Divertimento

Mia Sorella Mi Strappò La Camicetta Per Umiliarmi Davanti A Tutti — Poi Un Ammiraglio Mi Salutò E Il Segreto Della Mia Famiglia Crollò

Per alcuni secondi nessuno nella sala respirò.

Sul monitor dell’investigatore lampeggiava una riga semplice, quasi innocua:

23:30 — R. Rinaldi / L. De Santis — Molo 14.

Sentii lo stomaco chiudersi.

Lorenzo De Santis.

Non avevo pronunciato quel nome ad alta voce da cinque anni.

Tenente di vascello. Ufficiale tecnico della fregata Alpino. Mio compagno d’armi. L’uomo che, pochi minuti prima dell’esplosione, mi aveva fermata davanti alla paratia del compartimento di poppa dicendomi che qualcosa non tornava nei pannelli ignifughi appena installati.

Poi era arrivato il fuoco.

Ventitré uomini erano rimasti intrappolati.

Sei li avevo trascinati fuori io.


Di Lorenzo non era mai stato trovato il corpo.

Solo il suo casco annerito, una piastrina deformata dal calore e abbastanza sangue da convincere la commissione d’inchiesta che nessuno avrebbe potuto sopravvivere.

Avevo partecipato al suo funerale.

Avevo consegnato personalmente la bandiera piegata a sua madre.

E adesso una chiavetta appartenuta a Cecilia sosteneva che Lorenzo avrebbe incontrato mio padre prima di mezzanotte.

«Chi è De Santis?» chiese Riccardo, troppo in fretta.

Mi voltai verso di lui.

Mio padre aveva trascorso tutta la vita a negoziare contratti da centinaia di milioni senza lasciare trasparire una sola emozione.

Ma io ero stata addestrata a riconoscere la paura.

La sua pupilla destra si era contratta.


«Non provare a mentirmi», dissi.

«Non so di chi stai parlando.»

«Hai appena letto il nome.»

Cecilia intervenne. «Elena, forse dovresti smetterla con questa sceneggiata. Quella chiavetta non è mia.»

L’investigatore della Guardia di Finanza sollevò lo sguardo. «È caduta dalla sua borsa.»

«Qualcuno deve avercela messa.»

«Chi?»

Cecilia aprì la bocca, ma non uscì alcun suono.

L’Ammiraglio Riva si avvicinò al monitor.

«Molo 14», disse lentamente. «È un’area logistica privata del porto.»


Sapevo già cosa significava.

Rinaldi Difesa possedeva due magazzini proprio in quel settore.

Mio padre capì dal mio sguardo che avevo fatto lo stesso collegamento.

«Tu non andrai da nessuna parte», disse.

Quasi sorrisi.

«Non sei più nella posizione di darmi ordini.»

Il suo volto cambiò.

Non era più quello del padre umiliato davanti agli ospiti.

Era quello dell’uomo d’affari abituato a controllare ogni stanza in cui entrava.

«Elena, non hai idea di cosa stai toccando.»


Quelle parole furono il primo errore che commise.

Non “non so nulla”.

Non “ti sbagli”.

Ma non hai idea di cosa stai toccando.

L’Ammiraglio Riva lo udì.

Anche gli investigatori.

«Interessante scelta di parole, signor Rinaldi», osservò uno di loro.

Mio padre tacque.

Alle 22:47 lasciai il gala da un’uscita laterale.

La Guardia di Finanza avrebbe voluto aspettare un mandato per perquisire il magazzino, ma il file non parlava di merce.


Parlava di un incontro.

E se Lorenzo era davvero vivo, ogni minuto poteva essere decisivo.

Riva mi raggiunse nel corridoio.

«Non andarci da sola.»

«Non posso presentarmi con dieci uomini armati. Se De Santis è rimasto nascosto per cinque anni, potrebbe fuggire al primo segnale.»

«Oppure potrebbe essere una trappola.»

«Lo so.»

L’Ammiraglio mi fissò per qualche istante, poi mi porse un piccolo auricolare.

«La Guardia di Finanza manterrà le distanze. Nessun intervento a meno che tu non dia il segnale.»

Presi l’auricolare.


«Grazie.»

«Non ringraziarmi ancora.»

Quando arrivai al Molo 14, mancavano diciassette minuti alle undici e mezza.

Il porto era quasi deserto.

Le luci giallastre dei lampioni si riflettevano sull’acqua nera, mentre il vento trascinava l’odore di gasolio e salsedine tra i container.

Il magazzino della Rinaldi Difesa si trovava in fondo a una fila di capannoni.

Una sola luce era accesa all’interno.

Mi avvicinai dal lato mare.

Attraverso una finestra sporca vidi mio padre.

Era arrivato prima di me.


Non aveva più lo smoking impeccabile del gala.

Aveva tolto la giacca, allentato la cravatta e camminava avanti e indietro accanto a un tavolo metallico.

Sul tavolo c’era una valigetta.

Alle 23:29 una porta laterale si aprì.

Un uomo entrò trascinando leggermente la gamba sinistra.

Mi si fermò il cuore.

Era più magro.

I capelli erano diventati quasi completamente grigi alle tempie.

Una cicatrice gli attraversava il lato del collo fino alla mandibola.

Ma lo avrei riconosciuto ovunque.


Lorenzo.

Vivo.

Appoggiai una mano al muro per non perdere l’equilibrio.

Cinque anni di lutto, rabbia e senso di colpa si spezzarono dentro di me nello stesso istante.

Mio padre spinse la valigetta verso di lui.

«È più di quanto avevamo concordato.»

Lorenzo non la toccò.

«Non sono venuto per i soldi.»

«Allora perché mi hai fatto venire qui?»

«Perché tua figlia è tornata.»


Il sangue mi gelò.

Riccardo rimase immobile.

«Elena non sa niente.»

Lorenzo rise senza allegria.

«Elena sa sempre più di quanto pensi.»

Mio padre abbassò la voce.

«Cecilia ha fatto un errore.»

«Cecilia ne ha fatti molti.»

«Le firme sono sue. Se la Guardia di Finanza vuole un colpevole, lo ha già.»

Strinsi i denti.


Quindi mio padre sapeva.

Non tutto, forse.

Ma sapeva abbastanza da essere pronto a sacrificare sua figlia.

Lorenzo fece un passo avanti.

«Non sono venuto qui per aiutarti a seppellire Cecilia.»

«Allora cosa vuoi?»

Lorenzo posò sul tavolo un vecchio telefono satellitare annerito dal fuoco.

Lo riconobbi.

Era quello che usavamo a bordo dell’Alpino.

«Voglio che tu dica la verità su quella notte.»

Mio padre impallidì.

«Non c’è nessuna verità da dire.»

«C’è una registrazione.»

Silenzio.

Persino da fuori potei vedere la paura attraversare il volto di Riccardo.

«Quella registrazione è stata distrutta.»

Lorenzo lo fissò.

«È quello che ti hanno fatto credere.»

Mi mancò il respiro.

Cinque anni prima, la commissione aveva concluso che l’esplosione fosse stata provocata da una combinazione di guasto tecnico e propagazione anomala delle fiamme.

Ma Lorenzo stava dicendo che esisteva una registrazione.

E mio padre sapeva della sua esistenza.

Feci un passo verso la porta.

Nell’auricolare, la voce dell’investigatore sussurrò: «Capitano, aspetti.»

Poi Lorenzo disse qualcosa che mi bloccò.

«Se Elena ascolta quello che c’è qui dentro, non perderai soltanto l’azienda, Riccardo.»

Mio padre guardò il telefono bruciato.

«Che cosa le hai detto?»

«Niente.»

«Allora dammelo.»

«No.»

Riccardo aprì lentamente la valigetta.

Non c’erano soldi.

C’era una pistola.

Spalancai la porta.

«Allontanati da lui.»

Entrambi si voltarono.

Mio padre rimase paralizzato.

Ma fu l’espressione di Lorenzo a colpirmi più di tutto.

Non sorpresa.

Non sollievo.

Terrore.

«Elena...» sussurrò.

Feci un passo verso di lui.

«Sei vivo.»

Lorenzo abbassò gli occhi.

«Mi dispiace.»

«Cinque anni.»

La voce mi tremò nonostante ogni sforzo.

«Mi hai lasciata credere che fossi morto per cinque anni.»

«Dovevo farlo.»

«Perché?»

Lorenzo guardò mio padre.

Poi guardò me.

«Perché l’esplosione sull’Alpino non doveva soltanto nascondere dei pannelli difettosi.»

Il silenzio nel magazzino diventò assoluto.

«Doveva distruggere qualcosa che era già a bordo.»

Mio padre afferrò la pistola.

Ma prima che potesse sollevarla, le porte laterali esplosero verso l’interno.

Gli uomini della Guardia di Finanza entrarono urlando ordini.

Riccardo lasciò cadere l’arma.

Due agenti lo immobilizzarono contro il tavolo.

Io non distolsi lo sguardo da Lorenzo.

«Che cosa doveva essere distrutto?»

Lui raccolse lentamente il telefono satellitare annerito.

«Le prove di una spedizione che non sarebbe mai dovuta esistere.»

«Spedizione di cosa?»

Lorenzo esitò.

Poi pronunciò cinque parole che cambiarono completamente l’inchiesta.

«Componenti militari mai arrivati alla Marina.»

Sentii il volto irrigidirsi.

«Dove sono finiti?»

Lorenzo mi porse il telefono.

Sul display crepato appariva un unico file audio, datato la notte dell’incendio.

«Ascoltalo», disse.

Premetti play.

Per tre secondi ci fu soltanto il crepitio delle interferenze.

Poi riconobbi una voce.

Quella di Cecilia.

«Papà, se Elena controlla quei codici di carico, scoprirà tutto.»

Seguì una pausa.

E infine rispose la voce di mio padre.

«Allora assicurati che domattina non ci sia più niente da controllare.»

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