Per qualche secondo nessuno parlò.
Mia madre continuava a fissare il tavolo.
«Ripetilo», dissi.
Laura inspirò lentamente.
«Svuotai la cassaforte di Riccardo la mattina dopo l’incendio.»
«Perché?»
«Perché avevo capito che Cecilia avrebbe cercato di cancellare tutto.»
Mi avvicinai.
«E dove hai messo quello che hai preso?»
«Non sapevo cosa fosse importante. Presi registri, copie di contratti, ricevute, fotografie. Tutto.»
«Dove sono?»
Mia madre sollevò gli occhi.
«Nella villa.»
Riva si irrigidì.
«Quella dove eravamo stanotte?»
«Sì.»
«Abbiamo già controllato.»
Laura scosse la testa.
«Non abbastanza.»
Un’ora dopo eravamo di nuovo davanti alla vecchia casa sul promontorio.
Questa volta nessuno entrò pensando di trovare una semplice scatola.
La Guardia di Finanza isolò l’intera proprietà.
Mia madre ci condusse nello studio al piano terra.
Da bambina avevo passato ore in quella stanza mentre Riccardo lavorava e Laura leggeva vicino alla finestra.
Ricordavo ogni mobile.
O almeno credevo.
Mia madre si inginocchiò davanti alla libreria.
Premette due punti della cornice di legno.
Un pannello scattò.
Dietro c’era una cavità stretta.
Dentro, avvolti in plastica, c’erano quattro registri cartacei.
Stefano Bassi impallidì appena li vide.
«Quelli sono suoi.»
«Di Cecilia?» chiesi.
«Sì.»
Presi il primo registro.
Niente nomi completi.
Solo date, quantità, numeri di serie e sigle.
Ma una colonna attirò immediatamente la mia attenzione.
A ogni spedizione corrispondeva una lettera.
A.
M.
S.
Riva si avvicinò.
«Destinazioni?»
«Probabile.»
Lorenzo sfogliò alcune pagine.
Poi si fermò.
«Guarda questa data.»
Era tre giorni prima dell’incendio dell’Alpino.
Dodici moduli.
Lo stesso numero che Lorenzo aveva trovato nel container.
Accanto compariva una sola sigla.
S.
Riva si fece scuro in volto.
«Serra.»
Lo guardai.
«Pensi che indichi lui?»
«Non necessariamente.»
Ma la sua voce diceva che stava pensando la stessa cosa.
Continuammo.
Diverse spedizioni precedenti riportavano la stessa lettera.
S.
Accanto, in una colonna secondaria, comparivano percentuali.
Cinque.
Otto.
Dieci.
«Commissioni», disse Lorenzo.
Bassi annuì.
«Cecilia teneva sempre una percentuale per ogni intermediario.»
Riva prese il registro.
«Quindi Serra non prendeva soltanto denaro per coprire una singola operazione.»
«Faceva parte del sistema», dissi.
Laura chiuse gli occhi.
Un altro pezzo della storia cadeva al suo posto.
Serra aveva aiutato a spostare il container.
Aveva fornito le proprie credenziali.
Aveva preso denaro.
Poi, quando l’incendio aveva rischiato di trasformare una frode in una strage, aveva cercato di limitare i danni.
Infine aveva partecipato alla commissione d’inchiesta.
Non per scoprire la verità.
Per controllarla.
«Dobbiamo prenderlo», disse Riva.
Un investigatore intervenne.
«Abbiamo già provato a contattarlo.»
«E?»
«Telefono spento. Non è nella sua abitazione.»
Nessuno si sorprese.
Serra aveva capito che il tempo era finito.
Continuai a sfogliare.
Poi trovai qualcosa che mi fece fermare.
In fondo all’ultima pagina c’era una nota scritta a mano.
ALPINO — trasferimento completato.
Sotto:
R. informato dopo.
C. insiste.
L. ha visto troppo.
Sentii Lorenzo irrigidirsi accanto a me.
«L.»
Lo guardai.
«Tu.»
Lui annuì.
Ma era l’altra riga a interessarmi.
R. informato dopo.
Riccardo.
Mio padre non aveva organizzato la sottrazione iniziale.
Era stato informato dopo.
Non lo rendeva innocente.
Ma finalmente separava chiaramente le responsabilità.
Cecilia aveva costruito il sistema.
Serra l’aveva aiutata.
Mio padre aveva scoperto la verità e poi scelto di coprirla.
Mia madre aveva cercato di fermare tutto senza denunciare nessuno.
E quella catena di codardia aveva quasi ucciso il mio equipaggio.
«C’è altro?» chiese Riva.
Mia madre indicò il fondo della cavità.
C’era una busta.
Dentro trovammo fotografie di container, targhe di camion e copie di manifesti portuali.
Lorenzo ne prese una.
«Questo camion.»
Indicò la targa.
«Lo vidi lasciare il porto quella notte.»
L’investigatore inserì il numero nel database.
La risposta arrivò in pochi secondi.
Il veicolo apparteneva a una società logistica collegata a una delle tre società di comodo già presenti nei documenti della Guardia di Finanza.
«Destinazione abituale?» chiesi.
L’uomo controllò.
Poi sollevò lo sguardo.
«Un deposito privato fuori La Spezia.»
Riva non esitò.
«Andiamo.»
Quando arrivammo, il sole stava iniziando a schiarire l’orizzonte.
Il deposito sembrava abbandonato.
Cancelli arrugginiti.
Finestre sporche.
Nessun veicolo.
Ma una telecamera sopra l’ingresso era accesa.
«Qualcuno usa ancora questo posto», dissi.
La Guardia di Finanza entrò per prima.
All’interno trovammo scaffali vuoti, casse aperte e vecchie etichette della Rinaldi Difesa.
Sul pavimento, segni recenti di pneumatici.
«Hanno spostato qualcosa», disse un agente.
«Quando?»
«Molto recentemente.»
Riva indicò un ufficio sul fondo.
La porta era aperta.
Dentro c’era un computer acceso.
Sul monitor lampeggiava una finestra di cancellazione.
87%.
«Fermatelo.»
Un tecnico si gettò sulla tastiera.
La percentuale salì.
91%.
94%.
Poi lo schermo si bloccò.
«Ho interrotto il processo.»
«Cosa c’è dentro?» chiesi.
«Datemi un momento.»
Mentre lavorava, sentii un rumore metallico provenire dal retro del deposito.
Mi voltai.
Una porta antincendio si stava chiudendo.
«Fermi!»
Corsi.
Quando raggiunsi il corridoio vidi un uomo oltre la porta.
Capelli grigi.
Spalle larghe.
Zoppicava leggermente con la gamba destra.
Lorenzo arrivò dietro di me.
«Serra.»
L’uomo si voltò.
Per la prima volta vidi Vittorio Serra dopo cinque anni.
Mi riconobbe immediatamente.
Il suo volto perse colore.
«Elena.»
«Non muoverti.»
«Non capisci.»
«È la frase preferita di tutti voi.»
Serra guardò Lorenzo.
«Sei vivo.»
Lorenzo rise amaramente.
«Grazie a te, a quanto pare.»
«Ti ho salvato.»
«Mi hai nascosto.»
«Perché Cecilia voleva trovarti.»
Quelle parole fermarono tutti.
«E tu?» chiesi.
«Io cercavo di impedirle di completare quello che aveva iniziato.»
«Dopo averla aiutata.»
Serra abbassò gli occhi.
«Sì.»
Non negò.
Quella fu la cosa più inquietante.
«Dove sono finiti i componenti?»
«Non importa più.»
«Importa a me.»
«Sono stati recuperati anni fa.»
Riva arrivò alle mie spalle.
«Da chi?»
Serra guardò lui.
«Da nessuno che vogliate mettere in un rapporto senza prove.»
Mi avvicinai.
«Abbiamo registri, pagamenti, video, testimonianze e i tuoi accessi.»
«Avete abbastanza per Cecilia.»
«E per te.»
Serra annuì lentamente.
«Lo so.»
Poi guardò verso il computer.
«Ma se volete sapere perché Cecilia ha fatto tutto questo, dovete recuperare il file che sta cancellando.»
Il tecnico gridò dall’ufficio.
«Capitano!»
Tornammo indietro.
Sul monitor era comparso l’elenco dei file recuperati.
Uno aveva una data che riconobbi immediatamente.
La notte dell’incendio.
Nome:
PROGETTO ALPINO — AUDIO COMPLETO.
Premetti il file.
Si sentirono interferenze.
Poi la voce di Cecilia.
«Il container è fuori. Serra ha sistemato il registro.»
Seguì la voce di mio padre.
«Hai perso la testa. Riporta tutto indietro.»
«Non posso.»
«Elena è su quella nave.»
Silenzio.
Poi Cecilia rise.
«Lo so.»
Mi si gelò il sangue.
La registrazione continuò.
Mio padre gridò:
«Se le succede qualcosa, ti distruggo.»
E Cecilia rispose con una calma che non avevo mai sentito prima.
«Se Elena esce viva da quella nave, distruggerà tutti noi.»
Poi un clic.
Una terza voce entrò nella conversazione.
Quella di Serra.
«Il fuoco ha raggiunto il corridoio.»
Cecilia non esitò.
«Allora lasciatelo bruciare.»
Nessuno nella stanza respirava.
Ma il file non era ancora finito.
Dopo alcuni secondi comparve un ultimo rumore.
Una porta.
Passi.
Poi la voce di mia madre.
«Cecilia, cosa hai fatto?»
E infine una frase di mia sorella.
Una frase che trasformò definitivamente tutto ciò che pensavo di sapere.
«Quello che avresti dovuto fare tu cinque anni fa, mamma. Ho scelto quale figlia doveva sopravvivere.»







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