Rimasi immobile con quella ricevuta tra le dita, mentre le quattro parole scritte sul retro sembravano diventare più scure ogni volta che le rileggevo. “Non deve sapere di noi.” Avrei voluto convincermi che esistesse una spiegazione innocente, che Elena Bassi fosse una consulente, una cliente, qualcuno coinvolto nei debiti di Marco. Ma c’era qualcosa di intimo in quella frase, qualcosa che il mio corpo aveva capito prima ancora della mia mente. Sentii una pressione dolorosa al petto. In poche ore avevo scoperto che mio marito aveva falsificato la mia firma, nascosto una società e accumulato debiti usando il mio nome. Eppure la possibilità che mi avesse tradita riusciva ancora a ferirmi in un punto diverso, più profondo.
«Signora Rinaldi?»
Nascondere il foglio non avrebbe avuto senso. Mi voltai e vidi l’agente che mi aveva interrogata poco prima sulla soglia della cucina. Gli consegnai la ricevuta.
«L’ho trovata nel cassetto. Chi è Elena Bassi?»
Lui lesse rapidamente il documento, ma il suo sguardo cambiò appena vide il nome.
«Lei la conosce?»
«No. Perché?»
Non rispose subito. Fotografò la ricevuta con il telefono di servizio, poi la infilò in una busta trasparente.
«Questo nome è già comparso nell’indagine.»
Mi aggrappai al bordo del tavolo.
«In che modo?»
«Non posso darle tutti i dettagli. Ma Elena Bassi risulta collegata a una delle società che hanno ricevuto parte del denaro.»
Il dolore si mescolò alla confusione. «Quindi lavora con Marco?»
«Formalmente, la società è intestata a lei.»
Sentii dei passi nel corridoio. Marco comparve accompagnato da un altro agente. Quando vide la busta trasparente, si fermò. Fu solo un istante, ma bastò. Il suo viso perse colore.
«Dove l’hai trovato?» chiese.
«Quindi sai cos’è.»
«Giulia, ascoltami.»
Era la prima volta quella mattina che pronunciava il mio nome con dolcezza. Mi fece quasi rabbia.
«Chi è Elena?»
Marco guardò gli agenti.
«Non qui.»
«Mi hai rasata mentre dormivo?» gridò Patrizia dalla stanza accanto. «No. Sono stata io. Quindi non trasformare tutto in un processo contro mio figlio.»
Mi voltai verso di lei. «Tu sapevi di Elena?»
Patrizia tacque.
Quello fu peggio di qualsiasi risposta.
Marco abbassò la voce. «Elena mi ha aiutato quando avevo problemi economici. Tutto qui.»
«Dodicimila e cinquecento euro per un aiuto? E perché hai scritto che non dovevo sapere di voi?»
La sua bocca si aprì, ma non uscì nulla.
Gli agenti interruppero la discussione e portarono Marco al piano inferiore. Prima di uscire, lui si voltò.
«Non chiamarla.»
Quella richiesta mi diede esattamente la certezza di ciò che dovevo fare.
Quando la casa finalmente si svuotò, Patrizia rimase seduta in soggiorno. Le avevano sequestrato il telefono e alcuni documenti, ma non l’avevano portata via. Sembrava invecchiata di dieci anni in un’ora. Io salii in bagno. Guardarmi allo specchio fu uno shock. Una parte dei capelli arrivava ancora alle spalle, mentre sulla nuca e sul lato destro erano rimaste zone irregolari, rasate quasi fino alla pelle. Presi le forbici, poi le rimisi giù. Non volevo sistemare ciò che Patrizia aveva fatto. Non ancora. Volevo ricordare esattamente quella mattina.
Usai il telefono per fotografarmi.
Poi chiamai il numero scritto sulla ricevuta.
Rispose una donna dopo quattro squilli.
«Pronto?»
«Elena Bassi?»
Silenzio.
«Chi parla?»
«Giulia Rinaldi.»
Sentii un respiro trattenuto dall’altra parte.
«Marco mi aveva detto che prima o poi mi avresti chiamata.»
Mi sedetti sul bordo della vasca.
«Da quanto tempo vai a letto con mio marito?»
Un altro silenzio, più lungo.
«Non è quello che pensi.»
Risi, ma la mia voce si spezzò. «Oggi tutti continuano a dirmelo.»
Elena abbassò il tono. «Non posso spiegartelo al telefono. E soprattutto non posso farlo se Marco è lì.»
«Marco è con la Guardia di Finanza.»
Questa volta la sua reazione fu immediata.
«Sono arrivati a casa vostra?»
«Sì.»
«Allora ascoltami attentamente. Non firmare niente che Marco o sua madre ti mettano davanti. Non accedere ai vostri conti dal computer di casa. E cambia subito le password.»
Mi alzai.
«Come fai a sapere tutte queste cose?»
«Perché Marco non ha usato soltanto la tua identità.»
La frase mi gelò.
«Che significa?»
«Vediamoci. Ti mando un indirizzo.»
La chiamata terminò prima che potessi rispondere. Pochi secondi dopo ricevetti un messaggio con il nome di un bar vicino a Porta Romana e un orario: le 14:30.
Stavo ancora fissando lo schermo quando Patrizia apparve dietro di me.
«Se vai da quella donna, distruggerai definitivamente tuo marito.»
Mi voltai lentamente.
«Tu sapevi tutto.»
Lei strinse le labbra. «So che mio figlio ha fatto degli errori.»
«Quattro anni di firme false non sono un errore.»
Per la prima volta Patrizia abbassò gli occhi. «Marco aveva bisogno di soldi.»
«Per cosa?»
«Non posso dirtelo.»
«Non vuoi.»
Le passai accanto, ma lei mi afferrò il braccio.
«Giulia, ci sono cose che sarebbe meglio non scoprire.»
Mi liberai dalla sua presa. «Questa mattina mi hai rasato i capelli mentre dormivo. Non sei più nella posizione di dirmi cosa sia meglio per me.»
Presi la borsa e le chiavi. Prima di uscire controllai il conto comune dal telefono, seguendo il consiglio di Elena. Il saldo mi fece fermare sulla porta.
Quasi vuoto.
Tre giorni prima erano stati trasferiti 46.000 euro. Aprii i dettagli dell’operazione aspettandomi di trovare il nome di Elena o una delle società di Marco.
Invece il beneficiario era Patrizia.
Sollevai gli occhi verso mia suocera.
Lei aveva visto lo schermo.
«Quei soldi non sono più qui», disse piano.
«Dove sono?»
Patrizia impallidì. Poi pronunciò una frase che cambiò completamente il significato di tutto ciò che avevo scoperto fino a quel momento.
«Li abbiamo usati per pagare qualcuno che Marco teme molto più della Guardia di Finanza.»







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