Divertimento

Mia Cognata Rise Della Mia Vecchia Scatola Di Legno, Ma La Seconda Busta Del Notaio Svelò Il Segreto Che La Famiglia Nascondeva Da Anni

Per alcuni secondi nessuno parlò. Il ronzio discreto dell’aria condizionata sembrava improvvisamente troppo forte, e io continuavo a fissare quella busta come se potesse muoversi da sola. Beatrice, invece, aveva perso completamente l’aria trionfante con cui era entrata nello studio. Le sue dita stringevano ancora i documenti delle proprietà, ma adesso li teneva così forte che uno degli angoli si era piegato.

«Apra quella busta», disse.

Lorenzo Bassi non si mosse.

«Prima devo verificare che siano state rispettate tutte le condizioni indicate dal signor Vittorio.»

Beatrice sbatté una mano sul bracciolo della sedia. «Quali altre condizioni? Mio padre è morto. Il testamento è stato letto. Io sono sua figlia. Elena ha ricevuto la sua scatola. Che altro dovrebbe succedere?»

Il notaio abbassò gli occhi sulla nota scritta a mano.

«La signora Elena deve aprire la scatola.»

Mi voltai verso di lui.

«Adesso?»

«Adesso.»

Beatrice lasciò uscire una risata breve, ma non c’era più alcun divertimento. «Perfetto. Vediamo finalmente quale grande tesoro ha nascosto papà dentro quel pezzo di legno.»

Posai entrambe le mani sulla scatola. Era più pesante di quanto avessi immaginato. Il legno scuro era segnato agli angoli, consumato dal tempo, e sulla parte superiore c’erano piccoli graffi che fino a quel momento non avevo osservato davvero. Uno, in particolare, attirò la mia attenzione: due lettere incise vicino alla serratura.

R.M.

Riccardo Marchetti.

Il mio respiro si fermò.

Passai il pollice sopra quelle iniziali.

«Era di Riccardo», sussurrai.

Beatrice smise di parlare.

Il notaio mi osservò con un’espressione che confermava che non mi ero sbagliata.

Ricordavo quella scatola. Non perfettamente, ma abbastanza. Riccardo la teneva nello studio della casa di Vittorio quando era ragazzo. Una volta, molti anni prima del nostro matrimonio, mi aveva raccontato che suo padre gli conservava lì dentro «le cose che contavano davvero». Io avevo pensato a fotografie, lettere, qualche ricordo d’infanzia. Dopo la morte di Riccardo non l’avevo più vista.

Sollevai lentamente il coperchio.

All’interno non c’erano gioielli.

Non c’erano soldi.

C’erano fotografie.

Una piccola chiave d’ottone.

Un quaderno con la copertina blu.

E una busta più piccola su cui Vittorio aveva scritto soltanto il mio nome.

ELENA.

Sentii Beatrice alzarsi.

«Fammi vedere.»

Portai istintivamente la scatola verso di me.

Lei si fermò.

«Non essere ridicola. È roba di mio fratello.»

«Suo padre l’ha lasciata alla signora Elena», intervenne il notaio. «Legalmente, il contenuto appartiene a lei.»

Beatrice lo fulminò con lo sguardo.

Presi la busta con il mio nome. Le mani mi tremavano mentre la aprivo. Dentro c’era un foglio piegato in due.

La calligrafia era quella di Vittorio.

Elena,

se stai leggendo questa lettera, significa che Beatrice ha reagito esattamente come temevo.

Alzai lentamente gli occhi.

Beatrice era immobile.

Ripresi a leggere.

Non giudicarla ancora. Non per quello che è successo oggi. Ci sono cose che né tu né lei conoscete, e alcune riguardano Riccardo.

Il nome di mio marito mi colpì come un pugno.

Continuai.

La scatola apparteneva a lui. Me la consegnò sei mesi prima di morire e mi fece promettere che non l’avrei aperta finché non fosse arrivato il momento giusto. Io ho mantenuto quella promessa.

Mi mancò il fiato.

Sei mesi prima di morire.

Riccardo era morto in un incidente stradale improvviso. Nessuna malattia. Nessun motivo per preparare una scatola destinata a essere aperta anni dopo.

«Che cosa dice?» chiese Beatrice.

Non risposi.

Le ultime righe erano ancora davanti ai miei occhi.

La chiave che trovi nella scatola apre il cassetto inferiore della mia vecchia scrivania nella villa. Dentro troverai qualcosa che Riccardo voleva mostrarti personalmente.

Non andare da sola.

E soprattutto non dire a Beatrice cosa stai cercando finché non avrai letto il quaderno blu.

Abbassai lentamente il foglio.

Il cuore mi batteva troppo forte.

Beatrice fece un passo verso di me. «Elena.»

Chiusi la lettera.

«Che cosa ha scritto mio padre?»

Il notaio intervenne prima che potessi rispondere.

«Ora posso aprire la seconda busta.»

Ci voltammo entrambi verso di lui.

Bassi spezzò il sigillo.

Estrasse tre fogli.

Lesse rapidamente il primo e la sua espressione cambiò.

Beatrice se ne accorse subito.

«Che succede?»

Il notaio respirò lentamente.

«Questa è una disposizione integrativa al testamento.»

«Integrativa in che senso?»

Lorenzo Bassi sollevò gli occhi.

«La signora Beatrice Marchetti eredita le proprietà indicate nella prima parte.»

Beatrice sembrò rilassarsi appena.

Poi il notaio continuò.

«Ma non eredita immediatamente il controllo della Marchetti Industrie.»

Il silenzio cadde nella stanza.

Beatrice sbatté le palpebre.

«Come sarebbe a dire?»

«Il cinquantuno per cento delle quote societarie viene temporaneamente trasferito a un trust amministrato da questo studio.»

Beatrice diventò rossa.

«Temporaneamente per quanto?»

Il notaio guardò il documento.

«Fino al completamento di una verifica interna ordinata da suo padre.»

«Quale verifica?»

Bassi rimase in silenzio per un istante.

Poi lesse.

«Una verifica relativa a una serie di trasferimenti finanziari eseguiti negli ultimi tre anni dai conti della società.»

Beatrice non disse nulla.

Fu un silenzio brevissimo.

Ma io lo vidi.

Un piccolo movimento delle sue pupille.

Una tensione improvvisa nella mascella.

Paura.

«Questa è follia», disse infine. «Mio padre era malato negli ultimi mesi. Non sapeva quello che faceva.»

«La disposizione è stata firmata undici mesi fa», rispose il notaio.

Beatrice impallidì.

Undici mesi.

Molto prima che la salute di Vittorio peggiorasse.

«E chi dovrebbe condurre questa verifica?» domandai.

Bassi girò il secondo foglio.

Il suo sguardo cadde su di me.

Ebbi immediatamente una brutta sensazione.

«Il signor Vittorio ha nominato una persona con il diritto di accedere alla documentazione aziendale insieme agli auditor.»

Beatrice scattò. «Chi?»

Il notaio pronunciò il mio nome.

«Elena Marchetti.»

Rimasi immobile.

Beatrice mi fissò come se avesse sentito male.

«Lei?»

«Non capisco», dissi.

«Nemmeno io», sibilò Beatrice. «Elena non ha mai lavorato nell’azienda.»

«Proprio per questo suo padre l’ha scelta», disse Bassi.

Beatrice si alzò di scatto.

«Questo è un insulto.»

Raccolse la borsa e i documenti.

Poi mi indicò con un dito.

«Qualunque cosa tu stia facendo, finirà male.»

«Io non sto facendo niente.»

«Certo.»

Si voltò verso il notaio.

«Contesterò tutto.»

«È un suo diritto.»

Beatrice fece per uscire, ma arrivata alla porta si fermò.

Si voltò verso la scatola.

Per la prima volta vidi qualcosa nel suo viso che non avevo mai visto prima quando guardava me.

Non disprezzo.

Terrore.

«Quella scatola», disse piano. «Dove l’ha trovata mio padre?»

La domanda mi sorprese.

«Perché ti interessa?»

Beatrice non rispose subito.

Poi guardò il quaderno blu.

«Perché credevo fosse stata distrutta.»

Uscì.

La porta si chiuse dietro di lei.

Io rimasi a fissare il punto in cui era stata pochi secondi prima.

«Signor Bassi.»

«Sì?»

«Lei sapeva cosa c’era dentro la scatola?»

«No.»

«E sa perché Beatrice la conosceva?»

Il notaio scosse la testa.

Abbassai gli occhi sul quaderno blu.

Lo aprii.

Le prime pagine erano scritte da Riccardo.

Riconobbi immediatamente la sua calligrafia.

Date.

Importi.

Nomi di società.

Accanto ad alcune cifre aveva tracciato dei cerchi rossi.

Sfogliai più velocemente.

A metà quaderno trovai una pagina piegata.

La aprii.

C’era una fotografia incollata alla carta.

Riccardo era davanti a un edificio che non riconoscevo.

Accanto a lui c’era un uomo.

E dietro di loro, leggermente sfocata ma perfettamente riconoscibile, c’era Beatrice.

Sotto la fotografia Riccardo aveva scritto una sola frase.

Se mi succede qualcosa, Elena deve sapere che l’incidente non è cominciato sulla strada.

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