Il nome di mio padre mi fece dimenticare per qualche secondo tutto il resto. Alberto Rinaldi. Lo fissai sullo schermo finché le lettere iniziarono a confondersi attraverso le lacrime. Mio padre era morto tre anni prima, dopo una malattia breve che ci aveva lasciati tutti impreparati. Era stato un uomo prudente fino all’ossessione: conservava ogni ricevuta, leggeva ogni contratto due volte e mi aveva ripetuto per tutta la vita di non firmare mai qualcosa che non comprendessi completamente. L’idea che Marco avesse trascinato anche lui dentro quella rete di debiti mi provocò una rabbia così violenta che dovetti sedermi.
Ingrandii la fotografia. Il documento sembrava risalire a quattro anni prima, quindi mio padre era ancora vivo quando era stato preparato. Accanto al suo nome compariva un riferimento catastale. Non era quello della nostra casa.
Conoscevo quel numero.
Riguardava l’appartamento di Monza che mio padre aveva comprato molti anni prima e che, dopo la sua morte, avevo ereditato insieme a mia sorella minore, Claudia.
Chiamai immediatamente il numero sconosciuto che aveva inviato le fotografie. Nessuna risposta. Mandai un messaggio.
“Chi sei?”
Comparvero i due segni di lettura, ma non arrivò niente.
Telefonai allora a Claudia.
«Giulia? Tutto bene? Ho una riunione tra dieci minuti.»
«Marco ha mai parlato con papà di soldi?»
Il silenzio dall’altra parte fu immediato.
«Perché me lo chiedi?»
Mi alzai lentamente.
«Claudia.»
«Non so esattamente cosa sia successo.»
«Che significa?»
Lei sospirò. «Circa sei mesi prima che papà si ammalasse, li trovai a discutere. Marco era venuto da lui senza dirtelo.»
Sentii il cuore accelerare.
«Di cosa parlavano?»
«Papà gli disse: “Se tocchi quello che appartiene alle mie figlie, sarò io stesso a denunciarti.”»
Chiusi gli occhi.
«E tu non me l’hai mai detto?»
«Papà mi fece promettere di non farlo. Disse che avrebbe sistemato tutto.»
Mi sentii tradita anche da quel silenzio, ma conoscevo mio padre abbastanza da capire perché avesse agito così. Probabilmente aveva cercato di proteggermi finché non avesse avuto prove.
«C’è altro?»
Claudia esitò.
«Dopo il funerale, Marco venne nell’appartamento di papà. Disse che cercava alcuni documenti fiscali per aiutarti con la successione.»
Ricordavo quella giornata. Io ero troppo distrutta per occuparmi di qualsiasi cosa e Marco si era offerto di gestire parte delle pratiche.
«Era rimasto solo?»
«Per quasi due ore.»
La nausea tornò.
Terminata la chiamata, contattai l’agente e gli inoltrai le fotografie. Questa volta mi richiamò quasi subito.
«Non faccia altre ricerche da sola», mi disse. «Il riferimento al patrimonio di suo padre potrebbe essere importante.»
«Qualcuno mi sta mandando queste immagini.»
«Conservi tutto. Non cancelli nulla.»
«Sapete chi è Riccardo Valenti?»
Ci fu una breve pausa.
«Il nome ci è noto.»
«Marco dice di avergli restituito quarantaseimila euro.»
«Signora Rinaldi, non incontri quest’uomo.»
Il tono dell’agente mi bastò per capire che non era un semplice creditore.
Poco dopo sentii la porta d’ingresso aprirsi.
Marco.
Scesi le scale lentamente. Era solo. Aveva la camicia stropicciata e il viso distrutto dalla stanchezza. Gli agenti lo avevano lasciato andare dopo gli accertamenti, ma la sicurezza che aveva mostrato quella mattina era sparita.
Posai il telefono sul tavolo con la fotografia aperta.
«Conoscevi mio padre molto meglio di quanto mi hai raccontato.»
Marco vide il documento e impallidì.
«Chi te l’ha mandato?»
«Rispondi.»
Si passò una mano sul viso.
«Tuo padre aveva scoperto i debiti.»
«Quando?»
«Quattro anni fa.»
«E tu hai usato il suo appartamento come garanzia?»
«No.»
«Il suo nome è sul contratto.»
«Quel contratto non è mai stato completato.»
«Hai falsificato anche la sua firma?»
Marco non rispose.
Gli diedi uno schiaffo? No. In quel momento capii che non volevo nemmeno toccarlo. Feci semplicemente un passo indietro.
«Voglio che te ne vada.»
«Giulia, se me ne vado adesso non potrò proteggerti.»
«Proteggermi? Hai usato il mio nome per rubare centottantamila euro.»
«Non li ho rubati tutti io.»
Quelle parole fermarono il mio respiro.
«Allora chi?»
Marco guardò verso la porta, quasi temesse che qualcuno potesse ascoltare.
«Mia madre ha iniziato tutto.»
Pensai alla calligrafia di Patrizia sul mio contratto.
«Spiegati.»
«Quando i miei investimenti andarono male, avevo perso circa sessantamila euro. Patrizia disse che poteva aiutarmi. Conosceva persone, sapeva come ottenere credito. Io accettai.»
«Usando la mia identità.»
Marco abbassò gli occhi. «All’inizio pensavo fosse soltanto una richiesta.»
«E poi?»
«Poi scoprii che aveva continuato.»
«Per quattro anni?»
«Quando cercai di fermarla era troppo tardi. Valenti aveva comprato parte dei debiti e aveva documenti che potevano distruggerci.»
«Per questo gli avete dato quarantaseimila euro?»
Marco annuì.
«E Elena?»
Il suo volto si irrigidì.
«Elena era un errore.»
«Un errore durato quanto?»
«Otto mesi.»
Il dolore arrivò, ma non mi travolse come avrei immaginato. Forse perché quella mattina Marco aveva già distrutto qualcosa di più importante della fedeltà: la mia capacità di credere alle sue parole.
«Vattene.»
Lui prese la giacca, poi si fermò sulla porta.
«C’è una cosa che devi sapere su tuo padre.»
Lo fissai.
«La sera prima di essere ricoverato, mi chiamò. Disse di aver raccolto tutte le prove contro mia madre.»
«Dove sono?»
«Non lo so. Non volle dirmelo.»
Marco uscì.
Rimasi sola nella cucina silenziosa. Poi ricordai qualcosa che mio padre mi aveva consegnato in ospedale pochi giorni prima di morire: una vecchia chiave di ottone. Avevo pensato appartenesse al suo appartamento e l’avevo conservata insieme ai suoi oggetti.
Corsi nello studio, aprii la scatola con le sue cose e trovai la chiave.
Sotto di essa c’era un piccolo cartoncino che non avevo mai notato.
Sul davanti mio padre aveva scritto soltanto un numero: 317.
Sul retro c’era una frase.
“Se Marco ti dice che è stata tutta colpa di sua madre, non credergli.”







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