trovare pezzi di una storia senza avere il resto.»

«Allora dammi il resto.»

Lorenzo respirò profondamente.

«Casa Serena ospita persone che necessitano di protezione della propria identità. Vittime di violenza, testimoni in procedimenti delicati, pazienti con situazioni familiari complesse.»

«Chiara è lì?»

Il silenzio si allungò.

«Lorenzo.»

«Non lo sapevo fino a sei settimane fa.»

Chiusi gli occhi.

«Quindi l’hai trovata.»

«Ho trovato un nome collegato al campione genetico. Poi una società fiduciaria che pagava le spese di una residente di Casa Serena.»

«Quale società?»

«Bellavista Holding.»

Matteo sussurrò una bestemmia.

Mi voltai.

«La conosci?»

Mio zio annuì lentamente.

«Era una delle società di tuo nonno.»

Mio nonno materno.

L’uomo che aveva cresciuto me dopo la morte di mamma.

Il professore severo che mi accompagnava a scuola ogni mattina. Quello che mi aveva insegnato a non mentire mai perché, diceva, «le bugie costano interessi».

Sentii nausea.

«Mio nonno pagava per nasconderla?»

Matteo sembrava distrutto.

«Non lo so.»

Lorenzo sentì.

«I pagamenti sono continuati dopo la morte di vostro padre.»

«Da chi?»

«Da un amministratore fiduciario.»

«Nome.»

«Non l’ho ancora trovato.»

«Stai mentendo.»

Lorenzo non rispose.

Lo conoscevo troppo bene.

«Hai trovato il nome.»

«Elena—»

«Dimmi chi è.»

«Mia madre.»

Il rumore della stazione sembrò scomparire.

Vittoria Marchetti.

Mia suocera.

La donna che al nostro matrimonio mi aveva baciata sulle guance dicendo che finalmente Lorenzo aveva scelto «una ragazza con valori veri».

La stessa donna che quella mattina aveva provato a chiamarmi.

«Vittoria paga per Chiara?»

«Da undici anni.»

Matteo si appoggiò all’armadietto.

«Perché?»

«Non lo so.»

Questa volta credetti a Lorenzo.

Ed era quasi peggio.

«Dove sei?» domandò.

«Milano Centrale.»

«Non andare a Casa Serena.»

«Perché?»

«Perché mia madre è già lì.»

Mi si gelò la schiena.

«Come lo sai?»

«Il suo autista mi ha chiamato venti minuti fa. Ha cancellato tutti gli appuntamenti ed è partita.»

Guardai Matteo.

«Andiamo.»

Lorenzo alzò la voce. «Elena, ascoltami.»

«Ho ascoltato te per tre anni.»

Chiusi.

Quaranta minuti dopo eravamo davanti a Casa Serena.

L’edificio era nascosto dietro un alto muro coperto d’edera. Nessuna insegna appariscente, soltanto una piccola targa di ottone accanto al cancello.

Una receptionist ci fermò.

«Non possiamo confermare l’identità dei residenti.»

Posai sul banco la fotografia.

«Questa donna è qui?»

La receptionist guardò l’immagine e il suo volto cambiò appena.

«Non posso rispondere.»

Matteo mostrò il tesserino professionale.

«Sono il dottor Matteo Bianchi.»

La donna impallidì.

Quella reazione fu troppo evidente.

«Lei conosce il mio nome», disse Matteo.

«Aspettate qui.»

Scomparve dietro una porta.

Cinque minuti dopo comparve un uomo anziano in camice bianco.

«Dottor Bianchi.»

Matteo lo riconobbe.

«Carlo?»

Il medico si fermò.

«Sono passati molti anni.»

«Carlo Venturi», mormorò Matteo.

Mi voltai verso mio zio.

«Chi è?»

«Era medico alla San Gregorio.»

Sentii il cuore accelerare.

Venturi guardò me.

E nei suoi occhi vidi qualcosa che non mi aspettavo.

Non sorpresa.

Riconoscimento.

«Tu sei Elena.»

«Come sa chi sono?»

Non rispose.

«Chiara è viva?»

Venturi chiuse gli occhi per un istante.

«Sì.»

La parola che avevo inseguito per meno di due ore cambiò ventisette anni della mia famiglia.

«Voglio vederla.»

«Non so se sia possibile.»

«È mia sorella.»

«Ed è proprio questo il problema.»

Prima che potessi chiedere spiegazioni, sentimmo una voce femminile provenire dal corridoio.

«Carlo.»

Ci voltammo.

Vittoria Marchetti era sulla soglia.

Non l’avevo mai vista così.

Niente trucco impeccabile. Niente perle. Indossava un semplice cappotto grigio e stringeva una borsa contro il petto.

Quando mi vide, diventò pallida.

«Elena.»

«Perché paghi le spese di mia sorella da undici anni?»

Vittoria guardò Matteo.

Poi Venturi.

«Non qui.»

«Sono stanca di sentirmelo dire.»

Feci un passo verso di lei.

«Chi ha firmato il trasferimento di Chiara nel 1999?»

Vittoria non rispose.

Tirai fuori la fotografia trovata nel deposito e le mostrai la firma.

«Marchetti.»

Le sue labbra tremarono.

«Era mio marito.»

Il padre di Lorenzo.

Alberto Marchetti.

Morto sette anni prima.

«Perché tuo marito avrebbe avuto qualcosa a che fare con mia sorella appena nata?»

Vittoria abbassò gli occhi.

«Perché Alberto finanziava la San Gregorio.»

«Non basta.»

«No.»

«Allora dimmi il resto.»

Una porta si aprì alle sue spalle.

La donna della fotografia comparve nel corridoio.

Aveva capelli castani attraversati dal grigio e un volto più magro di quello di mamma.

Ma erano quegli occhi.

Gli stessi.

Mi guardò.

Poi guardò il mio ventre.

Portò una mano alla bocca.

«Elena?»

La mia gola si chiuse.

«Chiara?»

Lei cominciò a piangere.

Ma Vittoria si mise improvvisamente tra noi.

«Non avvicinarti.»

La guardai incredula.

«È mia sorella.»

«Lo so.»

«Allora spostati.»

Vittoria rimase immobile.

Fu Chiara a parlare.

«Vittoria.»

La sua voce tremava.

«Non puoi nasconderglielo ancora.»

Mi voltai verso di lei.

«Nascondermi cosa?»

Chiara guardò il mio ventre ancora una volta.

Poi sollevò lentamente gli occhi verso di me.

«Io non sono stata portata via dalla San Gregorio perché ero malata.»

Nessuno respirava.

«Sono stata portata via perché qualcuno aveva scoperto chi era davvero mio padre.»

Guardai Matteo.

Lui sembrava confuso quanto me.

«Chi era?»

Chiara aprì la bocca, ma Vittoria la interruppe.

«Alberto Marchetti.»

Sentii il pavimento sparire sotto i piedi.

Il padre di Lorenzo.

Mio suocero.

Chiara abbassò lo sguardo.

Vittoria continuò, con la voce spezzata.

«Se il test genetico che Lorenzo ha fatto è corretto, Elena, Chiara non è soltanto tua sorella.»

Mi guardò.

«È anche la sorellastra di tuo marito.»

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